“Perché facciamo ancora i bambini? Perché era importante per quel dottore che io ne facessi uno? Le donne devono avere i bambini perché devono essere occupate”, riflettere Sheila Heti nel suo nuovo libro, "Maternità". E ancora: “Quando penso a tutta la gente che nel mondo vuole vietare l’aborto, mi sembra che il senso possa essere uno solo: non è che vogliono una persona nuova al mondo, vogliono che le donne si occupino innanzitutto di tirare su i figli”. E siccome “il personale è sempre politico”, nel caso di "Maternità" è la portata stessa del tema a rendere il libro rilevante in un contesto culturale che, da un lato, vede una rinascita del femminismo, ma dall’altro spesso si basa ancora su una società che esalta la famiglia nucleare e, soprattutto, la figura della donna-madre... - L'approfondimento, in cui si parla anche di autrici come Rachel Cusk, Elif Batuman e Maggie Nelson

“Oggi, fra me e me, ho definito così il concetto di sentimentale: il sentimento sull’idea di un sentimento. E mi è sembrato che le mie propensioni per la maternità fossero molto legate all’idea di un sentimento sulla maternità”, scrive Sheila Heti (nella foto in copertina ritratta da Steph Martyniukin) in Maternità (Sellerio, traduzione di Martina Testa).

sheila heti

Nel suo nuovo libro la scrittrice canadese ritorna a raccontare un periodo della sua vita, in questo caso dai trentasette ai quarant’anni, in cui si ritrova a riflettere sulla maternità. A partire da una domanda – perché non desidera avere figli, e se veramente è così – traccia una storia molto personale, come già aveva fatto in La persona ideale, come dovrebbe essere? (Sellerio, traduzione di Moira Egan e Damiano Abeni), che diventa ben presto politica.

Sheila Heti

Come ricorda Valentina Della Seta su Rivista Studio, infatti, “il personale è sempre politico”, e nel caso di Maternità è la portata stessa del tema a rendere il libro particolarmente rilevante in un contesto culturale che, da un lato, vede una rinascita del femminismo, ma dall’altro spesso si basa ancora su una società che esalta la famiglia nucleare e, soprattutto, la figura della donna-madre.

“Perché facciamo ancora i bambini? Perché era importante per quel dottore che io ne facessi uno? Le donne devono avere i bambini perché devono essere occupate”, si trova a riflettere Sheila Heti ripensando all’aborto a cui si è sottoposta da ventenne e al medico che ha cercato di dissuaderla dall’interrompere la gravidanza. E ancora: “Quando penso a tutta la gente che nel mondo vuole vietare l’aborto, mi sembra che il senso possa essere uno solo: non è che vogliono una persona nuova al mondo, vogliono che le donne si occupino innanzitutto di tirare su i figli”.

L’opera si inserisce nel filone dell’autofiction e delle personal essays, che sembra essere il formato preferito dalle autrici che vogliono affrontare temi di militanza attraverso il racconto di storie personali, o parzialmente tali. Pensiamo alla trilogia di Rachel Cusk (che nel 2001 ha scritto anche un saggio – per l’appunto – sulla maternità, Puoi dire addio al sonno) di cui ora in Italia sono stati pubblicati da Einaudi i primi due capitoli, Resoconto e Transiti (entrambi tradotti da Anna Nadotti), o L’idiota di Elif Batuman (Einaudi, traduzione di Eva Kampmann). O ancora, gli Argonauti di Maggie Nelson (Il Saggiatore, traduzione di F. Crescentini).

Come nelle opere delle colleghe, anche Sheila Heti in Maternità si mette a nudo attraverso la figura di una narratrice-alter ego. E come ha fatto Batuman, tra le altre, racconta anche la propria famiglia, in particolare il ramo femminile: la madre medico che va a vivere da sola per poter studiare, lasciando i figli al marito, e la nonna Magda, sopravvissuta ai campi di concentramento.

Tramite le loro storie Heti cerca di disegnare un albero psico-genealogico in cui trovare una risposta alla sua decisione di non diventare madre e al suo desiderio di “non rispondere a nessuno, non compiacere nessuno, lasciare tutti in sospeso, da maleducata”.

La sua paura, infatti, è quella di non rispondere allo stereotipo della “camerierina, sempre attenta a tutto”, che accumula “gentilezze dispensate a chiunque nella speranza di piacere”. E quindi essere tagliata fuori da una società che, alla fine, si aspetta questo dalle donne. E, ovviamente, che facciano figli.

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