Il nuovo libro di Ilaria Gaspari, A Berlino – con Ingeborg Bachmann nella città divisa”, vede al centro una grande autrice, Ingeborg Bachmann (1926-1973), figura tormentata di apolide, per scelta e per necessità poetica – Su ilLibraio.it un estratto, dedicato a “Malina”, il solo romanzo compiuto della poetessa

Scrittrice e filosofa, Ilaria Gaspari è autrice di numerosi libri: nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno), Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi) e, sempre con Einaudi, Vita segreta delle emozioni

Gaspari, nata a Milano, vive a Roma. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne.

Scrive per diverse testate (da anni per ilLibraio.it), e collabora con radio, tv e scuole di scrittura.

Il suo nuovo libro, A Berlino – con Ingeborg Bachmann nella città divisa (Giulio Perrone editore) vede al centro la poetessa e autrice Ingeborg Bachmann (Klagenfurt, 25 giugno 1926 – Roma, 17 ottobre 1973, nota anche come Ruth Keller). Una figura tormentata di apolide per scelta e per necessità poetica, che ha cercato disperatamente per tutta la vita una casa di cui potesse essere, come scriveva, quella che in altri tempi sarebbe stata la castellana.

L’attrazione, così mitteleuropea, per il Mediterraneo, è controbilanciata, in un certo senso, dal periodo di malattia e di crisi che trascorre a Berlino fra il 1963 e il 1965, prima in clinica, per curarsi dopo la dolorosa fine della storia d’amore con lo scrittore Max Frisch, poi all’Akademie der Künste, infine nella Königsallee.

Un’agonia sovvenzionata (da una borsa della Ford Foundation); eppure, nei fatti, si tratta di un momento estremamente fecondo. Poeticamente: nella città, che racconta come luogo naturale “delle coincidenze”, affonda non solo la sua radicale riflessione sulla malattia, ma anche il progetto grandioso della sua personale Recherche, ovvero il ciclo incompiuto delle Todesarte.

Cosa significa oggi cercare le tracce di Bachmann a Berlino, la città che conserva l’impronta della divisione, e indagarla attraverso la scissione dell’io della scrittrice che nella sua autobiografia onirica si sdoppia, anzi si fa in tre, come la psiche della teoria freudiana, incarnando un intero triangolo di amore e distruzione?

A Berlino con Ingeborg Bachmann nella città divisa ilaria gaspari

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

(…) Malina, il solo romanzo compiuto di Bachmann, fa parte del ciclo narrativo che lei si mise a progettare mentre abitava proprio in questa casa introvabile, che iniziamo a pensare sia davvero scomparsa in una crepa – un qualche Malina del nostro mondo reale sarà venuto a cancellare le prove, a rimuovere la villa intera, mattoni e tegole e pietra arenaria, l’avrà portata via senza nemmeno lasciare un appunto, un bigliettino, un cartello come quello che segnalava il passaggio di Vicki Baum?

Mi ritrovo a pensare al libro, al ciclo delle Todesarten, un ciclo di inchieste su omicidi invisibili – omicidi che non lasciano prove. nello stesso periodo, in questa strada solitaria (anche se poi nel ’65 abbandonò l’impresa lasciando tutto sospeso) aveva iniziato a pensare anche a un altro romanzo, a cui faceva riferimento come al libro “del deserto”: un libro sulla desertificazione della vita interiore, progettato nel deserto di berlino, che avrebbe raccontato un viaggio in Egitto vissuto realmente, insieme a Opel, nella primavera del ’64.

E così, infine, pur con le pive nel sacco per la villa, ho la sensazione di capire: che davvero questa sia stata la sua risposta al grande dolore che la fece sentire malata quando arrivò a berlino con la sua borsa di studio, quando, dopo il breve soggiorno all’Akademie tutta vetri, tutta a vista, se ne venne nell’estate del ’63 in questa via isolata, in questa casa che ancora non riusciamo a riconoscere. Era finito per lei un grande amore, aveva metaforicamente gettato via l’anello, come fa la narratrice in Malina, quando lo butta nel Danubio da un ponte e si immagina l’infinità di mani che ogni giorno buttano anelli nei fiumi, gli anelli delle promesse infrante.

Quando nel 1964 frisch pubblicò il suo romanzo, Il mio nome sia Gantenbein, lei si riconobbe subito nel personaggio dell’attrice Lila. E se ne soffrì, seppe rispondere con eleganza, inventandosi il triangolo di Malina, trasponendo i tratti degli uomini che aveva amato in una riproduzione più sfumata e sottile, soprattutto più scomposta, più ironica, più comprensiva e più dolorosa – tanto più dolorosa, quanto più comprensiva. non sono questi i dolori per cui si piange?

Ora finalmente capisco il suo grande amore per Proust, la sua lettura limpida, che aveva viaggiato in una sera di maggio, qualche anno prima che lei arrivasse qui, sulle frequenze del bayerischer Rundfunk. E penso a quello che lei aveva capito di Proust: che rivela un mondo di pure relazioni fra personaggi che consegna a chi leggerà il suo libro, immenso e indecifrabile come le Mille e una notte, perché chi lo legge li possa riempire di vita, possa anzi infondere loro un po’ della propria vita. Che sono personaggi così perfetti proprio perché chi li racconta è stato costretto a guardarli attraverso una maschera, la maschera di chi ama e non può mostrare il suo amore. Per questo, diceva il mio fantasma a proposito di Proust, ma parlando forse anche di sé, l’amore è sofferenza e autoinganno; ma è anche l’unico modo per conoscere noi stessi e gli altri, pure a prezzo delle umiliazioni più dolorose. Senza amore saremmo più poveri di spirito, e pure di intelletto; perché non sapremmo capire chi, come noi, porta una maschera, e dalle fessure praticate per gli occhi è costretto a vedere il proprio mondo.

Capisco che forse quel che sto cercando in quest’angolo lontano di Berlino è questa fiducia nella letteratura come mezzo di trasmissione di uno sguardo, di una comprensione reciproca che annulli i dolori dell’oggi; la fiducia che il mio fantasma ha mostrato scrivendo Malina, un libro che la critica non capì, giudicandolo troppo difficile e astruso, ma, paradossalmente (o forse, non troppo paradossalmente), il pubblico sì, e ne fece un best seller.

Saprò avere mai un coraggio simile? Simile, intendo, a quello che il fantasma ebbe fino alla fine, a quello che racconta Maria Teofili, la sua amica e padrona di casa, rievocando la sua morte così crudele e assurda.

Quando, all’alba del 26 settembre 1973, dovette portarla di corsa in ospedale, non trovava il suo passaporto; allora prese la copia dell’edizione italiana di Malina, e portò quella, come documento. Del resto, una volta proprio lei aveva detto alla sua inquilina di non poter leggere il romanzo senza vedersi davanti la sua persona, senza confonderla con la protagonista. forse lei è l’unica ad aver capito il libro, le rispose allora Bachmann.

Riesco anche solo a immaginarlo? Scrivere qualcosa di così intimo da servire, al pronto soccorso, come un documento d’identità; smettere di nascondersi dietro i propri io lirici, rivelarsi, ammettere che chi vede la coincidenza ha visto bene, ha ascoltato, ha capito.

Scomparire non è facile affatto; nemmeno la casa può essere scomparsa, non può essere stata inghiottita da nessuna crepa. E se fosse dietro, in una seconda fila invisibile?

Anche l’io di Malina, da qualche parte, dovrà pur essere finito. Incuranti dell’energumeno che potrebbe tornare a farsi vivo da un momento all’altro, ci addentriamo in un altro piccolo sentiero che serpeggia fra i crochi, ed eccola, Villa Hecht. Al pianoterra, oggi chioso perché è sabato, c’è un asilo nido; vedo la vasca della sabbia, lo scivolo, le altalene per i bambini. Leggo i nomi sui campanelli, nessuna traccia di lei. C’è una moto, una vecchia moto di cinquant’anni fa, ma in buone condizioni, parcheggiata accanto a un bovindo, per un attimo immagino che qualcuno sia venuto a prendere il mio fantasma.

Mi volto, e non la vedo più. È scomparso anche l’odore del tabacco bruciato, rimaniamo solo E. e io, e la casa, grande, silenziosa, che sembra disabitata eppure non lo è. Qualcuno al pianoterra coltiva delle orchidee, qualcun altro cucina qualcosa che profuma di cipolle. Mi domando se sappiano, se pensino, qualche volta, alla donna bionda che rideva molto, che fumava come un’ossessa, e che in questa strada solitaria di berlino ha letto freud, Adler e Jung accompagnata in sottofondo dagli Études di Chopin.

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