“Un'opera non può e non deve ridursi a ciò che riguarda direttamente l'autore. Che poi, anche la definizione di 'ciò che mi riguarda', in fondo, non è per niente banale. Cosa mi riguarda veramente? La mia esistenza? Ciò che ho vissuto? Significa che non posso scrivere del passato? Credo che in questo modo si rischi di confinare la scrittura di finzione in un pericoloso autobiografismo. Non che l'autobiografismo sia un male, però non deve essere coercitivo...”. In occasione dell’uscita di "Prima di noi" (e mentre si parla di una possibile candidatura al premio Strega, che l'autore non commenta), Giorgio Fontana, vincitore del Premio Campiello 2014, racconta a ilLibraio.it il suo nuovo romanzo, "Prima di noi", e parla del suo rapporto con i social (che non usa), del ruolo della letteratura e del valore della scrittura - L'intervista

Giorgio Fontana (nella foto di Tania Madaschi, ndr) è uno scrittore riservato, su cui non circolano tante informazioni. Ovviamente si sa che ha vinto il Premio Campiello nel 2014 con Morte di un uomo felice (Sellerio); i suoi lettori lo conoscono come un romanziere in grado di costruire personaggi indimenticabili, come il protagonista di Un solo paradiso (sempre Sellerio); forse qualcuno sa che Fontana è anche sceneggiatore di Topolino, e che scrive lunghi e interessanti interventi su diverse riviste culturali.

Le cose che si conoscono, insomma, sono essenzialmente quelle che contano e che lo riguardano in quanto scrittore. Questo perché, a differenza di gran parte dei suoi colleghi, Giorgio Fontana, classe ’81, ha deciso di tagliarsi fuori dal girone dei social (non ha Twitter, non ha Facebook, né Instagram e neppure Whatsapp), di sottrarsi alle dinamiche da #polemichetta e di sedare la smania di dover a tutti i costi esprimere la propria opinione, aggiornando costantemente il suo status con foto e dettagli della sua vita personale.

Di solito, quando ha qualcosa da dire, Fontana, scrive sul suo blog (e sono riflessioni articolate e brillanti, che non potrebbero mai rientrare nello spazio di un post): “È stata una scelta assolutamente individuale”, ci spiega lo scrittore, che abbiamo incontrato a Milano: “Non ho giudizi moralistici in merito, anzi credo che siano strumenti con delle grandi potenzialità. Semplicemente mi sono accorto che, stando sui social, la mia scrittura peggiorava, sentivo la corrosione del linguaggio e della qualità del mio ragionamento“.

Sul tavolo di una sala da té nel centro della sua città, il telefono di Fontana – un Nokia vecchio modello con i tasti scoloriti – testimonia quanto appena detto: il suo totale e sincero distacco da questo mondo digitale, che sovrabbonda di parole e di corse affannate a far sentire la propria voce. Certo è che in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, di cui già molto si sta parlando, la decisione di non promuovere il libro attraverso le proprie pagine social potrebbe risultare anacronistica: “No, in questo caso mi sembra che i social vengano un po’ sopravvalutati. Io mi rendo molto disponibile ad andare in giro per le presentazioni e credo che, alla fine, questo sia sufficiente”.

prima di noi Giorgio fontana

Ma parliamo proprio della sua ultima opera, Prima di noi (Sellerio). Si tratta di un progetto davvero ambizioso, un testo che ripercorre un intero secolo di storia, il Novecento, attraverso le vicende della famiglia Sartori: “Ho iniziato a pensare a questo libro una decina di anni fa. Mi sono ritrovato a pensare a un evento accaduto al mio bisnonno, che ha disertato durante la rotta di Caporetto e che ha messo incinta una ragazza del Friuli. La sua storia è diventata quella di Maurizio Sartori, dando così inizio alla narrazione del romanzo”. Ci sono quindi elementi autobiografici all’interno del libro? “No, e non voglio assolutamente che passi questo messaggio. Solo lo spunto iniziale riguarda la mia famiglia. Era un nucleo che mi sembrava gravido di possibilità narrative. Sono molto debitore ai diari e alle lettere di mio nonno, a cui ho dedicato il libro, ma Prima di noi è un’opera di finzione“.

Un’opera di finzione, certo, che però ricostruisce con uno sguardo meticoloso un arco temporale che va dal 1917 al 2012: “Da subito, nella mia intuizione, era presente l’idea di voler raccontare quattro generazioni e di costruire una saga familiare. Prima di mettermi a scrivere, quindi, ho trascorso tanti anni a studiare, documentarmi, fare ricerca storica. E poi ho iniziato a immaginare la trama, a delineare i personaggi, che poi è il lavoro più piacevole per chi scrive”.

La scrittura diventa quindi un atto scrupoloso di ricostruzione e approfondimento, al quale è necessario dedicare, sempre e in ogni caso, la massima cura: “Non parlo solo di questo romanzo. Anche quando ho scritto Un solo paradiso, per esempio, ho letto molta saggistica sull’amore e sul disamore, mi sono informato sulla topografia di Milano per descrivere i luoghi nel modo più preciso possibile. È una questione di onestà intellettuale“.

E a proposito dell’onestà intellettuale degli scrittori: lentamente si sta facendo strada, da oltreoceano, un dibattito culturale che ruota attorno al dubbio su cosa gli scrittori possano o non possano narrare. Si è espressa in merito, in modo molto chiaro, Loredana Lipperini sul suo Lipperatura, mettendo in evidenza come “ormai da una quindicina d’anni, ci stiamo abbarbicando attorno al concetto di autenticità: secondo il quale un romanzo è degno solo se riporta l’esperienza diretta, o presumibilmente diretta, di chi lo scrive”. Sembra che un’opera, per essere considerata valida, debba per forza riguardare aspetti personali o episodi di vita vissuta: in altre parole, bisognerebbe scrivere solo di quello che si conosce e che ci riguarda. “Ma un’opera non può e non deve ridursi a ciò che riguarda direttamente l’autore. Che poi, anche la definizione di ‘ciò che mi riguarda’, in fondo, non è per niente banale. Cosa mi riguarda veramente? La mia esistenza? Ciò che ho vissuto? Se non sono mai andato nel passato significa che non posso mai scrivere del passato? Credo che in questo modo si rischi di confinare la scrittura di finzione in un pericoloso autobiografismo. Non che l’autobiografismo sia un male, però non deve essere coercitivo. Naturalmente tutto questo deve essere bilanciato, perché, come dicevo, lo scrittore ha la responsabilità di non commettere errori, di non offendere le persone che sono coinvolte nella storia che sta raccontando, ma soprattutto di costruire personaggi sfaccettati e credibili. Se così non fosse, ci sarebbe il fallimento del romanzo“.

Appena si inizia a leggere Prima di noi, si capisce subito di trovarsi davanti a un romanzo singolare, che a fatica potrebbe essere accomunato a qualche altro titolo. Nonostante in questo periodo siano in molti a parlare di un ritorno del romanzo storico, e nonostante siano tanti i titoli di questo genere protagonisti nelle classifiche di vendita, da Le Assaggiatrici di Rosella Postorino, a M – Il figlio del secolo di Antonio Scurati (che ha vinto il premio Strega 2019), passando per il nuovo Mara di Ritanna Armeni (in uscita per Ponte alle Grazie), il libro di Fontana si colloca in una dimensione tutta sua: “Non mi piace pensare a cosa va di moda e cosa no, in generale non voglio farmi influenzare da queste dinamiche. E del resto ho iniziato a immaginare questo progetto dieci anni fa, e a scriverlo circa cinque anni fa. Quindi ero completamente ignaro di questo ‘ritorno'”.

Certo, la mole del romanzo (poco meno di novecento pagine) potrebbe scoraggiare qualche lettore, ma Fontana preferisce non soffermarsi su questo aspetto: “Posso solo dire che ho scritto le pagine che erano necessarie per raccontare questa storia, il cui cuore tematico è il tentativo di superare una colpa, una condanna, un peccato che dal padre ricade sui figli. Non ho pensato a come potesse reagire il pubblico”. Infatti, anche durante la sua esperienza come docente di scrittura alla Scuola Holden di Torino, il messaggio più importante che cercava di comunicare alle sue classi era l’importanza assoluta del testo: “Quando si scrive bisogna pensare solo a quello che si scrive”.

Lo scoraggiamento, in ogni caso, sarebbe soltanto iniziale: il romanzo scorre “con passo lieve e rapido”, come scrive Benedetta Tobagi su Repubblica, soprattutto grazie all’utilizzo di una prosa agilissima, di capitoli brevi e di dialoghi narrativi, che portano avanti l’azione e che conferiscono alla scrittura un ritmo turbinoso: “Per quanto riguarda lo stile dei dialoghi mi sono lasciato ispirare da Underworld di Don DeLillo, ma in generale sono molti i testi che hanno contribuito a creare l’immaginario del mio romanzo, da Il cavallo rosso di Eugenio Corti, a Suite francese di Irène Némirovsky, passando per Maria Zef di Paola Drigo e Una questione privata di Beppe Fenoglio”.

Ma al di là del numero di pagine, quello che colpisce più tutto del romanzo è la potenza di certe immagini, da quelle più crude che rappresentano le violenze delle due guerre, a quelle più intime e romantiche, che rivelano l’umanità e il carattere della famiglia Sartori. Immagini che restano così impresse, che sembra di averle viste più che averle lette. E se ci fosse la possibilità di un adattamento cinematografico o seriale? “Non ci ho pensato, a dire la verità. Ma sarebbe molto bello“.

Quanto alle voci che già iniziano a circolare su una sua possibile candidatura allo Strega (ne ha scritto proprio ilLibraio.it prima di Natale), Fontana commenta con pudore e gentilezza: “Il libro è appena uscito. Direi che è presto per parlare”.

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