Per la protagonista adolescente di “La ragazza d’aria” di Andreea Simionel, autrice nata in Romania e trasferitasi a Torino dal 2007, cambiare nome, nazionalità e lingua non è stata una scelta, ma una necessità. Il suo è un libro spigoloso, tagliente, che tratta il corpo come emergenza. Non è il racconto di una malattia (l’anoressia), ma di una mancanza. È un libro che invita ad accogliere il dolore degli altri, e il nostro, riconoscendo il lato più vulnerabile della crescita
“Le ossa del bacino disegnano una diga.
Sono un oggetto affilato. Se mi tocchi, taglio”.
Un corpo spogliato davanti allo specchio, sotto una luce che non perdona, una domanda feroce “Che cosa vedi?”. Quello di Aryna è un corpo adolescente svuotato, reso fantasma, per occupare meno spazio, per avvicinarsi a un’idea di sé che è lontana.
È il corpo a parlare ne La ragazza d’aria di Andreea Simionel (Rizzoli): forme che si restringono per riconoscersi, per riconnettersi al proprio nome, a un altrove che non c’è più. Bastano poche righe per capire che questo libro ferisce e costringe a guardare.
Crescere è imparare a stare, nel perimetro della propria vita, nelle proprie scelte, nel proprio corpo, è trovare una risposta accettabile alle domande Chi sei, che cosa vedi.
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Sembra scontato e non lo è, tanto meno a quindici anni, per Aryna Ţibuleac, un nome che ogni volta deve spiegare, perché è arrivata dalla Romania, da un paese, Botoșani, che per gli altri è impronunciabile, e si è trasferita con la famiglia a Torino, scivolata in una realtà nuova, che conosce ritmi e grammatiche non sue.
“La giornata è appena iniziata e il mio nome è già una montagna insormontabile. Odio il mio nome, odio oggi”.
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Scegliere come diventare nella vita non è facile, sono chilometri da percorrere, fisici e mentali. Per Aryna, crescere è un quotidiano incontro con la diversità, la tensione, la mancanza: Aryna nei suoi primi anni in Italia ha imparato bene, a scuola è la migliore, ma sta attaccata al muro dell’ultimo banco, da cui osserva tutti e parla poco, si nasconde, aggrappata al proprio corpo come a un’ancora.
C’è la biblioteca dove rifugiarsi, libri per vivere un mondo a parte, e soprattutto c’è Marco, l’unico che non la osserva come una stranezza ma la ascolta, la prende sul serio. Con lui le parole riacquistano peso e valore, per raccontarsi, per percorrere strade, per vedersi accettata, capire che può non essere perfetta per essere accolta. Ma attraverso Marco vede anche rappresentata una realtà diversa, un mondo più facile.
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La famiglia è insieme radice e ferita: un luogo di attenzione continua, di sforzo, di sacrificio, della fatica dei genitori di arrivare a casa, stanchi, con due lavori dignitosi che consumano, ma permettono di entrare alla Lidl a testa alta, e riempire il carrello, come gli altri.
L’Italia è un supermercato, pieno di cose, è la possibilità inebriante di scegliere, di comprare tutto, di stipare nel mobiletto di casa ogni genere di porcherie, patatine, merendine, cioccolato, perché è quello che fanno tutti, cibo normale, prova tangibile di un’esistenza che vuole conformarsi, sembrare come chi è nato qui.
La normalità è farsi chiamare Arianna, ingozzarsi di patatine guardando Twilight alla tv, mettere le palline all’albero di Natale invece dei cioccolatini come è sempre stata abituata a fare sua madre (“Le ho detto che qui non si fa. È da zingari”), mangiare per riempire quel buco delle origini, di un tempo che non c’è più, di consuetudini e sapori che sembrano sbagliati.
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Dentro resta un vuoto: le telefonate con i parenti in Romania, il viaggio estivo che riporta lì la famiglia, la macchina piena di Nutella e Dash da portare in regalo, la casa dove è cresciuta, i libri da adolescente, i luoghi dei primi amori, i nonni che la squadrano perché nel frattempo si è fatta grande, è diventata donna, ha messo su forme nuove. Il suo corpo è il segno della distanza dal paese di origini: è in quegli sguardi che Aryna matura il bisogno di assomigliare di nuovo a quella vecchia sé, la ragazzina sorridente, presente nel suo luogo, magra in un corpo perduto, a cui sforzarsi di assomigliare ancora.
“Il mio naso sfiora la foto. Era l’anno prima di partire. Avevo il viso piccolo, le cosce da bambina avvolte in un paio di pantaloni neri a zampa di elefante. Stavo ridendo. Ero magra e felice. Il mio corpo è rimasto qui, in questa foto, in questo Paese”.
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Il lavoro di Aryna diventa ossessivo, costante, massacrante, una routine di privazione, di calcolo di ogni caloria, chilo dopo chilo, fino a non averne abbastanza per vivere.
La ragazza d’aria è un libro spigoloso, tagliente, che tratta il corpo come emergenza, protagonista di una lotta per il controllo, per ritrovare un io seppellito nella memoria, che sembrava più facile, e invece è una conquista faticosa. Cambiare nome, nazionalità e lingua non è stata una scelta, è stata una necessità: cambiare il proprio corpo, invadente, protuberante, è la scelta che Aryna sente più sua, e sulla quale combatte, riducendosi una lama, in una pericolosa spirale.
Andreea Simionel disegna una linea d’ombra dolorosa, con una lingua netta e asciutta, che fa emergere il dolore senza nominarlo e usa solo due volte la parola anoressia: il suo non è il racconto di una malattia ma di una mancanza, di un buio nel quale si cade quando si tenta di diventare se stessi partendo dal togliere, perdendo il senso della realtà e vedendo solo le singole parti, ancora un po’ e starò bene.
È un romanzo che invita ad accogliere il dolore degli altri, e il nostro, riconoscendo il lato più vulnerabile della crescita, ma anche una linea di luce che con difficoltà ci si può e ci si deve inventare, e diventare adulti in una pelle in cui finalmente stare.
“Apro le braccia e corro giù per la discesa. Sono corpo che cammina, sono polmoni che si riempiono e si svuotano, sono cuore che batte, sono muscoli in movimento”.
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