Se è vero che ogni scrittore nelle sue opere scrive e riscrive la propria ossessione, quella di Elif Batuman deve essere la letteratura russa, fin dai tempi di Harvard. Periodo di cui l'autrice scrive un vero e proprio resoconto nel suo ultimo libro, "L'idiota", in cui ricostruisce il momento in cui è nato il suo amore per la "russità" - L'approfondimento sull'opera della scrittrice

“L’enigma del comportamento umano e della natura dell’amore sembrava legato al russo. Questa associazione fu ulteriormente rafforzata quando io stessa mi innamorai di uno dei miei compagni del corso di russo, un laureando in matematica”, scrive Elif Batuman nel suo primo libro, I posseduti: storie di grandi romanzieri russi e dei loro lettori (Einaudi, traduzione di Eva Kampmann).

Nella sua nuova opera, L’idiota (Einaudi, traduzione di Martina Testa), la scrittrice, che ha studiato letteratura russa a Harvard e poi a Stanford, racconta il suo anno da matricola nel prestigioso ateneo del Massachusetts.

Siamo nel 1995 e la protagonista, diciottenne, del suo primo giorno al campus dell’università ricorda la scoperta delle email. Per la prima volta anche lei, Selin (è palese che si tratti di un alter ego della scrittrice), ha il suo indirizzo di posta elettronica. Uno strumento che diventerà fondamentale. Nella scelta dei corsi da seguire dimostra il suo interesse per il linguaggio: letteratura e lingua russa, ma anche linguistica e il particolare Mondi Costruiti, corso tenuto da un artista newyorkese.

Ma è proprio a russo, dove ogni lezione la classe legge un libro che racconta l’avventura di Vera, una giovane che va fino in Siberia in cerca del suo innamorato, che incontra Ivan. Studente di matematica ungherese, più grande di lei di qualche anno, è la scintilla che innesca l’amore della protagonista (Batuman) per la letteratura russa. E con cui Selin scambierà lunghissime email per tutto l’anno accademico e l’estate successiva.

Come fa una persona che in realtà non aspira a una carriera universitaria a passare sette anni in un sobborgo californiano a studiare la forma del romanzo russo?”, scrive Batuman ne I posseduti, in cui raccoglie esperienze legate alla sua carriera di ricercatrice a Stanford e uno strano viaggio in Uzbekistan per imparare l’uzbeko a aneddoti sui grandi autori russi.

Lei stessa, nel libro, si dà una risposta, e parla di “conseguenza dell’amore e dell’attrazione per la ‘russità’”.
La “russità” sembra lontana dalla realtà in cui è cresciuta Elif Batuman, che è nata negli Stati Uniti nel 1977 da genitori turchi e che ha vissuto con la madre nel New Jersey, prima di iniziare l’università.

La madre, medico proveniente da una facoltosa famiglia turca – tanto che ha frequentato l’esclusiva scuola americana di Ankara – è un personaggio importante per la formazione letteraria di Batuman, che scrive: “Mi chiedeva spesso di spiegarle il vero significato delle cose, film, libri… Mi poneva quelle domande con il pretesto che io ero madrelingua inglese e lei no”. E proprio nella casa turca della nonna, da ragazzina, Elif legge una copia di Anna Karenina appartenuta alla madre.

La scrittura è un altro elemento che ritorna nei libri di Elif Batuman: ne I posseduti l’autrice racconta di essersi presa un anno sabbatico da Stanford per scrivere. Il risultato? “Non fu un romanzo. Non aveva né un inizio né una fine, né sembrava raccontare una particolare storia. Per me fu una cosa sorprendente e difficile da capire. Avevo temuto la possibilità di soffrire del blocco dello scrittore, ma non avevo previsto la possibilità di produrre un enorme non-romanzo”.

Ne L’idiota, invece, ricorda di aver scritto un racconto ambientato in un hotel tutto rosa in Messico – basato su un evento realmente accaduto a lei e alla madre, durante una vacanza. Ma, dopo aver spedito l’opera alla rivista del campus, “il terrore mi serrava lo stomaco. Mi piaceva l’idea di aver vinto un concorso e di essere stata scambiata per un maschio, ed ero felice per i cinquanta dollari. Ma non volevo che il mio racconto venisse pubblicato, e non volevo leggerne un pezzo davanti a tutti. Non volevo che qualcuno pensasse che lo trovavo bello”.

Non è un caso, quindi, che i due libri finora pubblicati dall’autrice non siano romanzi, ma personal essays, frutto di un processo di ricostruzione del passato, di autofiction.

Sia L’Idiota sia I posseduti – che riprendono i titoli di due romanzi di Dostoevskij, L’idiota appunto e I demoni (il cui titolo in inglese è stato tradotto anche come The Possessed) – raccontano dei momenti della vita dell’autrice che ruotano attorno alla sua formazione, alla passione per la letteratura russa, ai suoi viaggi in Turchia in visita alla famiglia, ma anche a quelli in Ungheria, dove ha lavorato a un campo estivo, in Uzbekistan, in Russia per un convegno di studiosi di Tolstoj.

Se è vero che ogni scrittore nelle sue opere scrive e riscrive la propria ossessione, quella di Elif Batuman deve essere la letteratura russa, fin dai tempi di Harvard.

Batuman, però, lascia anche spazio alle ansie e alle paure di una giovane donna che si trova ad affrontare l’amore, la vita lontana dalla famiglia e innumerevoli altre sfide. Tanto che da lettore è difficile non empatizzare con la Elif diciottenne che, alta un metro e ottanta e con il quarantatré di piede, gira per il campus con un paio di jeans tagliati e una maglietta con un orsacchiotto stampato sopra. E d’inverno si avvolge in un gigante cappotto deforme. “Com’era possibile che non avessi i vestiti giusti per nessun tipo di clima?”, si chiede la scrittrice, vent’anni dopo, ne L’idiota.

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