“Quando l’individuo perde la libertà che aveva un tempo spesso resta passivo, non si fa sentire davanti a scelte politiche discutibili. Il messaggio che volevo trasmettere con 'Vox' è proprio l’importanza di usare la voce, di protestare”, racconta la scrittrice e linguista Christina Dalcher a ilLibraio.it in occasione dell'uscita del suo primo romanzo, in cui racconta un'America governata da fanatici religiosi e in cui le donne non possono pronunciare più di cento parole al giorno... - L'intervista

Cento parole al giorno. Questo è il limite che ogni donna deve rispettare se non vuole essere punita da una scossa elettrica emanata dal braccialetto che porta al polso, un aggeggio munito di un contatore che scatta a ogni parola pronunciata. Nell’America immaginata dalla scrittrice e linguista Christina Dalcher nel suo libro d’esordio, Vox (Editrice Nord, traduzione di Barbara Ronca), governano i Puri, personaggi che uniscono il maschilismo al fanatismo religioso e infarciscono la loro retorica di richiami ai “sani” valori del passato, che mirano a ripristinare dopo anni di perdizione morale e spirituale.

Le donne, oltre a non poter sfiorare le cento parole al giorno, non possono nemmeno lavorare. Non solo: adulteri, omosessuali, cospiratori vengono spediti lontani dalle città, ai lavori forzati.

La protagonista del romanzo, Jean McClellan, come l’autrice è una linguista e, proprio grazie alla sua professione, che la vede impegnata a cercare una cura per l’afasia di Wernicke, patologia che comporta problemi sia nella comprensione del linguaggio sia nella sua produzione, riesce a vivere con una certa libertà. E a escogitare un piano per salvarsi.

ilLibraio.it ha intervistato Christina Dalcher sul suo debutto narrativo.

Per molti anni ha lavorato come linguista, per poi scoprirsi scrittrice. Com’è nato Vox?
“Fino a quattro anni fa non avevo mai scritto nulla, a parte qualche pubblicazione accademica. A un certo punto ho iniziato a interessarmi alla fiction e in un breve racconto ho immaginato un mondo dilaniato da un’epidemia che causa l’afasia di Wernicke, e che quindi toglie l’abilità di comunicare all’umanità. Ho continuato a sviluppare la trama immaginando una donna che è una neurolinguista e che si dedica proprio alla degradazione delle facoltà di linguaggio, poi ho inserito il messaggio politico e l’atmosfera da thriller”.

Margaret Atwood ha raccontato che per scrivere Il racconto dell’ancella ha fatto riferimento solo a fatti realmente accaduti nella storia dell’umanità. Lei come ha costruito il mondo in cui vive Jean?
“Anch’io sono partita dal passato, facendo ricerche sul periodo Vittoriano e in particolare su un movimento in voga all’epoca negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il Cult of domesticity. Si credeva che gli uomini e le donne avessero doveri ben separati: ossia che la vita politica ed economica fosse nelle mani maschili, mentre le faccende femminili fossero solo quelle legate all’ambiente domestico. Ma, soprattutto, che la sottomissione e la purezza fossero valori imprescindibili per una donna”.

In qualche modo è ancora terribilmente contemporaneo…
“Anche negli anni Cinquanta, per riportare le donne in casa dopo che avevano lavorato al posto degli uomini partiti per la guerra, questi valori sono stati ‘riscoperti’. In Vox ho immaginato cosa potrebbe succedere se oggi accadesse qualcosa di simile”.

Quanto teme questa eventualità?
“Mi spaventa sempre l’estrema vicinanza di religione e Stato, che alla fine è un ingrediente fondamentale per costruire una distopia. E quando l’individuo perde la libertà che aveva un tempo spesso resta passivo, non si fa sentire davanti a scelte politiche discutibili. Il messaggio che volevo trasmettere con Vox è proprio l’importanza di usare la voce, di protestare”.

Ritornando al romanzo, Jean è in parte italiana e ha anche un collega che arriva dal nostro Paese. Qual è il suo legame con l’Italia?
“Molti anni fa ho avuto una storia con un ragazzo italiano e così è iniziata la mia fascinazione per il vostro Paese, di cui conosco la lingua. Ho perfino dedicato la mia tesi al dialetto fiorentino! Per quanto riguarda Vox, ho immaginato che il contrasto più forte possibile per il mondo silenzioso in cui vive Jean fosse l’Italia, visto che la lingua è così espressiva che si parla non solo con la voce ma anche con il corpo”.

Ci sono romanzi che hanno ispirato la stesura di Vox?
“Sicuramente 1984 di George Orwell, che ho letto la prima volta proprio nel 1984, quando studiavo ancora alle scuole superiori e che rileggo almeno ogni cinque anni. Poi Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, che ho letto appena arrivato in libreria, a metà anni Ottanta. Questi sono i tre romanzi che mi fanno ricordare che, nel momento in cui lo Stato assume troppo potere, noi cittadini siamo in pericolo”.

La distopia come monito…
“Di sicuro, ogni volta che leggo un romanzo di questo tipo mi spavento, ma poi penso che in realtà il mondo in cui viviamo non è così terribile. Ad esempio non credo che una situazione come quella che ho immaginato in Vox potrebbe realizzarsi presto, ma lo scopo delle distopie è proprio questo: creare scenari esagerati, così da farci inquietare e spingerci a riflettere sulla realtà in cui viviamo”.

Ha già dei progetti per dei nuovi romanzi?
“Quando ho pubblicato Vox ho firmato un contratto per due romanzi, e ora sto lavorando al nuovo libro. Si tratta sempre di una distopia, ma legata all’eugenetica: ho immaginato una selezione basata sull’intelligenza. Però mi piacerebbe anche pensare a un seguito per Vox, visto che il finale della storia in qualche modo è aperto”.

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