La figura di Šostakovič resta ambugua e misteriosa. Al geniale musicista sovietico, "nato, o quantomeno battezzato, sotto una stella vigliacca", Julian Barnes (nella foto grande) ha dedicato il suo ultimo libro: con "Il rumore del tempo" una nuova figura irrompe nel paesaggio del romanzo, popolatissimo d'ogni genere di vigliacchi...

Intorno a Šostakovič, il grande musicista sovietico, si è combattuta una vera guerra. O almeno così venne definita la lunga polemica tra chi lo accusava di essere stato un conformista legatissimo al regime, insomma una sorta di guardiano di gulag, e chi tentava di assolverlo descrivendolo come un artista che era stato costretto ogni volta ad assecondare le direttive prima dello stalinismo poi della più – relativamente – mite burocrazia del disgelo, senza mai aderire davvero ed anzi cercando in modo contorto di preservare la propria integrità.

Sono state pubblicate dure requisitorie storiche, e anche una apologia, sospettata di falso. Ma anche dopo la Šostakovič-War, e dopo quello che è di fatto un primo giudizio storico (negativo), il personaggio, per le sue ambiguità e per il suo genio, rimane ambiguo e misterioso.

Julian Barnes in Il rumore del tempo

Nulla vieta di tornare a lui, magari con un romanzo, come ha fatto Julian Barnes in Il rumore del tempo (da poco tradotto per Einaudi). Barnes è uno dei padri del «postmoderno» in letteratura – con quel libro meraviglioso che fu Il pappagallo di Flaubert – e non sembra disposto a rinnegarsi.

Il pappagallo di Flaubert

Rispetto a molti altri autori che in questi anni si sono misurati col romanzo-biografia (si pensi a Emmanuele Carrère, o a un Jean Echenoz, ma anche al nostro Edgardo Franzosini) resta inconfondibile per il modo in cui assemblea liberamente il materiale storico, per la sua fiducia nella finzione (magari anche nella menzogna letteraria) e soprattutto perché il suo tema, il cuore del lavoro non è tanto il romanzo in rapporto alla vita quanto l’ironia in rapporto alla vita del romanzo, «maschera della verità», carburante conoscitivo.

Con Šostakovič, però, anche l’ironia è richiamata in dubbio. Ci sono due antagonisti indomabili (il sistema sovietico e la proprio vigliaccheria, che si combinano in una sorta di labirinto senza uscita), c’è l’invincibile «rumore del tempo». E’ il vero nemico del compositore, molto più dei burocrati e dei poliziotti, del potere che ti azzanna, ti mastica e ti sputa. Questa, con le parole di Barnes, sarebbe la sua verità: «Che cosa poteva contrapporre al rumore del tempo? Solo la musica che viene da dentro – la musica del nostro essere – che alcuni sanno trasformare in musica reale. E che se nei decenni a venire sarà abbastanza forte e pura e autentica da annegare il rumore del tempo, si trasformerà nel mormorio della storia».

Posto in questi termini, essere vili è un gesto pazientemente eroico. Ma la vita – e il romanzo – non sono così semplici, perché tutta la biografia del musicista, ripercorsa e reinventata quasi giorno per giorno, dice soprattutto altro: che era un uomo «nato, o quantomeno battezzato, sotto una stella vigliacca». E che al proprio destino non si sfugge. La viltà diventa condizione esistenziale, e non strumento. Si china il capo e ci si ritrova nella situazione di chi, fra un tremore e l’altro, accumula privilegi, dall’ordine di Lenin «con scadenza decennale» alle presidenze, alle automobili, agli appartamenti. Šostakovič era un terrorizzato esponente della nomenklatura e «nuotava nelle onorificenze come un gamberetto nella salsa aurora», scrive Barnes, innamorandosi talmente dell’immagine da ripeterla nel corso del romanzo. Questa disgustosa salsa aurora è l’habitat del vero vigliacco, la sua apoteosi.

Shostakovich

Con Il rumore del tempo una nuova figura irrompe nel paesaggio del romanzo, popolatissimo d’ogni genere di vigliacchi, da quelli malvagi e aggressivi a quelli malvagi perché passivi, ai loschi traditori dei feuilleton, ma sempre antagonisti, personaggi secondari; e mettiamoci pure Don Abbondio, il protovigliacco della nostra tradizione, che unisce la viltà al conformismo e all’accidia, e arriva certo fino almeno a Moravia. Qui siamo all’epopea del vigliacco in sé.

Il compositore societico rivela ed esalta la viltà del proprio tempo, riassume in sé quella che lo circonda, dai politici agli intellettuali russi o stranieri che per stupidità o tornaconto si inginocchiano davanti alle icone staliniane, e di cui Barnes fa un elenco coscienzioso. Ma è anche lo Šostakovič storico? Nell’ottica del romanzo «ibrido» di Barnes, la domanda non ha molta importanza.

Ne hanno, invece, quelle che si pone il musicista attraverso lo scrittore – e davvero non si sa chi parli, in queste circostanze – a proposito dell’ironia, l’arma di difesa che usano entrambi. Ad esempio era davvero «in grado di proteggere la musica»? O poteva magari «proteggere i bambini»? Si parla di musica ma vale anche, forse soprattutto, di letteratura. Joseph Conrad, per bocca di Lord Jim, avrebbe opposto un secco no. E avrebbe accettato invece una considerazione solo in apparenza ovvia: nel tempo rumoroso del grande vigliacco, ma anche in tutti i tempi, non esistono «torturatori ironici, e nemmeno torturati ironici». Sarcastici sì, i primi almeno, beffardi anche, in certi casi. Ironici no. Eccezion fatta per quanto attiene ai martirologi, genere per eccellenza romanzesco e fantastico.


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L’AUTORE – Mario Baudino, classe ’52, è un giornalista, saggista e poeta. Scrive per il quotidiano di Torino La Stampa, dove ogni venerdì esce una sua rubrica intitolata Cartesio. Il suo ultimo romanzo, pubblicato da Bompiani, è il thriller letterario Lo sguardo della farfalla (qui un estratto e i particolari sulla trama)

baudino

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