Sindaca, architetta, avvocata: c’è chi ritiene intollerabile una declinazione al femminile di alcune professioni. Nel suo nuovo saggio, la sociolinguista Vera Gheno smonta le convinzioni linguistiche della comunità italiana, rintracciandone l’inclinazione irrimediabilmente maschilista - Su ilLibraio.it un capitolo

Sindaca, architetta, avvocata: c’è chi ritiene intollerabile una declinazione al femminile di alcune professioni. E dietro a queste reazioni c’è un mondo di parole, un mondo fatto di storia e di usi che riflette quel che pensiamo, come ci costruiamo. Attraverso le innumerevoli esperienze avute sui social, personali e dell’Accademia della Crusca, Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione mediata dal computer, nel saggio Femminili singolari – Il femminismo è nelle parole, smonta le convinzioni linguistiche della comunità italiana, rintracciandone l’inclinazione irrimediabilmente maschilista.

Questo libro mostra in che modo una rideterminazione del femminile si possa pensare a partire dalle sue parole e da un uso consapevole di esse, vero primo passo per una pratica femminista. Tutto con l’ironia che solo una “social-linguista” può avere.

La verità è che i femminili sono comuni nelle professioni in cui le donne erano abituali, e meno comuni laddove le donne, fino a tempi recenti, erano una rarità. Ha senso quindi mantenere distinzioni tra mestieri al femminile e mestieri al maschile? E se fosse proprio questa una forma di discriminazione? “Se faccio un mestiere figo, allora mi definisco al maschile. Ma operaie, sarte, maestre, stagiste tranquillamente”.

L’autrice insegna all’Università di Firenze, è stata collaboratrice storica dell’Accademia della Crusca e lavora con Zanichelli. Tra le sue ultime pubblicazioni Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network (Cesati, 2017) e Tienilo acceso (Longanesi, 2018, scritto con Bruno Mastroianni).

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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Segretaria è meno figo di segretario

FB-F
Segretario e segretaria coesistono, ma se intendo segretario comunale o cariche superiore, dire segretaria si sminuisce il ruolo.
9 mar 2019 14:39

È assolutamente vero: la segretaria fa pensare istintivamente a un lavoro meno blasonato del segretario, come la direttrice di un direttore (non a caso, alcune donne “al comando” si fanno chiamare direttora), la maestra di un maestro come direttore d’orchestra. Ciononostante, queste connotazioni possono essere cambiate dall’uso. Il giudizio che diamo istintivamente su
queste parole è quasi come un riflesso pavloviano, non del tutto cosciente: un automatismo linguistico dovuto a un pre-giudizio che quasi non passa dal giudizio raziocinante. Daniel Kahneman lo collegherebbe a quello che lui chiama Sistema 1, che “opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario” *

E il pregiudizio linguistico, fondamentalmente dovuto a un’abitudine, può venire cambiato come qualsiasi altro tipo di pregiudizio. Avere pregiudizi è in qualche modo naturale: servono per ‘farci un’idea’ di ciò che ci circonda senza ripartire tutte le volte da zero. Ma occorre fare attenzione perché i pregiudizi non diventino soverchianti. La tendenza umana è quella, poiché a nessuno piace cambiare idea: cambiare idea richiede sempre un piccolo sforzo. In questo caso, per fare solo un esempio, se le segretarie di partito o comunali (qualora, ovviamente, ce ne fossero) si definissero in massa così, al femminile, piano piano cambierebbe anche la connotazione ‘sminuente’ che non è contenuta nella parola, ma che le sovrapponiamo noi parlanti

* Daniel Kahneman, 2017, Pensieri lenti e veloci, Milano, Mondadori, cap. 3 I due sistemi.

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