Un romanzo di formazione, un po’ lotta di classe un po’ battaglia per i diritti delle donne: riassunto in pillole, sembra scritto stamattina. E invece "Company Parade" ha cento anni. Alla (ri)scoperta di Margaret Store Jameson, femminista e suffragetta negli anni in cui questi titoli comportavano uno stigma, un impegno e una necessità... - L'approfondimento

C’è la crisi e c’è la guerra, in Company Parade. La crisi di un lavoro – quello editoriale, e la crisi di una donna, di una famiglia, di una società. Tutta.

Sullo sfondo una guerra, la Prima Mondiale, che inizia e finisce, portando lontano un marito che nei primi del Novecento non era solo compagno, ma sostegno essenziale per una donna, che sola non poteva stare. E invece Hervey, giovanissima e bastiancontraria, da sola ci sta. Barcolla, trema, si spaventa. Ha paura, teme di non farcela, e infatti all’inizio non ce la fa. Ma prende in mano il suo talento e cerca di trarne un lavoro, e dei soldi. Per mantenere se stessa e il suo bambino. Anche se questo significa lasciarlo ad altri, il bimbo, mentre lei insegue una strada che dal paesino la porta nel turbinio di Londra. Dove conosce la frustrazione di un lavoro pubblicitario che la costringe a imbrigliare la creatività, e poi – lentamente – a farsi strada con la sua penna per come merita.

Margaret Storm Jameson Company parade

Un romanzo di formazione, un po’ lotta di classe un po’ battaglia per i diritti delle donne: riassunto in pillole, sembra scritto stamattina. E invece Company Parade ha cento anni: l’ha riscoperto – e ripubblicato – Fazi Editore, nella sua collana Le Strade (introduzione di Nadia Terranova, traduzione di Velia Februari). A scriverlo è stata Margaret Store Jameson, femminista e suffragetta negli anni in cui questi titoli comportavano uno stigma, un impegno e una necessità.

Prima donna a laurearsi in legge all’Università di Leeds, prima donna vincitrice di borsa di studio post-lauream, prima donna a presiedere l’English Pen, Jameson firmò le sue prime opere con pseudonimi maschili. Poi, semplicemente, si riconobbe. Col nome suo, rinunciando a usare il cognome da sposata. Antinazista, pacifista, traduttrice del Diario di Anna Frank: già questo basterebbe a far di lei la protagonista di un romanzo. Un romanzo come il suo Company Parade, primo di una annunciata trilogia: un romanzo che di antico, in verità, ha solo la mole. Non si usano quasi più, in questi tempi di attenzione ridotta, libri così ponderosi.

Non corre, Company Parade, richiede anche il tempo della riflessione: come una signora del 1918, studia la forma e fa piccoli passi verso una grande meta.

Questo era il femminismo, questa era la lotta per veder affermare un proprio diritto: diritto a esistere, prima di tutto. A guadagnarsi da vivere con il proprio talento, e a vedersi riconosciute come donne e come persone. Diritto a essere madri ma non solo quello, diritto a non sentirsi esecrate ed esecrabili se alla stregua di un uomo si inseguiva la propria strada, e la propria autorealizzazione, a lasciare il nido.

Viaggiano entrambi in Company Parade, marito e moglie, lui è un soldato che in trincea non ci va, lei si ferma su una scrivania, e la sua guerra è uno studio di pubblicità. Però agli occhi di tutti la lontananza di lui è giusta, è lecita, è quasi eroica. Quella di lei, guardacaso, una colpa.

Sembra scritto stamattina, dicevamo, specie se a leggerlo è una donna italiana, una donna italiana di questi anni in cui le statistiche non riportano dati dissimili da quelli di uno scenario bellico: abbandoni dei posti di lavoro per maternità, licenziamenti per maternità, posti persi quando più servono, perché i figli sono un dono per lo spirito, ma hanno un costo alto per le tasche: oggi come allora.

E poi c’è l’amore. Che inizia, finisce, non si decide e non si sceglie, ma sceglie lui per te e spariglia le carte a ogni colpo di vento. E poi ancora i trucchi: non la cosmesi, ma gli artifici. Quelli che una ragazza di campagna – giovane, troppo – non conosceva quando è arrivata in città, ma che le si impongono per sopravvivere man mano che cresce, e diventa una donna metropolitana

Con una prosa fluida e mai urlata, sempre pacata, signorile, Margaret Storm Jonson disegna un ritratto di signora all’arma bianca: gentilissima, ma determinata. Inquieta, spesso infelice, sempre in cerca: Hervey è una ragazza moderna. E la sua è la storia di un’ascesa. Delle rinunce che l’ascesa comporta, dei sacrifici e dei compromessi: dei tradimenti, perfino, perché questo è l’età adulta, questo è diventare donne in un mondo di uomini, questo è lottare per il potere. Su un posto di lavoro, sulla propria ambizione, su chi è sempre pronto a tarpare le ali con una zampata di possesso, su un marito che forse vale meno di lei. Non che questo tipo di femminismo sia la regola: è solo questa storia. Che è la storia della guerra che una donna combatte, per sorte proprio appena finisce la guerra mondiale. Guerra contro un mondo in pantaloni, e guerra contro le proprie paure, le proprie debolezze.

Un marito fragile quanto e forse più della moglie, un ragazzino che non parla, come un Astianatte del XX secolo. Una donna che rosicchia il suo posto un passetto per volta, affrontando i suoi demoni, se necessario.

In una parola: una storia femminista. Che il dio del #metoo ci perdoni.

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