"È un libro molto personale, pur non essendo autobiografico: dentro ci sono le mie emozioni". Intervistata da ilLibraio.it, Emma Glass racconta "La carne", storia della vittima di un abuso che si fa giustizia da sola, incapace di parlare di ciò che le è successo...

Peach, la protagonista del romanzo d’esordio di Emma Glass, La carne (Il Saggiatore, traduzione di Franca Cavagnoli), non vuole parlare di quello che le è successo una sera in un vicolo buio, ma non riesce a toglierselo dalla testa, tanto che spesso intravede scie di grasso che testimoniano il passaggio del suo violentatore, Lincoln. Un giorno lo vede perfino a una finestra che la spia, poi la cosa si fa più seria: arrivano lettere anonime e poi tocca ad atti di violenza ingiustificata.

Intanto, il ventre di Peach continua a crescere, gravato dal segreto che si porta dentro senza trovare mai la forza di denunciare ciò che le è accaduto. Eppure le occasioni non mancano: il fidanzato Green, che è forte e stabile come un albero, il professor Custard e perfino i suoi genitori sono presenti attorno a lei e le pongono domande a cui però Peach non riesce a trovare il coraggio di rispondere.

Alla fine Peach capisce che c’è solo una via per guarire da quello che le è successo ed espellere il nocciolo di odio che si porta dentro. Peach, infatti, è una pesca di nome e di fatto, così come il fidanzato è un albero e il criminale Lincoln è una salsiccia. Una scelta peculiare quella dell’autrice, ma che rende il romanzo, già caratterizzato dall’uso di una lingua carica di figure di suono più vicina alla poesia che alla prosa, ancora più surreale.

Com’è nato il libro?
“Prima di diventare un’infermiera ho studiato letteratura e scrittura. Mi è sempre piaciuto scrivere, ma non ho mai visto la scrittura come una professione, soprattutto perché dopo l’università era molto difficile trovare lavoro a causa della recessione. Così sono tornata a studiare per diventare infermiera. La prima metà del romanzo l’ho scritta come progetto finale del mio corso universitario, ma ho messo da parte il testo non appena sono tornata in Galles”.

Poi cos’è successo?
“Sette anni fa sono tornata a vivere a Londra per lavoro e sono rientrata in contatto con gli amici dell’università: abbiamo iniziato a trovarci per scrivere e discutere dei nostri lavori insieme. Avevo già disegnato tutta la storia anni prima, quindi mi sono sentita in obbligo di finirla, prima di poter passare ad altro. Poi l’ho data da leggere a un amico e al mio vecchio insegnante, che l’ha apprezzata e mi ha chiesto il permesso di farla leggere ad altri. Sinceramente non avevo poi così tanto interesse a farlo, più che altro perché avevo paura di ricevere dei rifiuti. Il mio insegnante ha mandato il romanzo a Bloomsbury…”.

Che è diventata effettivamente la sua casa editrice nel Regno Unito…
“Esatto. Sono stata molto fortunata e mi è difficile definirmi una scrittrice, perché ho scritto solo questo libro. Anche accettare quello che ho scritto e l’orrore della storia non è facile… il libro è nato da un processo di scrittura molto scorrevole, quindi rileggerlo e sentire le persone che ne parlano e lo interpretano è ancora un’esperienza nuova per me. Questo romanzo è molto personale, pur non essendo autobiografico: dentro ci sono le mie emozioni”.

Il modo in cui descrive la sofferenza del corpo di Peach dopo la violenza è molto dettagliata: il suo lavoro di infermiera quanto a influenzato questo aspetto del romanzo?
“Quando ho scritto la prima metà del romanzo in realtà non ero un’infermiera, ma il corpo umano mi ha sempre affascinata, in particolare il linguaggio che usiamo per descriverlo e per parlarne. Credo dovremmo conoscere maggiormente i nostri corpi. Quando ho scritto le prime scene del romanzo, avevo bene in mente cosa far vivere al lettore: un’esperienza fisica. Desideravo che ogni parola avesse davvero un significato, che non fosse mai di troppo”.

Nel romanzo si schiudono anche momenti di grande intimità…
“Il mio lavoro di infermiera pediatrica mi permette di vedere le persone anche in momenti molto intimi, in cui hanno abbassato ogni difesa: si creano infatti delle relazioni speciali con le famiglie dei miei pazienti, un argomento di cui mi piacerebbe scrivere un giorno. Ne La Carne, invece, desideravo raccontare la capacità di sopravvivere di Peach e, più in generale, la capacità del corpo di guarire”.

Come è arrivata invece l’idea di raccontare i personaggi come fossero cibo, o comunque non come umani?
“Provo le emozioni in modo molto estremo, ma non c’è nessuno che detesto tanto quanto Peach odia Lincoln. Per questo motivo, per poter scrivere quello che prova la protagonista, ho dovuto pensare a qualcosa che odio. E quando ho iniziato a scrivere il libro si trattava della carne: ero vegetariana. Così ho smembrato delle salsicce crude per trovare le parole e le sensazioni per esprimere il disgusto più totale. Dopo questa esperienza ho deciso di creare anche gli altri strani personaggi del libro partendo proprio dal mio modo di vedere il mondo: quando incontro qualcuno ne focalizzo delle caratteristiche con cui lo identifico”.

Questa scelta però ha influenzato la struttura del romanzo…
“Certamente. Da quando ho pensato a Peach come a un frutto, mi sono dovuta confrontare con il fatto che la frutta ha una vita molto breve. Per questo il tempo trascorre così velocemente nel libro. Ma questa scelta mi è servita anche per creare una distanza emotiva, visto il tema del romanzo, sia per me che per lo scrivevo sia per chi lo legge”.

Infatti ha ammesso di non aver davvero compreso la portata del tema del romanzo mentre lo stava scrivendo…
“Mi interessano le sfaccettature del quotidiano. Quando ho iniziato a scrivere stavo leggendo Gertrude Stein ed ero affascinata dal modo in cui rappresenta gli oggetti comuni. Il mio punto di partenza, quindi, è stato riflettere sulla lingua e il ritmo. E sulla voce di una ragazza frustrata, perché io ero quella ragazza. Man mano che scrivevo le prime righe del romanzo mi sono accorta che la ragazza non poteva solo essere triste: le era accaduto qualcosa di orribile. Ed ero così assorbita dal mondo che stavo costruendo e dal suo ritmo da rendermi conto solo alla fine che stavo scrivendo un libro sulla vittima di una violenza sessuale”.

Un argomento molto attuale…
“Ovviamente ora sono cosciente di quello che ho scritto e anche dell’attualità del tema e non posso fare a meno di pensare a Peach e al suo mutismo in contrasto con le denunce di cui sentiamo parlare anche grazie a movimenti come #metoo e Time’s Up. Si tratta di passi importanti, ma va ricordato che non tutte le vittime si sentono di denunciare sui social media gli abusi subiti. La mia domanda è: denunciare fa sentire meglio le vittime? E sono preoccupata per chi non riesce a trovare una ‘cura’, come Peach nel libro che, nonostante tutte le occasioni che le si presentano, decide di restare in silenzio”.

Ci sono autori che l’hanno influenzata nella stesura del romanzo?

“Bret Easton Ellis, per come scrive di corpi in Meno di zero e per il suo approccio surreale in Lunar Park. A Dylan Thomas, che è del mio paese, Swansea, devo il lirismo. E poi ci sono tantissimi autori a cui devo molto: George Saunders, Lydia Davis, Raymond Carver, che nei suoi racconti sembra scattare delle fotografie ai particolari del quotidiano. Mi ha colpita molto il trascorrere del tempo ne Il nuotatore di Cheever”.

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