Negli ultimi anni la Disney ha iniziato a produrre remake di grandi classici: da “Alice nel paese delle meraviglie" a “Maleficent”, passando per “Cenerentola”, “Dumbo” e “Aladdin”, fino ad arrivare all’ultimo uscito nelle sale, “Il re Leone”. Oltre all’effetto nostalgia e alle motivazioni economiche e sociali, la scelta della multinazionale statunitense sembra essere dettata anche da ragioni culturali: le storie della Disney hanno istituito una vera e propria mitologia e, l’unico modo per mantenerla in vita, è continuare a raccontarle… - L’approfondimento

Nei confronti dell’infanzia si tende a provare nostalgia. Capita di dire che sarebbe bello tornare indietro nel tempo, quando eravamo piccoli, senza preoccupazioni e responsabilità, quando le possibilità erano tutte aperte e i sogni tutti potenzialmente realizzabili. 

È una tendenza comune, quella di mitizzare l’infanzia come fase d’oro della vita, senza considerare che, in realtà, non si tratta di un periodo così felice e innocente come si tende a favoleggiare, ma nasconde ombre, contraddizioni e perfino crudeltà (come ci insegna Oliver Twist).

In ogni caso, attorno all’infanzia aleggia una vera e propria aurea di magia, ed è anche per questo che ci piace vivere esperienze che ci facciano “sentire ancora bambini”, che ci permettano di provare quella dolcezza e quella spensieratezza che non crediamo più possibili nell’età adulta. Ecco, in questo tentativo di riavvolgere la pellicola e provare a fare un salto all’indietro, i cartoni animati della Disney ricoprono un ruolo unico e fondamentale, perché, quando li riguardiamo – per scelta o per caso, magari sotto il periodo di Natale, quando li passano in televisione -, si riaccendono in noi tutti i ricordi, le sensazioni e le atmosfere di un tempo. E chissà, forse tra i motivi che hanno reso così popolari i nuovi live action c’è anche questo: la voglia di tornare a un’epoca che non ci appartiene più. 

Dal 2010, infatti, la Disney ha iniziato a produrre remake dei grandi classici: tutto è cominciato con Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton, seguito nel 2014 da Maleficent (che in realtà non è un vero e proprio remake, ma un reboot che racconta la storia della Bella Addormentata nel Bosco attraverso la prospettiva della strega Malefica). A oggi abbiamo visto i live action di Cenerentola, de Il Libro della Giungla, di Dumbo e di Aladdin, solo per citarne alcuni. L’ultimo uscito nelle sale è Il re Leone, mentre già si aspettano Lilli e Vagabondo (che andrà in onda sulla nuova piattaforma di streaming Disney+), Mulan e La carica dei cento e uno (con Emma Stone nel ruolo di Crudelia de Mon).

Di fronte a questi prodotti, la prima domanda che nasce spontanea è: stanno avendo successo? A livello di pubblico e critica c’è stata una scissione tra chi si mostrava entusiasta e chi rimpiangeva l’originale. A livello di incassi, invece, i film sono andati bene: quello meno popolare, Dumbo, ha comunque incassato 347 milioni, ovvero una cifra superiore a quella del film Lo Schiaccianoci e i 4 Regni, che non era il remake di nessun cartone precedente. Questo vuol dire che, scettici o non, gli spettatori subiscono il fascino di queste rivisitazioni e decidono di andare a vederle al cinema (pur tenuto conto che quest’ultima, con l’avvento di Netflix e di tutte le altre piattaforme di streaming, dati alla mano è una pratica sempre meno comune).

Spiegare il fenomeno con il citatissimo “effetto nostalgia” potrebbe apparire riduttivo, anche perché, se fosse solo questo, basterebbe promuovere le versioni restaurate dei cartoni animati, senza scomodare nuove produzioni (e anche perché spesso sono proprio i veri nostalgici a storcere il naso di fronte ai live action). Invece la Disney ha deciso di investire soldi e tempo, dando vita a una nuova corrente che si muove parallelamente a quella delle creazioni originali. A questo proposito alcuni hanno ipotizzato che questa strategia fosse dettata proprio da una sorta di mancanza di originalità ma, riflettendoci bene, è un’ipotesi facilmente liquidabile, considerando capolavori degli ultimi anni come Frozen o Coco.

LEGGI ANCHE – Nel mondo dell’intrattenimento sarà importante verificare l’impatto (anche sulla concorrenza, Netflix su tutti) l’impatto che avrà Disney+ – il servizio di streaming firmato Disney che debutterà negli Stati Uniti il prossimo 12 novembre e che ha già annunciato la sua futura scalata internazionale. Ne ha scritto di recente su Corriere.it Marina Pierri (ndr)

Di certo la Disney sa bene di far leva su un senso nostalgico irresistibile, altrimenti non enfatizzerebbe attraverso i trailer le scene memorabili dei cartoni (per esempio nel caso de Il re Leone, in cui il teaser, diventato immediatamente virale, raggiungendo milioni di persone, rappresenta la scena iniziale, in cui Rafiki solleva il piccolo leoncino appena nato davanti a tutta la savana), eppure la sua scelta sembra essere dettata anche da altre ragioni.

Come hanno notato in molti, la prima tra queste è di natura economica: da un lato i live action permettono alla multinazionale statunitense di estendere il copyright, dall’altro innescano delle conseguenze anche sul marketing, se si pensa a tutto il merchandising (libri, pupazzi etc…) che viene nuovamente messo in commercio. 

E poi c’è da considerare che queste produzioni sono (quasi) a rischio zero: come abbiamo detto, gli spettatori sentono di non poter perdere l’occasione di vedere il remake del cartone che hanno tanto amato da bambini, e questo consente all’azienda di investire sul sicuro. “Credo di essere un innovatore”, disse una volta Walt Disney, mentre ora Steven Gaydos, direttore esecutivo della rivista commerciale di Hollywood Variety, spiega al Guardian che per Hollywood “il concetto chiave è l’avversione al rischio“.

Un’altra motivazione, invece, è di natura sociale. I live action rappresentano un’occasione per mettersi al passo con i tempi, per correggere alcune “cadute” che non dialogano bene con la realtà contemporanea (eliminando tutti i riferimenti maschilisti e razzisti che oggi non possono essere accettati).

Qualche esempio? Pensiamo ad alcune principesse che hanno risentito di tutto il movimento femminista di cui si è molto discusso: Belle, nella nuova versione del film, non viene presentata solo come una ragazza amante dei libri e della cultura, ma anche come un’inventrice indipendente e risoluta. Oppure ancora la nuova Jasmine, che è stata volutamente dipinta proprio come un’eroina femminista. E che dire della scelta di far interpretare a Hallee Baley il ruolo di Ariel nella Sirenetta?

Ma si potrebbe citare anche il caso dei corvi di Dumbo, rimossi dal film perché modellati su stereotipi afroamericani, o la canzone The Siamese Cat Song, cancellata da Lilli e il Vagabondo perché considerata una presa in giro nei confronti delle etnie asiatiche.

In poche parole, quello che la Disney sta facendo è raccontare di nuovo le sue storie. Tuttavia, al di là delle finalità economiche e degli assestamenti di tiro, questo atto ha una forza e un valore che sembrano andare oltre le motivazioni più concrete ed evidenti.

All’inizio di questo articolo, infatti, si è parlato di infanzia come mito, un mito che è stato costruito e scritto anche (e soprattutto) dalla Disney: sì, perché è stata proprio la Disney a farci conoscere la versione edulcorata di fiabe violente e crudeli come quelle de La Sirenetta e de La Bella Addormentata; ed è stata sempre la Disney a istituire l’obbligo del “e vissero felici e contenti”, del lieto fine a tutti i costi.

La versione della Disney” è diventata così autorevole da sbaragliare quasi completamente le fonti originali e da imprimersi in maniera indelebile nell’immaginario (tanto che alcuni ragazzi scoprono le fiabe dei Grimm solo in seconda battuta, magari a scuola, per qualche compito di letteratura). Ma non è detto che la situazione resti così per sempre: i miti nascono per essere distrutti e ora la multinazionale dell’intrattenimento deve confrontarsi con molti più competitors di quanti non ne avesse nei primi anni della sua attività.

E allora, l’unica strada per mantenere questa supremazia, potrebbe essere quella di non smettere di raccontare le stesse storie, anche a distanza di tempo. Dopotutto, è questa la natura profonda dei miti e delle leggende: essere trasmessi e raccontati di continuo.

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