Herman Melville (1 agosto 1819 – 28 settembre 1891) è considerato uno dei padri della letteratura e dalla sua penna è uscito il capolavoro "Moby Dick". Ma lo scrittore ha trascorso una vita di ristrettezze economiche, incompreso dai suoi contemporanei - L'approfondimento

Quella di Herman Melville (nella foto Getty Editorial, ndr) è una storia al contrario. Dalla ricchezza alla miseria, dalla fama al semianonimato, malgrado le amicizie importanti e una famiglia – quella della moglie – piuttosto benestante. È il 28 settembre del 1891 quando, Melville, padre della balena più iconica e del capitano più citato della storia della letteratura, muore nella completa indifferenza dei suoi concittadini.

Herman Melville: il destino viaggia su un mercantile

Melville nasce l’1 agosto del 1819 in una famiglia di commercianti. È il Diciannovesimo secolo e siamo a New York: non deve quindi stupire se la sua fantasia viene fin dalla primissima età asserragliata da racconti di terre lontane e imprese straordinarie.

La sua infanzia è quella, semplice e studiosa, di un giovane membro della buona borghesia. Ma quando ha appena undici anni qualcosa nella gestione delle finanze famigliari si inceppa, suo padre è costretto a dichiarare bancarotta e trasferirsi con la famiglia vicino ad Albany, sul fiume Hudson. L’angoscia e, soprattutto, un incidente in carrozza, fanno sprofondare l’uomo in una crisi nervosa che diventa presto patologica, fino a ucciderlo.

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Melville si trova così senza un padre e improvvisamente povero, in un’età in cui è difficile elaborare un cambiamento così radicale. Come molti ragazzi della sua età in ristrettezze economiche, si mette a lavorare. È un lungo periodo in cui l’allegria è poca e i cambiamenti di prospettiva continui, finché, quando ha raggiunto i vent’anni, viene contattato dal fratello, che è tornato a New York. Questi gli parla delle navi mercantili che affollano il porto e necessitano sempre nuovi marinai, e Melville non se lo fa ripetere due volte: i ricordi d’infanzia tornano a prendere forma e si ritrova in men che non si dica al largo dell’Atlantico, in rotta verso Liverpool.

Gli anni delle grandi avventure: da Typee a Moby Dick

Per Melville comincia una fase di viaggi nell’Oceano Pacifico a bordo di quelle stesse baleniere su cui, mezzo secolo dopo, si troverà uno scrittore inglese: Sir Arthur Conan Doyle. Questi lunghi viaggi e le vere e proprie avventure che Melville vive sono d’ispirazione per i romanzi che gli daranno, inaspettatamente, la fama, come Typee (1846) e Omoo (1847), ma anche Giacchetta bianca (1850), che fa riferimento al suo arruolamento su una fregata da guerra. Una volta tornato sulla terraferma, per restarci, Herman Melville da marinaio è diventato scrittore, contribuendo con la sua opera alla fortuna di una letteratura “di genere”, quella d’avventura. Sembra che finalmente le tribolazioni per questo, ancora giovane, figlio di mercante siano finite: compra una casa in Massachusetts, si sposa con una donna, Elizabeth, da cui avrà quattro figli. Ma non è così, Melville è un uomo sfortunato, e la vita aspetta solo di presentargli il conto.

Omoo, Melville, Clichy

Lo farà con l’uscita del suo capolavoro: Moby Dick (1851). Un’opera mastodontica che unisce le caratteristiche del romanzo d’avventura a una profonda analisi filosofica e antropologica e che viene dedicata dall’autore a un altro grande autore statunitense e suo caro amico: Nathaniel Hawthorne. Il romanzo, però, non ha il successo sperato: ignorato tanto dal pubblico quanto dalla critica (e di questo si lamenterà Hawthorne stesso), porta inesorabilmente il suo autore a un progressivo oblio nel bel mondo delle lettere.

Un nuovo declino

Melville diventa un uomo di casa, dedito alla scrittura e alla sua fattoria, mentre il pubblico progressivamente si disaffeziona alle sue storie e ai suoi personaggi. Le opere successive, infatti, non hanno più fortuna di Moby Dick: le reazioni al romanzo psicologico Pierre, o delle ambiguità (1852), sono tutto fuorché lusinghiere, e ugualmente scarsa fortuna hanno i racconti, come Bartleby lo scrivano, un’analisi dell’annichilimento provocato dai lavori d’ufficio ancora attuale e, forse, troppo novecentesca per essere accolta favorevolmente dai lettori, ancora privi di macchina del tempo, del 1853.

Melville, Bartleby, Einaudi

Neanche il tentativo di ridestare la sua vecchia popolarità con un ciclo di conferenze al termine di un viaggio in Inghilterra, Palestina e Italia va a buon fine: Melville è terribilmente noioso e non ha la verve dell’oratore. Torna così a fare un lavoro che somiglia terribilmente a quelli della sua gioventù, ma mezzo secolo dopo: l’ispettore doganale al porto di New York. Una posizione che occuperà per venti lunghi anni.

Anche sul piano famigliare, Melville non è più fortunato: dei quattro figli gliene sopravvivono solo due, le due femmine. I due maschi hanno un destino ugualmente drammatico: uno muore suicida ancora adolescente, mentre l’altro abbandona la casa paterna per vivere sulla strada, e la strada ha la meglio su di lui.

Quando anche Herman Melville arriva alla fine della sua vita, ha settant’anni e, ormai, a ricordarsi di lui sono solo pochi intimi. Quello che succederà, in occasione del centenario della sua nascita, è ormai storia: le sue opere vengono rilette, ripubblicate, hanno nuovo lustro, e Moby Dick acquista finalmente il posto che merita tra i capolavori della letteratura mondiale. Melville, però, non lo saprà mai.

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