"Se non avessi trovato la storia della mia vita interessante in termini di forma, non credo che l’avrei raccontata. L’avrei camuffata nella fiction come ho sempre fatto. Mi sono divertita a scrivere questo libro (quasi sempre), perché ho provato euforia nel pensare a tutti i modi in cui possiamo tenere insieme i tasselli del sé, nel poter immaginare le metafore che stanno alla base di un’intera esistenza". ilLibraio.it ha intervistato Claudia Durastanti, in libreria con "La straniera", memoir famigliare incentrato sulla figura della madre della scrittrice, in cui l'autrice intreccia la sua storia personale con brevi inserti saggistici in cui riflette su classe, disabilità e politica

Claudia Durastanti (nella foto di Sara Luca Agutoli, ndr) torna in libreria con La straniera, un memoir (ma l’autrice non ama definirlo tale) che si legge con grande piacere, in cui la sua storia famigliare si intreccia a parti saggistiche dove viene espressa una più ampia riflessione su classe, disabilità ed educazione culturale.

Nipote di emigranti, nata a Brooklyn e tornata in Basilicata ad appena sei anni, Claudia Durastanti – che attualmente vive a Londra – ha fatto il percorso inverso di molti espatriati: la campagna lucana è stata per lei casa, e le strade di New York il luogo dei ricordi della prima infanzia e delle vacanze estive. Un’esperienza italoamericana che, come pubblico, siamo abituati a fruire attraverso diverse forme narrative e di cui abbiamo un’immagine per certi versi quasi preconfezionata. Le narrazioni delle migrazioni riecheggiano nelle pagine della Straniera, nelle immagini degli zii che fanno ballare Claudia bambina e della nonna che parla un americano volutamente artefatto. E Durastanti infatti scrive: “È per questo che non mi sento in colpa a stereotipizzare la mia famiglia italoamericana attraverso appassionati riferimenti criminali; sono le fantasie di grandezza a cui aspiravano. Erano i film che avevano visto, le canzoni che avevano sentito”.

Perno e centro focale della narrazione, è però la figura della madre, ragazza degli anni Settanta affetta da sordità che, con coerente caoticità, si sposta tra i continenti. Durastanti ne racconta la romanzesca relazione sentimentale con il padre e indaga i rapporti famigliari, anche i più complessi, in maniera analitica e problematizzante, senza mai scadere nel melodramma. Lo stile narrativo è piano, profondamente letterario ma senza circonvoluzioni estetizzanti. Nel corso dei capitoli, lentamente i genitori di Durastanti da protagonisti della storia diventano elementi di quella, individuale, della scrittrice. Allora il personaggio Claudia prende il sopravvento, con inserti che sono quasi brevi long-form critici all’interno di un più ampio affresco famigliare e sociale.

ilLibraio.it ha incontrato la scrittrice in occasione dell’uscita del libro, che sarà in libreria il 14 febbraio e verrà presentato in anteprima a Milano mercoledì 13, alle 19 alla LibrOsteria di via Cesare Cesariano 7.

La straniera di Claudia Durastanti

In La straniera lei racconta il passato dei suoi genitori con una sincerità viscerale. Si percepisce un distacco autoriale che rende le figure di cui parla distanti come personaggi di finzione, ma, al contempo, anche lo sguardo ravvicinato che solo una figlia può avere.
“Ho scritto questa storia solo quando ho trovato una forma in cui raccontarla. Quando, tanti anni fa, ho iniziato a scrivere, per me la letteratura era essenzialmente un modo per dissimulare le tracce e inventare altre vite, quindi non ho mai pensato che avrei esordito con una storia sulla mia famiglia. Il paradosso è stato che, nel momento in cui questa storia l’ho iniziata a raccontare, ho visto i miei genitori nella loro dimensione letteraria. Il libro ha una forte dimensione emotiva, mentre manca quella psicoanalitica, di resa dei conti, che c’è sempre nel rapporto figlia-madre, perché volevo che fosse sgombro dall’elemento della catarsi. L’editor che mi ha seguita, Chiara Spaziani, ha usato questa espressione: ‘Un ragionato istinto’”.

Un’immagine calzante.
“Un’altra persona, qualche settimana fa, mi ha detto che per lei il libro è una grande lettera d’amore e io ho pensato che forse la lettera d’amore è uno dei generi più limpidi quando ci interroghiamo sul rapporto tra finzione e realtà: è come chiedersi ‘quanto c’è di vero?’ nel messaggio che scriviamo per l’altro. I fatti magari sono incerti, ma il sentimento è tutto vero.
La legge che governa il libro è mia madre come personaggio, anche nel suo approccio alla fiction. Quando si tratta di un’opera d’arte, mia madre considera irrilevante tutto ciò che non è biografico, e questo provoca un sistema di scatole cinesi; perché se mia madre vede un film o legge un libro e non è una storia vera non ne è soddisfatta, quindi io sono costretta a dirle che lo è. Fin da quando ero piccola traghetto la finzione nella non-fiction per stare vicina a lei; per esempio, ho dovuto dirle che L’esorcista era non-fiction, e questo mi ha fatto perdere un po’ i confini, sin da subito. È un fatto intimo della mia vita: l’ossessione di mia madre per l’autobiografico è una cosa che nella forma me la fa sentire più vicina”.

Sa raccontare il dolore, il disagio e, in generale, le situazioni disturbanti, in un modo estremamente lineare e piano, come se si trattasse di un ‘dato’, di qualcosa che è e non può non essere,  che ‘accade’.
“Una delle frasi per me più vere di questo libro è: ‘Non c’è nessuna violenza nella mia vita che io riesca a ricordare senza ridere’. Questo non significa neutralizzare il dolore o il vissuto: esistono più modi di raccontare un trauma, e io credo che nell’elaborazione del trauma si arrivi a un momento molto particolare, quasi magico, in cui pur essendo ancora presente nella memoria quel fatto crea un’emozione diversa, dato che ormai è tessuto cicatriziale. Con il passare degli anni cambia il modo in cui ce le si racconta, le cicatrici, e questo modo può essere anche ilare, se lo vogliamo”.

Questo aspetto si percepisce molto bene nella parte in cui racconta il breve rapimento da parte di suo padre.
“Anche A Chloe, per le ragioni sbagliate si apre con un rapimento, che però sento molto più autobiografico, e infatti anche lo stile è più denso. Alla fine la questione emotiva l’avevo già scaricata nella fiction, inserendo un rapimento che non riguardava me ma Chloe, ma che era comunque un fatto della mia vita trasposto nel romanzo. Nella Straniera, invece, non solo ho raccontato delle cose, ma mi sono anche potuta porre delle domande sullo stile che assume il dolore. Uno stile sovraccarico rischia di creare distanza nel lettore, di non riuscire a tenerlo dentro la storia. Vivian Gornick dice che è la premessa stessa dei memoir a essere complicatissima, perché quando scrivi il tuo sé deve risultare interessante, non ti devi mai dimenticare che sei un personaggio e che c’è una costruzione narrativa, una sequenza, una dinamica d’azione da rispettare”.

A questo proposito, nella Straniera risulta piuttosto evidente un lavoro di ricerca sulla forma e sullo stile, è un testo estremamente letterario.
Era proprio quello che volevo. Se non avessi trovato la storia della mia vita interessante in termini di forma, non credo che l’avrei raccontata. L’avrei camuffata nella fiction come ho sempre fatto. Mi sono divertita a scrivere questo libro (quasi sempre), perché ho provato euforia nel pensare a tutti i modi in cui possiamo tenere insieme i tasselli del sé, nel poter immaginare le metafore che stanno alla base di un’intera esistenza. Come quella dell’oroscopo, per esempio. Mia madre ha sviluppato un grande legame con il pensiero magico, e l’oroscopo ha una rilevanza enorme nella sua vita. E quindi ho guardato strutturalmente a questo dato della mia esperienza intima. Gli oroscopi riducono tutta la nostra vita a una serie di voci abbastanza sterili, sono dei contenitori in cui puoi mettere di tutto. Però alla fine questi contenitori erano quello che cercavo anche io per il mio libro: famiglia, viaggi, lavoro, denaro, amore. Voci neutrali da sovvertire di volta in volta. Addirittura l’obiettivo iniziale era che ogni capitolo avesse un registro linguistico diverso dall’altro. Poi la scrittura non mi ha portato in quella direzione, e il libro inizia con la storia dei miei genitori, che ha una pulsione romanzesca e la mantiene per un po’. Poi si sfalda quando il passato diventa presente; è difficile raccontare te stesso mentre sei in movimento”.

Come si è regolata in questo passaggio temporale?
“A quel punto o fai un monumento a te stesso, ma alla mia età sarebbe risultato posticcio, oppure sfrutti queste nebbie che stanno attorno al tuo muoverti nel presente, che poi alla fine è un muoverti in una relazione sentimentale, un muoverti in un contesto economico-lavorativo, un muoverti in un contesto politico preciso che crea tanta condivisione ma anche paura di non riconoscerlo. Questa è la questione per me: sono partita da un’idea molto formale, legata all’oroscopo, e volevo che il libro fosse intersezionale nella forma e nei temi, che contenesse diversi tipi di soggettività. Questo perché vorrei anche che questo libro venisse letto da persone che si posizionano in maniera diversa a livello di genere, esperienza geografica, e lettura del mondo rispetto a me”.

Anche nei capitoli dedicati ai suoi genitori non elimina mai il suo ‘io’ di narratrice dal contesto. Ci spiega questa esigenza?
“Deriva dai libri che ho letto negli ultimi anni e a cui mi sono interessata, una literary non-fiction basata sull’inserzione di frammenti, spesso anche scritti da altri. Maggie Nelson con Gli Argonauti è una dei riferimenti che ho avuto, poi sicuramente c’è stato Flights di Olga Tokarczuk. Mi preoccupava l’eventualità di non mettere l’esperienza circostanziata e particolare dei miei genitori in relazione al mondo, di farne una storia troppo sui generis per essere condivisa  Volevo trasportare la loro vita, di singoli e poi di singoli in quanto soggetti marginali, in un contesto un po’ più ampio di esperienze. Gli anni Settanta sono un periodo molto raccontato della storia italiana, fin troppo abusato forse, e mia madre è stata parte di quella controcultura quasi senza saperlo. Ogni decennio ha i suoi suoni, e l’esperienza degli anni di piombo sarà stata anche un’esperienza sonora: io mi sono immaginata la vita di mia madre insonorizzata rispetto ai canti di piazza. Gli anni Settanta sono un periodo che permette grandi affreschi appassionati, però nella narrazioni si incontra raramente una persona come mia madre, nel suo isolamento fisico prima ancora che politico”.

Quella che racconta è una storia famigliare, profondamente intima, però c’è anche tanta politica e si parla, in particolare, di classe.
“Sapevo che ci sarebbe sempre stata una parte sul ‘denaro’. Era un tema che avevo in parte risolto tanti anni fa, con Come non sono diventata ‘the girl from the block’, un pezzo sulla povertà uscito su Abbiamo le prove. Questo libro è composto anche da tanti long-form o interventi che ho fatto nel corso degli anni, in forma diluita. La parte che, nella stesura, mi ha dato più difficoltà, è stata proprio quella sulla classe. C’è un grande dibattito sulla letteratura working class in Inghilterra, sarà il genere dominante della prossima stagione letteraria. È sicuramente una conseguenza di Brexit, ma, da operatrice del mondo dell’editoria, penso che fosse importante togliere questo rimosso, perché al di là del talento, dello stile, della bravura, i libri sono anche l’espressione di una cultura che non è solo della tua famiglia ma anche e soprattutto del sistema che la circonda. In Italia c’è stato un filone fortissimo di scrittura del lavoro, è un aspetto che mi interessa, mi incuriosisce come si trovano sempre nuovi modi per parlare di classe e del lavoro che sparisce. Penso a Un attimo prima di Fabio Deotto, che è stato un riferimento qui. Analizzando il modo in cui la mia famiglia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, mi sono resa conto che questo è un fenomeno ormai trasversale, a prescindere dall’estrazione sociale, dalla famiglia di provenienza: siamo stati tutti educati all’idea che non solo avremmo fatto il lavoro che ci piaceva, ma che sarebbe anche stato remunerativo. E soprattutto che sarebbe stato utile”.

Scrittrice, giornalista, ma lavora anche come traduttrice. Possiamo però dire che, a causa della sordità dei suoi genitori, lei sia stata sempre immersa in una sorta di interpretazione e trasmissione di significati.
“Data la mia formazione linguistica oltre all’italiano, che ho studiato e padroneggio meglio, e all’inglese, io ho un’altra lingua ancora più complicata, un po’ interrotta, che parlo con i miei genitori e che ancora oggi mi porta a fare delle confusioni e degli errori. Quello che a me affascina della traduzione è che nel processo succedono molte cose, ci sono tanti incidenti di percorso, tanti fantasmi, tanti rimossi. La prima volta che ho messo il mio mestiere in relazione alla mia biografia è stato quando ho parlato con una persona di seconda generazione, figlia di immigrati messicani in America, che mi ha detto di essere sempre stata l’interprete dei suoi genitori, che non avevano mai voluto imparare l’inglese, e questo gli aveva provocato un’enorme fatica. Ecco, questa fatica del dover mediare secondo me è anche una bellezza, ed è qualcosa che io ho sempre fatto, quindi, inconsciamente o consciamente, era quasi un destino. Mi ha dato una lingua più ricca”.

Per concludere, avrebbe voglia di raccontare ai lettori che non hanno ancora letto il libro come mai il titolo La straniera?
La straniera per me è stato da subito il titolo giusto, perché è legato a una dissimulazione, un inganno che può generare libertà. Come racconto nel libro, quando ci siamo trasferiti in Italia dagli Stati Uniti mia madre non è stata subito categorizzata come ‘sorda’, ma all’inizio era considerata una persona che veniva da un’altra parte. E in questo mia madre si sentiva emancipata, perché non risultava sgrammaticata, solo straniera. Non che ci fosse vergogna nella sua condizione o nella sua sordità, ma se questo la faceva sentire libera, allora per me è importante che lei potesse dirsi tale. È un omaggio a lei, sostanzialmente”.

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