Joyce Maynard, "celebre" per la sua relazione - da giovanissima - con Salinger, racconta la sua vita tra amori e perdite. Nel nuovo memoir "Il meglio di noi" parla della relazione con il secondo marito, scomparso a soli tre anni dal matrimonio. Oltre a definire la fine della sua relazione con l'autore de "Il giovane Holden" uno dei momenti a cui pensava di non "sopravvivere"... - L'approfondimento sulla vita dell'autrice e sulla sua opera

Come si reagisce di fronte alla scomparsa della propria anima gemella? Ci sono scrittori che decidono di scriverne – uno degli esempi più celebri e devastanti è L’anno del pensiero magico di Joan Didion. E così fa anche Joyce Maynard (in apertura all’articolo ritratta da Catherine Sebastian, ndr) nel suo nuovo memoir, Il meglio di noi (Nutrimenti, traduzione di Anna Mioni; in uscita a metà ottobre) in cui racconta la relazione, a sessant’anni, con l’avvocato Jim Barringer, scomparso a causa del cancro pochi anni dopo il matrimonio.

Joyce Maynard e Jim Barringer – Credit Cheryl Senter – New York Times

Maynard, autrice di una ventina di libri, tra romanzi e memoir, che ha spaziato durante la sua carriera da un genere all’altro – ha scritto anche per ragazzi e thriller- oltre che giornalista per il New York Times e per molte altre pubblicazioni statunitensi, racconta la riscoperta dell’amore e della vita coniugale a quasi trent’anni dal divorzio dal padre dei suoi tre figli, e parla del ritrovamento di una dimensione domestica e familiare che, però, non è destinata a durare: a pochi mesi dal secondo matrimonio arriva infatti la scoperta della malattia di Jim e inizia il calvario delle terapie per il cancro. 

Maynard scrive a pochi anni dall’accaduto e lo fa raccontando il meglio, ma anche il peggio, come i difficili rapporti con il figlio maggiore di Jim, la sua stessa reticenza all’adattarsi, dopo trent’anni di vita da single, alla routine della convivenza, la malattia.

E anche il suo passato: “Altri momenti a cui non avrei mai immaginato di poter sopravvivere: a diciannove anni – maggio 1973 – quando l’uomo che credevo avrei amato per sempre mi mise in mano due banconote da cinquanta dollari e mi disse di andare via e non tornare mai più, e i molti mesi seguenti in cui lo pregai di parlarmi ancora, di darmi un’altra possibilità. O l’autunno in cui pubblicai un libro su quello che era successo quando avevo diciotto anni – accadeva nel 1998 – e quasi tutti i critici letterari d’America non si limitarono a demolire il mio libro, ma si accanirono anche su di me”.

Joyce Maynard sulla copertina del New York Times Magazine nel 1972

Joyce Maynard per nove mesi, tra il 1972 e il 1973, ha avuto una relazione con il cinquantatreenne Jerome David Salinger, l’autore de Il giovane Holden, oltre che di racconti ormai diventati classici della letteratura americana. E nel 1998 ha deciso di raccontare la sua versione – nonché l’unica visto che Salinger ha vissuto quasi in totale isolamento nella sua casa di Cornish, nel New Hampshire, fino alla morte, avvenuta nel 2010 – della relazione nel memoir At home in the world, in cui svela il primo contatto con lo scrittore avvenuto in seguito alla pubblicazione di un articolo di Maynard, allora studentessa a Yale, sul New York Times Magazine, intitolato An Eighteen Year Old Looks Back On Life. Visto il successo dell’articolo Salinger scrive una lettera alla giovane autrice per metterla in guardia sui pericoli della fama. Venticinque lettere dopo, Maynard si trasferisce a Cornish.

Recentemente Maynard ha scritto un articolo sul New York Times in cui ripercorre di nuovo la sua relazione con Salinger e, visto il nuovo clima creato dal movimento #metoo, si augura che possa essere riletta in modo più obiettivo rispetto al 1998, quando il suo memoir era stato ferocemente attaccato. Inoltre Maynard ha scritto di aver ricevuto numerose lettere dopo l’uscita del libro da donne che avevano avuto un’esperienza simile alla sua: “Avevano ricevuto, a circa 18 anni, una lettera affascinante, magica addirittura, scritta in una voce che ricordava quella di Holden Caulfield, ma firmata con un nome più familiare e con parole che avrei potuto recitare a memoria, da quanto le conoscevo bene. Almeno una di loro si scriveva con Salinger esattamente nell’inverno in cui io vivevo con lui, e facevo così tanta attenzione a non disturbarlo mentre scriveva”.

In seguito Maynard continua a scrivere per il New York Times, fino al 1977 quando sposa Steve Bethel, con cui ha tre figli. Durante questi anni tiene una rubrica chiamata Domestic Affairs in cui racconta la vita famigliare e di coppia e collabora con alcuni femminili. Tuttavia, Maynard non sembra a suo agio nella figura di moglie e infatti ne Il meglio di noi ammette: “Nel matrimonio di quando ero giovane sembrava che occupassi troppo spazio, un fenomeno di cui ero stata consapevole per tutta la vita. Parlavo troppo e quello che dicevo era un po’ troppo sincero secondo alcuni. Cucinavo in modo disordinato, avevo una risata troppo fragorosa e, quando ballavo, in pista occupavo più spazio del dovuto. Non lo facevo apposta – anzi, cercavo in tutti i modi di evitarlo – ma succedeva sempre, e probabilmente qualcuno ne era infastidito”.

Nicole Kidman in “Da morire”

Dal divorzio, avvenuto nel 1989, si dedica all’attività di scrittrice – già iniziata nel 1973 con la pubblicazione del memoir Looking Back: A Chronicle of Growing Up Old in the Sixties – e dal suo Da morire nel 1995 Gus Van Sant trae l’omonimo film con Nicole Kidman, Matt Dillon e Joaquin Phoenix. Protagonista una giovane donna con il sogno di diventare famosa: quando si accorge che il suo matrimonio è di ostacolo alla sua carriera, fa uccidere il marito.

Nel 2013, invece, tocca al romanzo Un giorno come tanti – che racconta come la vita del piccolo Henry e della madre viene sconvolta dall’arrivo di Frank, un carcerato evaso dall’ospedale del penitenziario – diventare un film diretto da Jason Reitman e con Kate Winslet e Josh Brolin nei panni dei protagonisti. E a questo proposito Maynard ci racconta: “Verso la fine dell’estate ci dirigemmo a Shelburne Falls, nel Massachusetts, per l’ultimo giorno di riprese del film tratto da Un giorno come tanti. Era la seconda volta che visitavo il set. Ci ero andata all’inizio delle riprese per insegnare a uno dei protagonisti, Josh Brolin, come preparare la torta che doveva fare il suo personaggio”.

La locandina di “Un giorno come tanti”

Joyce Maynard, infatti, è una cuoca provetta di pie, la tradizionale torta americana, ripiena di frutta e ricoperta da un disco di pasta, tanto da aver dedicato a questa sua passione una sezione del suo sito.

Il meglio di noi è una raccolta di momenti, più e meno felici, della vita di una donna sessantenne che sperimenta di nuovo l’amore dopo anni di appuntamenti – sì, perché ci racconta anche le uscite con uomini conosciuti sui siti di incontri – ma che soprattutto si trova a ripensare, in un periodo di grande sofferenza, alla vita trascorsa. Perché, come scrive lei stessa, “questa è la mia vita e, a conti fatti, non me ne voglio perdere neanche un minuto”.

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