“Io credo che il fatto di non voler procreare o di non vedersi nel ruolo di madre dovrebbe essere considerato al pari di non aver mai sognato di diventare un’atleta olimpionica [...]. Da quando avere un talento o un’inclinazione ci obbliga a svilupparla?”, chiede l'autrice cilena Lina Meruane nel suo libro "Contro i figli": il pamphlet esplora i cambiamenti subiti dalla condizione femminile in rapporto alla maternità nell'epoca moderna, scagliandosi contro una società che vuole le donne madri, a qualsiasi costo. E non è il solo testo sul tema... - L'approfondimento

“È contro i figli che scrivo queste pagine. Contro la posizione che i figli hanno pian piano occupato nel nostro immaginario collettivo da quando hanno ‘ufficialmente’ abbandonato i loro posti di lavoro nelle città e nelle campagne e hanno inaugurato un’infanzia in pieno stile XX secolo vestita di innocenza ma investita di pieni poteri nello spazio domestico. Sono contraria al potere occulto dei figli tiranni dei tempi che corrono”. Scrive così la scrittrice cilena Lina Meruane, nata a Santiago nel 1970. Lo scrive nelle prime pagine del suo libro, intitolato Contro i figli, un pamphlet veemente e diretto, edito da La Nuova Frontiera e tradotto da Francesca Bianchi.

contro i figli lina meruane la nuova frontiera

Attraverso un excursus storico che ripercorre le molte battaglie combattute dal femminismo per i diritti delle donne all’interno della società e della famiglia, la scrittrice conduce il lettore fino ai giorni nostri, sostenendo l’idea che, nella sostanza, non molto sia cambiato nella condizione femminile, soprattutto quando si tratta di maternità: oggi, più che mai, la donna è spesso intrappolata, dal richiamo biologico da un lato, dalla pressione sociale dall’altro. “Nella scelta di avere figli non solo permane il richiamo biologico (il proverbiale orologio che fa scattare il suo insopportabile tic tac) ma a questo si aggiunge l’insistente ticchettio del dettame sociale: ormoni e sermoni sulla riproduzione si sommano facendo sì che la maternità come obbligo diventi difficile da evitare”, scrive. E non si ferma qui.

Meruane, che vive a New York e insegna letteratura latinoamericana e scrittura creativa alla New York University, si scaglia contro tutti i complici dei dettami sociali, nessuno escluso: “Non è soltanto contro questi figli prepotenti che scrivo ma anche contro i loro progenitori”. I padri, in primo luogo, quelli inutili tra le mura domestiche, quelli che sono andati a comprare le sigarette qualche anno fa, quelli incapaci di educare la propria progenie: “Contro gli indolenti complici del patriarcato che non si sono fatti carico della loro equa metà nell’eroica impresa della procreazione. Contro la nuova specie di padri disposti a collaborare dentro e fuori casa ma che sembrano incapaci di apostrofare con un educativo ‘stop!’, un risoluto ‘basta!’ i propri figli ribelli”.

Ma la rabbia di Lina Meruane è diretta anche alle madri. “Non tutte. Soltanto contro quelle che hanno tirato i remi in barca e che hanno angelicamente rinunciato a tutte le proprie aspirazioni, contro quelle che hanno accettato di procreare senza chiedere niente in cambio, senza pretendere l’aiuto del marito-padre o dello Stato. Contro quelle madri che sono rimaste incinte credendo di aver accalappiato uno sprovveduto e che poi si sono ritrovate loro intrappolate dal proprio figlio, da sole con lui. Contro quelle che, in una rivisitazione moderna della madre-serva, sono diventate madri-totali e super-madri disposte ad accollarsi casa, lavoro e figli senza poter dire una parola”.

Arrabbiato e spesso divertente, Contro i figli non si tira indietro davanti agli argomenti scomodi e l’autrice si addentra a testa alta in tutti quelle questioni che, alla maternità, sono inevitabilmente legate; dalla difficoltà nell’accedere a metodi anticoncezionali sicuri al dibattito sull’aborto, dalle retoriche sociali pro-riproduzione alla diffidenza nei confronti delle donne che sostengono di non volere figli, fino alle difficoltà a cui va incontro ogni madre moderna: “Quello che le donne che hanno risposto alla stridente chiamata alla maternità non si aspettavano di scoprire era che, senza alcun preavviso, i requisiti della buona-madre erano aumentati. A loro oggi si raccomanda di tornare al parto senza anestesia, all’allattamento prolungato, ai pannolini di stoffa, allo scarrozzamento perpetuo dei figli per accompagnarli ai loro numerosi appuntamenti medici, pedagogici e sociali”.

Sono argomenti delicati, l’autrice ne è consapevole, ma non è l’unica, né la prima, a sentire il bisogno di affrontarli: Contro i figli si inserisce in un filone sempre più ampio di riflessioni sulla maternità, sulle conseguenze del volere o non volere figli, sulle pressioni sociali a cui le donne vengono sottoposte e via dicendo.

A questa categoria appartengono libri come Puoi dire addio al sonno. Cosa significa diventare madre di Rachel Cusk (Mondadori, traduzione di Micol Toffanin), Contro i bambini. Memorie di una brava maestra di Rosalba Santoro (Il Saggiatore), Corpo a Corpo di Silvia Ranfagni (edizioni e/o), Cattiva di Rossella Milone (Einaudi) e Maternità di Sheila Heti (Sellerio, traduzione di Martina Testa), e tanti altri ancora.

La possibilità di essere criticata per quanto scrive non spaventa Lina Meruane: “Accusatemi pure di essere una femminista scorbutica. Di essere repressa e pessimista. Di essere antiquata”, scrive, l’importante è che le sue parole vengano lette e ascoltate, dalle donne soprattutto: il libro, per quanto chiami in causa molti aspetti sociali, storici e politici legati alla maternità e alla crescita dei figli, rimane un testo intrinsecamente femminile, rivolto anche agli uomini, ma soprattutto alle donne, alle madri, per ricordare loro che quando regaliamo una macchinina giocattolo a un bambino “quello che gli stiamo regalando è la capacità di guidare”, e quando regaliamo una bambola a una bambina “le stiamo regalando anche la sua maternità”.

Chiave di volta del testo è la convinzione che la maternità debba essere una scelta libera dalle pressioni e dalle influenze esterne, tanto per il bene della madre quanto per quello dei figli. Infondo, “il fatto di non voler procreare o di non vedersi nel ruolo di madre dovrebbe essere considerato al pari di non aver mai sognato di diventare un’atleta olimpionica […]. Da quando avere un talento o un’inclinazione ci obbliga a svilupparla?”.

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