Il 1994 per il Messico è l'anno della rivoluzione zapatista, che ha un ruolo importante nel romanzo di Daniel Saldaña París. L'autore ritrae la storia di un Paese, la sua cultura e la sua sensibilità, e lo fa attraverso gli occhi di un bambino abbandonato dalla madre, decisa a unirsi ai rivoluzionari. L'approfondimento su "La linea madre", una storia sulla correlazione profonda tra i rapporti che ci hanno segnato la vita e la persona che siamo diventati...

Correva l’anno 1994 e si trascinava dietro eventi difficili da dimenticare: il primo governo Berlusconi in Italia, l’ultimo concerto dal vivo di Frank Sinatra in Giappone, il suicidio di Kurt Cobain a Seattle, la vittoria del Brasile ai mondiali statunitensi. E poi, il Chiapas. In uno degli stati meridionali del Messico, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale assediava diverse città, seppur con intenti non violenti, allo scopo di leggere pubblicamente la prima dichiarazione della Selva Lacandona, denunciando la drammatica situazione degli indios.

È in questo periodo di tumulti e speranze, che Daniel Saldaña París ambienta il suo secondo libro, La linea madre (Chiarelettere, traduzione di Giulia Zavagna), che segue l’esordio En medio de extrañas víctimas (Sexto Piso, 2013). Nel romanzo ritrae la storia di un Paese, la sua cultura e la sua sensibilità, e lo fa attraverso gli occhi di un bambino abbandonato dalla madre decisa a unirsi ai rivoluzionari.

La linea madre

A Città del Messico, precisamente nel quartiere di Colonia Educación, un bambino di dieci anni crede che la mamma sia andata in campeggio per le vacanze. Un martedì dopo pranzo Teresa, come il ragazzino chiama la madre, se ne va, lasciando il figlio con una sorella maggiore adolescente e un padre assente. Ad amplificare la sua solitudine è anche la mania per gli origami: figure perfette, una simmetria pura, che, nonostante il duro allenamento, non riesce mai a raggiungere. Nemmeno dopo ventitré anni, mentre scrive questi ricordi dal letto dei propri genitori, dal quale non si alza da molto tempo.

Teresa non è mai tornata a casa, in Chiapas non c’era un campeggio, ma l’uomo con il passamontagna; e il bambino del 1994 l’aveva capito, per cui – per l’errore di un adolescente poco raccomandabile – aveva intrapreso un viaggio in pullman con l’intenzione di recuperare tutti quei pezzi in cui il suo mondo era stato rotto.

Daniel Saldaña París, uno degli autori più apprezzati tra i contemporanei in Messico, non si limita a marginalizzare la situazione che anch’egli, nato nel 1984, ha vissuto alla stessa età del protagonista, ma la rende interdipendente alla storia: giravano voci sui rivoluzionari, c’era chi li odiava e chi stava dalla loro parte; tra i ragazzini nelle scuole serpeggiavano frasi – sentite e ripetute – con “madri puttane”, “assassini” o “colpevoli della situazione messicana“; l’ignoranza della realtà in quel periodo della vita – l’infanzia – e in quel periodo della storia.

Recensione La linea madre Chiarelettere

I genitori del protagonista ritraggono i due diversi pensieri politici presenti all’epoca: la madre è una sostenitrice della Convenzione nazionale democratica, un’attivista anche nella quotidianità, femminista ed emancipata; mentre il padre è un uomo che ha fatto carriera ed è divenuto avido, al quale la sola parola “rivoluzione” fa perdere le staffe.

Parallelamente, Saldaña descrive la cultura messicana delle piccole cose di ogni giorno, fatta di quesadillas e chile habanero troppo piccante per un bambino, autobus che compiono viaggi interminabili all’interno di uno Stato enorme e soldati corrotti, prepotenti e temuti. Racconta l’infanzia e le scoperte della generazione nata tra gli anni ’80 e ’90, dove il nome Kurt rimaneva legato all’immaginario dei Nirvana, i tatuaggi temporanei prendevano piede e un gioco per il Super Nintendo era il miglior regalo da fare a un amico.

foto Daniel Saldaña Paris (foto di Andrea Tejeda K.)
Daniel Saldaña Paris (foto di Andrea Tejeda K.)

È una crescita continua lungo “la linea madre“, di una generazione e di una popolazione, ma prima di tutto di un bambino – che è ormai uomo – attraverso i ricordi: gli stessi che perdono un po’ di autenticità ogni volta che li si rammenta o racconta, diventando più fantasia che verità, portando l’uomo a una conoscenza che – scoprirà – non equivale alla realtà. L’immaginazione, l’immobilità e la consapevolezza sono le tre fasi che il protagonista segue all’interno del romanzo, intersecandosi in tutti i momenti della sua vita.

Le fantasticherie del bimbo portano, durante la lettura, a un piano diverso dal reale, ornando – o addolcendo – la storia: il Rubabambini che gira nel quartiere Educación; la Capsula a luminosità zero che altro non è che un mobile della cameretta; “Ulrich Gonzalez” come nome perfetto per un nuovo bambino, con una nuova vita e una nuova mamma chiamata Mariconchi. Ma il sogno non basta a impedire che gli eventi della giovinezza segnino inesorabilmente il futuro, e quindi la persona che diventerà quel bambino che amava gli origami.

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L’immobilità nel letto dei genitori, categoricamente nella parte sinistra a dare sostegno alla figura della madre e continuando a rinnegare il padre, non è altro che l’incapacità di costruire la propria vita, per il trentatreenne che ha deciso di abbandonare tutto: lavoro, fidanzata, libertà. Fino alla consapevolezza, sfociata dal racconto di tutti quegli eventi, della correlazione profonda tra i rapporti che lo hanno segnato e la persona che è diventata. L’importanza della riflessione, della “pausa dal mondo” quando questo continua a girare senza sosta, e la metabolizzazione, che lo farà diventare la persona che sempre avrebbe dovuto essere.

“Cercai di fare una pagoda di origami. Il libro degli origami comprendeva un paio di frasi esplicative per ogni disegno: ‘Una pagoda è una casa cinese’ diceva, ma nella casa che costruii io non avrebbe potuto vivere nessuno: era un foglio stropicciato, con pieghe che non restavano al loro posto. Se una famiglia di persone cinesi fatte di origami avesse vissuto nella mia pagoda, avrebbero sofferto molto. La madre origami sarebbe senz’altro scappata in Chiapas“.

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