"Insegnare non è accendere desktop o schermi di cellulari, ma accendere idee, fare domande, svegliare dubbi, far passare la luce". Nei giorni segnati dalla chiusura di scuole e università per l'emergenza coronavirus, Enrico Galiano, insegnante e scrittore, interviene su ilLibraio.it per raccontare come sta vivendo questa fase di grande confusione, che coinvolge docenti, studenti e famiglie

Il vocabolario della lingua italiana non è certo parco di sostantivi per definire quello che sta succedendo a scuola in questi giorni: baraonda, caos, bolgia, pandemonio, scompiglio, confusione, ognuno scelga quello che preferisce, anche se forse la migliore di tutte resta: un grande, grande, casino.

Telefonate preoccupate in presidenza da parte di genitori in ansia perché vedono i propri figli ciondolare per casa indolenti e sfaccendati e, alla domanda “Ma non c’hai dei compiti da fare tu?” si sentono rispondere dai propri pargoli con un ghigno soddisfatto: “No, sul registro elettronico non c’è niente!”

Telefoni di insegnanti che sfiorano la temperatura di fusione a forza di tutte le vibrazioni provenienti dai nuovi gruppi whatsapp creati all’impronta con gli studenti, perché il registro si impalla sempre e comunque è un inferno per le comunicazioni veloci e alla fine sempre da Zuckerberg tocca tornare.
Sempre gli stessi telefoni improvvisamente vittime di ingorghi di gif, meme, emoji a profusione, fino all’arrivo del salvifico messaggio del prof che mette le cose in chiaro: “Questa chat si usa solo per cose di scuola!”.

Gente che ti incrocia e – rigorosamente a due metri di distanza – ti fa sapere con parole o con espressioni del viso ciò che pensa di te e del tuo lavoro: “Ecco, avete un’altra scusa per non lavorare!”.

Mail intasate di circolari provenienti dalla scuola che esortano a fare tutto il possibile per attrezzarsi con le lezioni online, come se fosse una cosa facile e veloce da fare per tutti, della serie “Toh, ecco, c’ho lì nel cassetto un bel video sui leucociti, ora lo posto sul mio canale!”.

Senza contare che – e diciamolo, una volta per tutte – un buon quarto dei nostri studenti non possiede computer e/o non possiede internet a casa e/o non possiede cellulari costruiti dopo il 2006.

La parola casino, di fronte a tutto questo, assume i contorni del pallido eufemismo: perché semplicemente non eravamo pronti, non sapevamo si dovesse essere pronti, nessuno ci aveva detto mai che sarebbe potuto succedere, e quindi chiediamo umilmente scusa, ci stiamo attrezzando, faremo quel che si potrà fare per non farveli più ciondolare per casa indolenti, ma.

Sì, c’è un ma, grande almeno quanto la confusione che regna fra di noi in questi giorni di virus. E il ma è che: non si può insegnare a distanza. Ripetete con me. Non si può. Insegnare. A distanza. Istruire, sì. Inoltrare informazioni, certo. Trasmettere nozioni, anche. Ma insegnare è un’altra cosa.

È per questo, soprattutto per questo, che siamo così spiazzati. Perché per chi non ha mai messo piede in una classe, forse, è facile immaginare la scena: le cose che devi dire, invece che farlo dalla cattedra, lo fai davanti a una webcam o un cellulare, e festa finita.  Oppure registri un audio, o fai un powerpoint. E poi invii il materiale a tutti. E che ci vuole? Ci vuole che insegnare non è questa roba qua.

Insegnare non è buttare dentro roba: che sia in un computer, in una piattaforma cloud o in una testa di un ragazzo. Insegnare è tirare fuori roba.  Insegnare non è mettere insieme ingredienti, un po’ di grammatica qua, un po’ di storia là: insegnare è mescolare. Muovere energia. Insegnare non è accendere desktop o schermi di cellulari, ma accendere idee, fare domande, svegliare dubbi, far passare la luce.

Per cui sì: ci attrezzeremo, ci stiamo attrezzando, e studieremo nuove idee per fare scuola anche dall’isolamento in cui siamo: ma se siamo così in difficoltà in questo momento è perché sappiamo che insegnare è un’altra cosa.

Insegnare è una cosa che si fa in presenza. A distanza, è come chiedere a Messi di fare una partita ma senza pallone e senza avversari. A guardarlo da fuori sembra sempre calcio, o almeno lo ricorda, ma tu che ci sei dentro lo sai che è tutto un altro sport.

E lo sport dell’insegnante è uno sport che si gioca solo in un modo: insieme ai nostri ragazzi.

L’AUTORE – Enrico Galiano sa come parlare ai ragazzi. In classe come sui social, dove è molto seguito. Insegnante e scrittore classe ’77, dopo il successo dei romanzi Eppure cadiamo feliciTutta la vita che vuoi e Più forte di ogni addio, ha pubblicato un libro molto particolare, Basta un attimo per tornare bambini, illustrato da Sara Di Francescantonio. Il suo nuovo romanzo, Dormi stanotte sul mio cuore, è in uscita a maggio sempre per Garzanti.

Qui tutti gli articoli scritti da Galiano per ilLibraio.it.

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