Hugo Bertello, laureato in fisica e in cosmologia, ora all’esordio con “Notturno elettronico”, su ilLibraio.it riflette sul cambio di paradigma di certa letteratura (di ieri e di oggi): dalla fantascienza di Asimov e Dick in cui le macchine affrontavano dilemmi etici all’eco-fiction contemporanea, in cui l’essere umano ascolta la voce della Natura. Se il ‘900 è stato segnato dal “terrore di un post-umano tecnologico” e l’inizio di millennio dal “desiderio di un post-umano ecologico”, quale sarà il prossimo passo?

In una delle scene più emblematiche della storia del cinema, un androide morente pronuncia le sue ultime parole sotto una pioggia battente: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»

Roy Batty, il replicante di Blade Runner, piangeva per la sua finitezza artificiale, per i ricordi che non avrebbe mai potuto condividere, per una coscienza nata in laboratorio che reclama la sua autenticità.

Nel 1982 quel monologo sembrava il culmine di un secolo in cui l’essere umano ha guardato alla propria produzione tecnologica con un misto di terrore e desiderio quasi religioso.

Negli anni ’20, il ceco Karel Čapek nel romanzo R.U.R. ha immaginato degli “operai artificiali” che si ribellano ai propri creatori arrivando a sterminarli (un aneddoto: qui appare per la prima volta la parola “robot”). Più tardi, Isaac Asimov ha concepito macchine in grado di affrontare dilemmi etici più efficacemente degli esseri umani. Negli anni ’60, Philip K. Dick ha proposto l’empatia come criterio per stabilire se un replicante possa essere considerato umano (dando vita all’androide di Blade Runner), mentre Arthur C. Clarke ha raffigurato un computer di bordo di un’astronave capace di soffrire e di avere paura della morte (la sua collaborazione con Stanley Kubrick porterà a 2001: Odissea nello spazio).

Ognuna di queste invenzioni letterarie affrontava i timori del proprio tempo: le terribili condizioni degli operai nelle fabbriche; lo sgretolarsi della fiducia nelle capacità umane di risolvere i propri dilemmi etici all’alba dell’Olocausto e della bomba atomica; la tentazione di delegare a una mente artificiale — fredda, logica, priva di pulsioni — di trovare risposte alle domande fondamentali, laddove la religione ufficiale aveva fallito.

Negli ultimi decenni, l’immaginario di scrittori e cineasti ha compiuto una rotazione di 180 gradi. Il riscaldamento globale, il collasso climatico, l’estinzione di massa hanno favorito l’affermarsi di un nuovo genere che mette al centro il nostro rapporto con la natura: l’eco-fiction. Il cambio di paradigma non potrebbe essere più radicale: l’essere umano non proietta più le proprie paure su esseri artificiali da lui creati, ma impara ad ascoltare voci che esistevano ben prima della sua comparsa sul pianeta Terra.

Tra le più luminose rappresentati di questo nuovo filone, Irene Solà immagina una montagna dei Pirenei che balla al ritmo di un coro polifonico che include funghi, animali, fantasmi, nuvole. Il paesaggio smette di essere sfondo per acquisire una propria autonomia, con desideri e prospettive che prescindono dall’umano (Io canto e la montagna balla, 2019, Blackie Edizioni). In Cile, Simón López Trujillo con Il vasto territorio (2022, Mercurio) fa parlare un micelio immenso e vendicativo, che infetta e giudica un’umanità che ha devastato il bosco.

In Scozia, Martin MacInnes con Ascensione (2024, SUR) mette al centro della scena una biologa marina che trova conforto e un senso di appartenenza nell’oceano, in netto contrasto con la sua vita familiare disgregata.

In Francia, Nastassja Martin racconta i vulcani gelati della Kamčatka e l’orso come entità con cui si entra in relazione profonda, quasi sciamanica (Credere allo spirito selvaggio, 2021, Bompiani).

In Italia, Laura Pugno esplora foreste che “parlano” in modi selvaggi e ibridi (La ragazza selvaggia, 2020, Marsilio).

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La tensione tra un Novecento segnato dal terrore (e dal sogno) di un post-umano tecnologico in cui la macchina acquisisce un’anima e ci giudica, e un inizio di millennio segnato dal desiderio di un post-umano ecologico, animista, più-che-umano, è uno dei temi centrali del mio romanzo d’esordio Notturno elettronico, in uscita il 10 febbraio per TerraRossa Edizioni nella collana Sperimentali.

Ambientato in una Helsinki vorticosa, il testo racconta una ribellione anti-tecnologica in cui il protagonista, Ricardo, sarà posto di fronte a un bivio: perseguire la fuga cibernetica dal mondo naturale, oppure accettare un’immersione più radicale nel vivente, con tutte le sue implicazioni?

Queste due pulsioni prendono forma in Hamid, ingegnere devoto all’upload della coscienza e all’eternità digitale, e in Yana, figura enigmatica che incarna un legame antico e corporeo con il mondo.

La sfida di Ricardo diventa così la nostra: in un’epoca sospesa tra silicio e biosfera, cosa significa davvero essere vivi? E a quali forme di vita siamo disposti a rinunciare pur di sopravvivere?

Notturno elettronico

L’AUTORE E IL ROMANZO – Hugo Bertello, all’esordio nella narrativa con Notturno elettronico (dal 10 febbraio per TerraRossa), è laureato in fisica (a Torino) e in cosmologia (a Helsinki, Finlandia), ha scritto e collaborato con diverse testate – tra cui CTRL Magazine, Nazione Indiana, The Bottom Up, Limina – e dirige un festival cinematografico a Lisbona, dove attualmente vive.

Nel corso dei suoi anni di ricerca si è spesso occupato delle “zone liminali tra tecnologia e pensiero magico”. Il che ci porta a parlare del romanzo.

Al centro di Notturno elettrico troviamo Ricardo, ex ricercatore di matematica che in quel di Helsinki conduce una vita anonima e regolare. Tutto cambia quando incontra Yana, e con lei un gruppo rivoluzionario: tra cenni di storia della pirateria informatica, manifesti apocalittici e dépliant anarchici, Ricardo si troverà a riflettere sulle sue certezze e a porsi molte domande.

In un mondo in continuo cambiamento, e in una Helsinki che riflette tutta l’atmosfera nordica, Hugo Bertello fa suoi alcuni grandi temi che ancora non hanno trovato risposta: dalla natura del desiderio alla coscienza umana e all’umano bisogno di trascendenza.

Lo fa attraverso le voci di Ricardo e Yana, ma anche di Roberto, Noona e Hamid, personaggi centrali attraverso cui tanto il protagonista quanto chi legge deve scegliere da che parte stare, verso quale direzione proseguire…

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Fotografia header: Hugo Bertello (foto di Linda Koncz)

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