In occasione dell'uscita nelle sale di "Magic in the moonlight", IlLibraio.it propone un viaggio nel cinema. Di Woody Allen e di quei registi convinti che la settima arte sia (anche, e innanzitutto) un effetto illusionistico... - I video e la recensione

It’s a kind of magic. La magia è quella del cinema. E Woody Allen, regista e prestigiatore come illustri suoi predecessori, da George Méliès a Orson Welles, sembra credere in quest’incanto con una convinzione costante, prolifica e inesausta. Che il cinema sia (anche, e innanzitutto) un effetto illusionistico lo sapevano bene i primi spettatori (quelli in fuga dal treno dei fratelli Lumière) come un maestro della Settima Arte quale Alfred Hitchcock, che ha fatto della dialettica fra suspence e sorpresa, essenziale in ogni buon gioco di prestigio, uno degli assi portanti della sua narrazione, per non parlare di quei registi, da David Mamet a Christopher Nolan, che hanno spesso eletto la dinamica sottile dell’inganno a soggetto centrale dei loro film. Ma si pensi anche a chi come Sylvain Chomet (L’illusionista) ha raccontato, struggente omaggio a Jacques Tati, la nostalgia per uno stupore che sembra ormai smarrito per sempre: un canto del cigno così accorato e intenso da ridar linfa poetica e nuova sostanza a quello stesso mondo proprio nel fotografarne la scomparsa (con un’operazione per certi versi accostabile allo sguardo alleniano di Broadway Danny Rose o di Radio Days).

Del resto Allen era stato chiaro in tema di illusioni: “tutti ne hanno bisogno, come di aria che respirano” sentenziava il maestro prestigiatore, svanendo poi nel nulla, nel finale di Ombre e nebbia, facendo eco a quel memorabile “la maggior parte di noi ha bisogno di uova” (sul tipo della storiella che non può che assecondare il delirio del fratello che si crede una gallina) che sanciva in altra forma sostanza analoga, nelle ultime battute di Io e Annie.

E tutto il cinema del regista newyorkese torna costantemente sulla dimensione magica e paradossale, assurda eppure indispensabile, delle illusioni: dalle polveri fatate che consentono l’invisibilità in Alice all’osmosi incantata fra schermo e realtà (La rosea purpurea del Cairo) la magia è fatta, come il cinema stesso, di un rapporto fluido e inestricabile fra immaginario e realtà, e questa “materia di cui sono fatti i sogni” prende di volta in volta la forma del fantasma di Bogart di Provaci ancora, Sam, dei viaggi nel tempo mitico della Ville Lumière di Midnight in Paris, passando per l’enorme yiddishe mame che domina il cielo di Edipo relitto (episodio di New York Stories). L’utilizzo del fantastico, dell’elemento magico, diventa così strumento (effetto speciale: metafora e stratagemma) per raccontare l’animo umano e i suoi numerosi (auto)inganni (si pensi anche al colpo di genio del personaggio letteralmente fuori fuoco di Harry a pezzi o alla metafora incarnata, esemplare di ogni trasformismo, di Zelig).

Non stupisce dunque che il mago Allen, lo aveva già fatto apertamente in La maledizione dello scorpione di Giada con esiti più modesti, metta in quest’ultimo film al centro della storia direttamente un prestigiatore (Stanley) alle prese con una falsa (?) medium (Sophie). Se la trama di Magic in the moonlight è un tantino esile, quand’anche confezionata col consueto mestiere (attori, scenografie, ambienti, costumi, musica e fotografia costituiscono qualità e riconoscibilità immediata del brand alleniano), l’opposizione fra razionalità e illusione, fra cuore e cervello (“i miei non si danno neppure del tu” diceva il regista interpretato da Woody in Crimini e misfatti) costituisce da sempre il nucleo fondante della poetica del regista. Lo scontro fra un prestigiatore scettico e disilluso e una ragazza un po’ manipolatrice e un po’ vittima (che pur si chiama Sofia, e non è certo un caso) è il terreno ideale per raccontare questo conflitto e per dimostrare che il cinema forse può ancora essere un “medium genuino”, come deve ammettere pubblicamente il prestigiatore razionalista conquistato dai poteri paranormali della ragazza che lo ha sedotto. Ché l’innamoramento, sembra dire l’autore, appare un istante sospeso, per quanto subitaneo e ingannevole, di stupore e conoscenza, vero miracolo e rapimento dell’incontro che dà corpo alla magia: la danza sulla Senna che sfocia in levitazione di Tutti dicono I love you.

Forse non è un caso che il momento chiave di questa manipolazione reciproca – consapevolezza, rivelazione e perdizione a un tempo – sia propiziato e coronato da un cielo stellato (reminescenze del planetarium di Manhattan), in cui la moonlight è tanto seducente quanto palesemente artefatta (al cinema, qualcuno ha osservato, tutti i cieli stellati – non registrabili dalla sensibilità di una pellicola normale e dunque invisibili alla macchina da presa – sono per forza finti). Ed ecco dunque, in una sequenza di ribaltamenti di prospettiva per molti aspetti prevedibile ma non per questo meno godibile (non si potrebbe dire così dell’ultima decade filmografica alleniana?), che nulla si rivela infine quello che sembra e, se l’inganno pure viene smascherato, il battito del cuore (se ci sei batti un colpo, secondo l’adagio spiritista), per quanto irrazionale assurdo e ingovernabile, resta sempre una delle ragioni per le quali vale la pena vivere (“il volto di Tracy”, ancora Manhattan, qui ritrovato nello sguardo visionario, dolcemente svagato, di Emma Stone).

Magic in the moonlight si apre però, meno romantico e più ironico, sul primo piano degli occhi di un elefante che, portato sul palco, di lì a poco, scomparirà dalla scena. E la sparizione del pachiderma, celebre numero col quale Houdini conquistò nel 1918 il pubblico dell’ippodromo di Brooklyn, è un’esempio emblematico di quella realizzazione dell’impossibile che è l’arte magica (si legga la bella storia dell’epoca d’oro dell’illusionismo Hiding the Elephant di Jim Steinmeyer), ma al contempo è una bella metafora di quell’altra arte, quella cinematografica, quella dello sguardo appunto (che chiama in gioco la nostra memoria e sensibilità, elefantiache o meno, di spettatori), capace anch’essa, a modo suo, di far parlare i morti, far sparire e apparire cose e persone, tagliare e rimontare storie e vite a piacimento, manipolare il reale tanto dal donare alla pesantezza del mondo una fantasmatica levità (“la vita, con le parti noiose tagliate” per dirla con Hitch). Il vecchio Woody conosce bene tutti i trucchi del mestiere e noi, vittime e complici, ancora ci lasciamo felicemente ingannare dal suo tocco magico, e stiamo al gioco.

IL TRAILER DEL NUOVO FILM

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