“La campana d’Islanda”, libro pubblicato tra il 1943 e il 1946 e considerato da subito il capolavoro di Halldór Laxness, celebra la tradizione di un paese, rendendo omaggio alle saghe di Gunnar di Hlíðarendi. Il risultato è un documento storico, che alterna fervore e ilarità, con tratti picareschi che si fondono alle rappresentazioni più cupe dell’epoca… - L'approfondimento

“Loro gli domandarono chi fosse e lui spiegò che veniva dall’Islanda, dove c’era l’Inferno”.

È un’Islanda di pantani, stagni e torbiere, di campagne impoverite dalle carestie, volti sfigurati dal vaiolo e barili di acquavite per trovare calore: sono tempi difficili, per una terra dura, ostile, colonia sotto il giogo straniero dei danesi a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.

La campana di Islanda (Iperborea, traduzione di Alessandro Storti) di Halldór Laxness si apre con una coppia insolita, un boia e un contadino. C’è un’ordinanza da far eseguire, gli islandesi devono consegnare rame e ottone per ricostruire Copenaghen. I due personaggi in scena e l’usurpazione di un tesoro nazionale danno un via impetuoso a una storia che attraversa il paese, incrocia piccole umanità e grandi conflitti, amori e intrighi politici e celebra la storia di un popolo.

Halldór LAXNESS LA CAMPANA D'ISLANDA Iperborea

Il contadino è Jón Hreggviðsson che fa a pezzi la campana di Þingvellir, sbeffeggia il re danese, e viene accusato dell’omicidio del boia. Non si ricorda niente, il grosso e nero delinquente Jón, abituato ad alzare il gomito, a picchiare la moglie e il figlio demente, e a cantare versi a squarciagola.

“Stupiti senz’altro saranno se vedranno, nella patria amata, Testagrigia tornare, quest’anno, tuttora al collo attaccata”.

Jón viene sferzato, viene imprigionato e poi fatto soldato. Viaggia, vede Copenaghen, ottiene protezione, e il suo caso diventa emblema degli imbrogli della giustizia e dei giochi di potere.  

Sarà aiutato da Snæfríður Sole d’Islanda, figlia del magistrato Eydalín, bionda infanta dall’esile corpo di elfo. È sposata con un rozzo uomo dedito al gioco e all’alcol, che non esita a regalare la moglie in cambio di un barile da bere, e a mandare in rovina la loro casa. 

È un uomo senza qualità, Magnús di Bræðratunga, sguardo torvo e andatura sgraziata, il tipico islandese, secondo i danesi, che associano all’isola ogni peccato e vizio.

“Il mio signore ha letto in certi dotti libri che gli islandesi sono inclini, primo: al latrocinio; secundo: alla menzogna; tertio: all’arroganza; quarto: all’esser pidocchiosi; quinto: all’ubriachezza; sexto: alla depravazione; septimo: alla viltà, e perciò sono inadatti al servizio militare”.

Snæfríður ha sposato lui, e di lui si prende cura, dopo ogni notte balorda, lavandone le ferite e occupandosi con dignità di una proprietà che cade a pezzi. Ma il cuore del Sole d’Islanda batte per il più splendido di tutti gli islandesi, il raffinato e dotto Arnas Arnæus, emissario del re, professore all’Università di Copenaghen, regio commissarius e bibliofilo. 

Arnas percorre l’Islanda in ogni luogo e in ogni tugurio, cercando manoscritti dimenticati, recuperando pezzi di storia, frammenti di antiche pergamene islandesi. La sua è una missione unica, per la quale ha dato fondo a tutte le sue ricchezze: restituire alla sua patria l’orgoglio della memoria, attraverso le storie scritte, affinché il nome dell’Islanda sopravviva.

Una missione che è una prigione.

“Non ero libero. Ero legato al mio compito. Ero proprietà dell’Islanda. Quegli antichi libri che custodivo a Copenaghen – il loro demone era il mio, la loro Islanda era l’Islanda, non ne esisteva un’altra”.

Il suo cuore si divide tra gli occhi azzurri di Snæfríður e le pagine del manoscritto più prezioso, Skálda, che raccoglie le poesie più belle di tutto l’emisfero boreale.

La sua devozione alla causa dell’identità islandese è totale, ed è anche grazie a questo che Jón Hreggviðsson diventa una pedina simbolica di una battaglia per la giustizia, in uno scenario che vede locande e tribunali, palazzi e capanne, tende dell’esercito e case di mercanti, tutti luoghi dove si gioca a dadi con la vita di una nazione, oppressa dagli stranieri e messa in ginocchio dalla povertà.

Jón, Snæfríður e Arnas sono i tre pilastri che reggono la complessa architettura de La campana d’Islanda, che celebra la tradizione di un paese rendendo omaggio anche alle saghe di Gunnar di Hlíðarendi, tributando il giusto onore alla parola scritta, capace di trasmettere nel tempo identità e dignità.

Il risultato è un documento storico, che alterna fervore e ilarità, con tratti picareschi che si fondono alle rappresentazioni più cupe dell’epoca in una narrazione che, pubblicata tra il 1943 e il 1946, fu considerata da subito il capolavoro di Halldór Laxness.

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