Bianca Pitzorno presenta su ilLibraio.it l'antologia "Il bicchiere mezzo pieno", una raccolta di racconti scritti da 23 autrici. E racconta cos'ha provato, da "scrittrice solitaria", a collaborare negli ultimi tempi a una serie di antologie e progetti collettivi

L’ultimo racconto che ho pubblicato fa parte di una antologia, Il bicchiere mezzo pieno, uscita quest’anno in marzo per l’editore Piemme. Un’antologia alla quale hanno contribuito, me compresa, ventitré fra giornaliste e scrittrici. Con Geppi Cucciari che ha scritto la prefazione, ventiquattro. Tutte donne, chiamate a scrivere sull’ottimismo. Il sottotitolo infatti recita ‘i piccoli miracoli quotidiani che ti cambiano la vita’

Nonostante per mia natura io sia una scrittrice solitaria, ho accettato di partecipare prima di tutto per amicizia. Me lo ha chiesto infatti Nicoletta Sipos, che conosco da una vita e per la quale ho moltissima stima e grande affetto. Nicoletta si diverte alle storie strampalate, ma reali, che le racconto ogni volta che ci vediamo, da quando i suoi figli erano piccoli e pendevano dalle mie labbra, anche quando recitavo a memoria per loro, di quattro e cinque anni, un intero canto della Divina Commedia. Per ognuno dei miei racconti conviviali Nicoletta mi dice “Dovresti scriverlo”. Se le obbedissi, ne verrebbe un’opera di tre o quattromila pagine.

Lo scorso autunno, durante una cena in cui avevo divertito i commensali con una storia molto bizzarra, mi ordinò: –“Questa la scrivi e la dai a noi.”. ‘Noi’ erano lei, detta la decana, ed Elena Mora, detta la capoclasse, anch’essa presente, che guidavano la cordata per la realizzazione dell’antologia. Ne avevano già organizzato un’altra alcuni anni fa, intitolata Cuori di Pietra, con grande successo. La finalità non è narcisistica. Si tratta di aiutare altre donne meno fortunate. Quest’anno, per esempio, i diritti d’autore serviranno a fornire energia elettrica ad alcuni villaggi di una delle zone più povere del Mozambico sfruttando l’energia solare. Per il lavoro quotidiano delle donne, per la loro sicurezza, per la loro istruzione, la loro salute, illuminazione ed energia sono fondamentali. Un progetto, il ‘nostro’, che non richiede grandissime risorse, ma i cui risultati sono concreti e tangibili.

Moltissimi racconti destinati all’antologia erano già arrivati. Dicendo di sì a Nicoletta e ad Elena io mi sono trovata, per dirla con una metafora, a salire su un treno in corsa senza sapere chi ci fosse a bordo, tranne le due amiche che si erano affacciate al finestrino e avevano allungato le braccia per tirarmi su. Chi fossero le altre lo venni a sapere solo dopo. In massima parte non le conoscevo, se non di nome. Di molte avevo letto qualcosa, di altre niente. Sapevo che eravamo diversissime, per età, esperienze, tipo e luoghi di lavoro. Ci univa soltanto la volontà di aiutare. Leggerci, a libro pubblicato,  è stata  anche per noi una sorpresa.

Il mio racconto credo sia stato una sorpresa ancora maggiore di quelli delle altre. Nella fretta e nell’entusiasmo Nicoletta non mi aveva parlato del sottotitolo, né di ‘piccoli’ miracoli né di ottimismo. Mi aveva detto soltanto che nella storia ci doveva essere un miracolo. E io più che all’ottimismo ho pensato a quanto sono assurdi, di solito, quelli che consideriamo miracoli, quanto sono ridicoli. E ho scritto una storia ridicola e assurda. Altro che ‘piccolo miracolo’, ho raccontato di una morte presunta e di una presunta resurrezione. Non una storia inventata però. Un aneddoto che appartiene al mio lessico familiare. La mia nonna paterna aveva una strana superstizione: se ci fosse stata sulla terra una bambina col suo stesso nome e cognome, lei sarebbe morta. Per questo io, prima nipote femmina, contro ogni tradizione meridionale ho un nome come si diceva allora ‘di fantasia’. E per questo dopo la sua morte mia sorella e tutte le mie cugine sono state chiamate invece come lei, tanto che oggi è difficile distinguerle l’una dall’altra. Questa regola però in un certo momento era stata infranta  gettando la famiglia nel panico…

In qualche recensione il mio racconto è stato definito ‘il più letterario di tutti gli altri’. Forse perché è il meno ottimista, il più sarcastico nei confronti della istituzione familiare? Non lo so. Ognuna di noi ha usato la propria voce. Se nella sinfonia i ventitré strumenti hanno talvolta suoni discordanti, questo può conferire maggiore interesse per il lettore.

B. Pitzorno foto Daniela Zedda
Bianca Pitzorno foto Daniela Zedda

Era la prima volta che grazie a Nicoletta, mi trovavo in così numerosa compagnia. Per mia natura sono, come ho detto, una scrittrice solitaria. Dei miei più di cinquanta libri pubblicati a partire dal 1970, solo pochissimi hanno altre firme oltre la mia: Il Dirodorlando, del 1974, scritto con Cino Tortorella e Guglielmo Zucconi; I Cento Libri, del 1999, firmato con Roberto Denti e Donatella Ziliotto;  Quando avevo la tua età, sempre del 1999, al quale avevano partecipato dodici autori e illustratori e la serie ‘Gli amici di Sherlock’, del 2002/2002, scritta con Roberto Piumini. L’anno scorso però, contro le mie abitudini, non ho pubblicato niente firmato solo da me ma ho partecipato per due volte a un’opera collettiva.

Veramente quella che più merita, in senso stretto, questo nome è il racconto a puntate Neve, commissionato dal terzo canale radiofonico della Rai a quindici autori italiani, che dovevano scrivere uno dopo l’altro, agganciandosi al precedente, un racconto natalizio da mandare in onda puntata dopo puntata, nei 16 giorni antecedenti al Natale, come in un calendario dell’avvento. Il 25 un attore professionista avrebbe letto l’intero racconto. È stata un’esperienza singolare: disponevamo di un numero limitato di battute e ciascuno di noi doveva agganciarsi a quanto scritto dall’autore precedente come in una staffetta un po’ surreale che faceva il verso al ‘cadavere squisito’ dei surrealisti. I primi due o tre avevano impostato il racconto in modo tradizionale: una grande festa in occasione del Natale, in una casa di campagna, sotto la neve, con riunione di parenti che non si vedevano da molto tempo e che venivano da lontano, dinamiche familiari, affetti, ricordi. Poi qualcuno dette una sterzata inattesa e introdusse un traffico internazionale di cocaina con coinvolgimento di parenti insospettabili. Chi seguiva non poté fare a meno di adeguarsi, e ci scatenammo, puntata dopo puntata, ad aggiungere ricatti, incesti, omicidi splatter, tartine con funghi allucinogeni preparate col Bimbi, assassini armati d’accetta, valanghe e chi più ne ha più ne metta. Io venivo al nono posto, in piena tragedia, dopo Emanuele Trevi (pausa riflessiva con breve frase finale provocatoria che suggeriva all’eroe di scendere in cantina)  e prima di Donatella di Pietrantonio (sgomenta per il mio episodio splatter ambientato in cantina e bravissima a dribblarlo con una soluzione quasi psicoanalitica). Gli ultimi dovettero faticare un bel po’ a raccogliere le fila e a rimettere un po’ d’ordine riportando il tutto su binari natalizi. Ci divertimmo molto e sembra che si sia divertito anche il pubblico, che ogni giorno veniva spiazzato da una svolta inattesa e sempre più pazza della vicenda.

Un’operazione collettiva più ‘seria’ era stata quella autunnale, coordinata da Liliana Rampello per le Edizioni Astoria. Una antologia intitolata Una verità universalmente riconosciuta di cui si è già parlano su ilLibraio.it.  Eravamo  sei autrici italiane; a ciascuna di noi era stato assegnato uno dei sei romanzi di Jane Austen. Dovevamo sceglierne una frase e ispirarci a questa, anche molto liberamente, per un racconto.

All’inizio, perché il libro raggiungesse un discreto numero di pagine, ci era stato suggerito che ogni racconto dovesse contarne almeno trenta. Una lunghezza piuttosto anomala, solo Alice Munro è capace di reggere il climax di un racconto così a lungo. Infatti le altre cinque mie colleghe si infischiarono del suggerimento e decisero ognuna la lunghezza che preferiva. Io sola, inesperta di lavori d’equipe e obbediente agli ordini, ricorsi all’escamotage di scrivere due storie invece di una, infilandole una nell’altra come un cannocchiale. Anche questa esperienza mi fu molto utile come esercizio di scrittura. Spesso è vero che i limiti invece di impoverire il nostro lavoro, ci obbligano a trovare soluzioni inedite.

il bicchiere mezzo pieno

L’AUTRICE E IL LIBRO Bianca Pitzorno, autrice di culto per più di una generazione di lettori, presenta su ilLibraio.it l’antologia di racconti Il bicchiere mezzo pieno (Piemme), una raccolta di testi scritti da 23 autrici, tra le quali la stessa Pitzorno, Lidia Ravera, Danila Bonito,Tiziana Ferrario, Laura Laurenzi, Maria Corbi, Simona Sparaco, Stefania Bertola e Annarita Briganti. Attraverso il racconto di piccoli gesti in grado di cambiare il corso di un’esistenza, il libro vuole infondere nel lettore il desiderio di osservare la vita da una prospettiva più fiduciosa e ottimista. Del resto, come spiega Geppi Cucciari nell’introduzione, “in un momento in cui l’ottimismo non è più il profumo della vita, in una stagione in cui questo mirabile concetto viene vissuto come il contrario non del pessimismo, ma del realismo, è sempre giusto e prezioso celebrare quell’istinto mai sopito che suggerisce di vedere finalmente il bicchiere mezzo pieno, badando anche a quale sia la sostanza al suo interno, dettaglio questo di discriminante importanza”. I diritti d’autore saranno interamente devoluti alle donne del Mozambico tramite la cooperazione italiana.

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