Il linguista Giuseppe Antonelli è tornato in libreria con "Il Museo della lingua italiana", un saggio che vuole ricordare al lettore l'importanza e la bellezza della lingua italiana... - Su ilLibraio.it un capitolo

La lingua, si sa, è in continua evoluzione. Laddove prima c’era il latino vi sono poi state le lingue volgari, le lingue del ceppo germanico e quelle lingue romanze che, attraverso dialetti, ibridazioni e prestiti linguistici, sono diventate le lingue del continente europeo per come le conosciamo oggi. Ma anche oggi, giorno dopo giorno, la lingua italiana non cessa di cambiare e, si potrebbe dire, perdere pezzi: i dialetti scompaiono dall’uso comune e lo stesso accade al congiuntivo (almeno quello correttamente coniugato, ormai più unico che raro), il passato remoto è relegato alla lingua scritta e compare nel parlato solo in alcune regioni, e così via, un pezzo alla volta. Nel suo nuovo libro, Il Museo della lingua italiana (Mondadori), Giuseppe Antonelli propone un’operazione di salvataggio dell’Italiano, prima che inglesismi e scorrettezze grammaticali ne prendano il sopravvento.

Giuseppe Antonelli Il museo della lingua italiana

Docente di linguistica all’Università di Cassino e autore di diversi saggi, Giuseppe Antonelli (che collabora con La Lettura) ha condotto il programma radiofonico La lingua batte su Radio 3 e ha curato i venticinque volumi della Biblioteca della lingua italiana usciti per Il Corriere della sera. Nel saggio Il Museo della lingua italiana, Antonelli immagina la costruzione di un vero e proprio museo che custodisca la storia e l’evoluzione dell’italiano: nell’immaginarlo lo costruisce, virtualmente, e accompagna il lettore al suo interno, alla scoperta delle sale dedicate al Medioevo e all’epoca moderna, in un percorso che riproduce la storia di un paese e della sua cultura, che alla lingua è inscindibilmente legata.

In un momento storico in cui la lingua viene continuamente arricchita da inglesismi e prestiti linguistici, il saggio di Antonelli ricorda ai lettori l’importanza della storia della lingua, inscindibilmente legata alla storia di un paese e alla sua cultura: Il museo della lingua italiana è un vero e proprio viaggio indietro nel tempo, ricco di riferimenti culturali antichi e recenti, per riscoprire le radici non solo delle parole, ma anche della nostra identità culturale.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto dal libro:

Il futuro

Eta Beta, l’uomo del duemila (1947)

Profeti di sventura sulle sorti dell’italiano ce ne sono sempre stati tanti, ma il futuro li ha sempre smentiti.

Nel Settecento c’era chi prevedeva che l’italiano si sarebbe trasformato in «una Babilonia di stili e di favelle orribile», riducendosi a «un gergo e un mescuglio barbarissimo». Barbarissimo perché contaminato da troppi barbarismi, cioè parole straniere: cioè, in quegli anni di sfrenata «gallomania», soprattutto francesi. Ai primi del Novecento, qualcuno poteva vedere questa fine come imminente: «una corrente rapida e lutulenta travolge la lingua e il pensiero italiano; di modo che fra cinquant’anni sarà additato per cosa mirabile chi penserà e scriverà in italiano». Nel 1984, anno apocalittico per eccellenza, la profezia non si era ancora compiuta. E allora, con gesto tipicamente millenaristico, il confine si spostava al Duemila: «la lingua del Duemila sarà una neolingua tendente al monosillabismo, caratterizzata da un’enorme semplificazione strutturale di marca anglosassone, rispetto alla quale le lingue nazionali si ridurrebbero a “lessici famigliari”».
Davvero?
Davvero, come si sente dire fin dagli anni Settanta, parleremo tutti itangliano?

“Non c’è più il futuro di una volta, dice qualcuno. A ben guardare, nella lingua le cose stanno proprio così. Basta fare caso a quello che diciamo e ascoltiamo. Domani faccio la spesa. Dove vai per Natale? Tra un paio d’anni ci spostiamo a Roma. Sempre più spesso usiamo verbi al presente anche per riferirci al futuro. E il futuro, probabilmente, diventerà un tempo sempre più raro. Proprio come è successo al passato remoto, molto più usato – fino a un secolo fa – da tutti gli italiani. Per le grammatiche ottocentesche indicava «un’azione fatta in un anno o un mese o un giorno già finito» (Ieri lessi fino a sera), mentre il passato prossimo era riservato a «cose avvenute dopo la mezzanotte precedente al giorno in cui parliamo». Oggi, tranne che in alcune regioni, il remoto è stato rimosso: avanti il prossimo. L’italiano, dunque, come lingua senza futuro? Assolutamente no: non nel senso che a questa frase darebbero i soliti apocalittici.”

A proposito di profezie. È del 1947 la storia di «Topolino» dedicata a Eta Beta, l’uomo del Duemila, quel simpatico esserino che mangia naftalina e – nella versione italiana – premette una p alle parole inizianti per consonante: «Pdenaro pcompra pquello?». All’inizio del secolo, nelle Meraviglie del Duemila, Salgari aveva immaginato che si potesse comunicare con i marziani tramite gigantesche lettere create con migliaia di fiaccole. Ma anche che, grazie a un sistema di tubi, posta e giornali ci sarebbero arrivati direttamente sulla scrivania di casa: «Ai nostri tempi queste comodità non si conoscevano ancora. Come è progredito il mondo!». In effetti è bastato un salto per trovarsi nel Duemila, alle porte dell’universo come cantava Lucio Dalla – correva ancora l’anno 1981 – nella sua Telefonami tra vent’anni.

In un paio di decenni siamo passati dall’epistola all’e-pistola: e-mail, chat, SMS. Così, per la prima volta nella sua storia, l’italiano si ritrova a essere non solo parlato ma anche scritto quotidianamente dalla maggioranza degli italiani. In una lingua diversa, però, da quella tradizionale. Un e-taliano fatto di frasi brevi o brevissime, di testi spezzettati, misti di parole e disegnini, alternati a immagini e suoni. Tutto questo inciderà sull’italiano del futuro? Forse sì, sempre che messaggi vocali e assistenti virtuali non ci riportino verso l’oralità tecnologica. Quella che – negli stessi anni della canzone di Dalla – spingeva un semiologo a definire la telefonata una «lettera simultanea». Nessuno scriverà più, si pensava allora: tutto passerà per il telefono. È successo, ma in tutt’altro modo.

In un articolo del 1962 intitolato La lingua del Duemila, apparso l’8 settembre nel quotidiano «La Nazione», Luciano Satta riportava le previsioni di vari linguisti. C’era chi – come Bruno Migliorini – preferiva non sbilanciarsi, riprendendo le parole scritte da Gino Capponi poco dopo l’Unità d’Italia: «la lingua italiana sarà ciò che sapranno essere gli italiani». Chi, come Gianfranco Folena, pensava a una lingua del Duemila «non troppo diversa da quella di oggi, ma con un’impronta tecnica più accentuata». Chi infine, come Giacomo Devoto, provava un po’ a sbilanciarsi e prevedeva l’arretramento del passato remoto (appunto), l’affermazione definitiva di gli per loro e – eccoci qua – la scomparsa del congiuntivo. Morte del congiuntivo, del punto e virgola, dei dialetti. La storia recente della nostra lingua è piena di morti apparenti, come quelle romanzesche di Sandokan o del conte di Montecristo. O forse soltanto di morti presunte, come quella del fu Mattia Pascal di Pirandello.

Eppure, nonostante gli innumerevoli necrologi apparsi negli ultimi settant’anni, il congiuntivo è vivo e lotta insieme a noi (tutt’al più, un po’ in crisi d’identità). Sicuramente se la passa molto meglio che in francese, dove davvero è ormai un modo di nicchia. «Praticamente non parla più nessuno così», ammette il professore nel film La classe (Entre les murs, 2008): «è gente snob quella che usa l’imperfetto congiuntivo». Da noi, invece, tiene bene anche nel parlato. Così almeno ci dicono tutti i dati quantitativi su cui è possibile fare dei calcoli. Il congiuntivo è usato scrupolosamente dai personaggi dei fumetti. Domina, un po’ inaspettatamente, nei testi di canzone. E – smentendo i diffusi pregiudizi sull’italiano della televisione – anche nei cartoni animati, nelle telecronache sportive, in diverse trasmissioni d’intrattenimento e nel parlato simulato delle fiction («siete due anime limpide: basterà che vi parliate con calma e tutto si metterà a posto», Elisa di Rivombrosa).

L’italiano, piuttosto, risente oggi di una doppia spinta. Da un lato, quella delle parlate locali, che tornano a trovare spazio in una comunicazione sempre più improntata all’informalità. Dall’altro, la pressione della lingua inglese; o meglio della sua versione globalizzata: l’onnipresente globish, che permea ormai il lessico di tutte le lingue occidentali. In Italia, al momento, questa glocalizzazione linguistica pende molto più verso il locale che verso il globale. Quasi un terzo degli italiani dichiara di esprimersi – in famiglia o tra amici – sia in italiano sia in dialetto.

La percentuale complessiva di parole inglesi presenti nei dizionari, invece, non supera il 3 per cento. Certo, ci sono ambiti tecnici e scientifici in cui – con l’alibi dell’internazionalizzazione – la lingua inglese sembra volersi sostituire all’italiano. E questo non è un bene. Non significa, però, che in futuro ci sarà veramente un ibrido itangliano, né – tantomeno – che l’inglese soppianterà in ogni campo la nostra lingua. Sta a noi mantenerla viva: non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche come lingua del dibattito scientifico e della creazione culturale. «Se noi italiani non volevamo usar parole straniere nella filosofia moderna, dovevamo formarla noi», notava Leopardi nello Zibaldone. «Quelle discipline che noi abbiamo formate, per esempio l’architettura, hanno i nostri vocaboli anche presso le altre nazioni». La storia può insegnarci ancora la strada per il futuro.

(Continua in libreria…)

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