La nuova serie Rai ispirata a “Le libere donne di Magliano” riporta l’attenzione sul libro più celebre dello psichiatra e scrittore Mario Tobino, nato dalla sua lunga esperienza nella sezione femminile dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, oggi sede della fondazione a lui dedicata. Attraverso le storie delle pazienti e la vita quotidiana dell’ospedale lucchese prima dell’avvento degli psicofarmaci e della riforma Basaglia, il libro racconta una pagina complessa e buia della storia della psichiatria italiana. Rileggerlo oggi significa confrontarsi con il modo in cui la società ha guardato al problema della salute mentale e interrogarsi su quanto di quella distanza tra “sani” e malati sia davvero scomparsa…

Sul colle di Santa Maria delle Grazie, nella pianura lucchese circondata dai monti, si estende un vecchio monastero risalente al Quattrocento. Queste mura, che persero il loro scopo religioso nel Settecento, furono la sede di quello che venne chiamato fin da subito “lo ‘spedale de’ pazzi”.

L’ex ospedale psichiatrico di Maggiano (1773–1999, oggi sede della Fondazione Mario Tobino) è il luogo e il cardine del libro Le libere donne di Magliano (Mondadori), scritto dallo psichiatra Mario Tobino (1910–1991) sulla base dei suoi diari e delle cartelle cliniche dei suoi pazienti.

Queste stesse pagine hanno ispirato liberamente la serie tv Rai che dal 10 marzo, per tre sere e in sei episodi, verrà trasmessa sul primo canale, mostrandoci Lino Guanciale nei panni del medico.

Un personaggio nuovo, non presente nel libro…

Sotto la direzione di Michele Soavi, la serie tv segue le vicende di Tobino a Maggiano fino all’arrivo di un personaggio nuovo – all’interno del libro, infatti, non è presente -: Margherita Lenzi, giovane ereditiera portata in manicomio perché pericolosa secondo il marito. A interpretarla è Grace Kicaj, e con lei ci saranno nel cast principale anche Fabrizio Biggio e Gaia Messerklinger.

Non è la prima volta che si pensa di portare su schermo l’opera di Tobino: negli anni Cinquanta, Federico Fellini si interessò a un adattamento per il cinema, progetto che non vide mai la luce.

Maggiano, ospedale psichiatrico, sezione femminile

Magliano è il nome letterario che Mario Tobino scelse per Maggiano, frazione in cui si trova la struttura ormai chiusa da quasi trent’anni, dopo l’entrata in vigore della legge 180 sulla chiusura degli ospedali psichiatrici in Italia. In quel momento era il manicomio più antico del nostro Paese.

Qui, nel reparto femminile, il medico iniziò a lavorare il 9 luglio 1942, dopo altre diverse esperienze in importanti strutture psichiatriche come Gorizia e San Salvi (Firenze). Ne uscì solo con la sua pensione, dopo quarant’anni.

Ho fatto il medico di manicomio per scrivere

Ho fatto il medico di manicomio per scrivere”. Ammise di aver scelto quel lavoro proprio per essere un uomo libero nella scrittura: da giovane voleva intraprendere gli studi classici, ma il padre – farmacista – gli disse che se avesse voluto essere davvero libero di scrivere avrebbe dovuto fare medico.

E proprio dal suo lavoro Tobino trasse l’ispirazione per il suo libro più famoso, Le libere donne di Magliano, dove presenta il racconto struggente, terribile, del trattamento dei pazienti dell’ospedale lucchese – e di quelli di tutta Italia – prima che gli psicofarmaci fossero inventati (1952) e utilizzati.

Le libere donne di magliano

Sono nella mia piccola stanza nella quale respiro da circa dieci anni. In tutte quelle altre stanze che compongono questo enorme caseggiato respirano i deliri di 1040 matti. Quasi tutti vivono in camicia, Don Chisciotti senza che nessuno li ami, né possono camminare su un ronzino al chiaro di luna; i loro deliri battono sulle povere mute pareti intanto che intorno a loro fuma debolmente puzza di sudore”.

Gli anni Quaranta erano tempi ancora bui per la psichiatria, e nelle strutture dedicate ai malati non venivano usate “cure”, ma più che altro metodi di contenimento: dalle camicie di forza all’elettroshock, i pazienti venivano divisi in maschi e femmine, “agitati” e tranquilli, e chi veniva classificato come “feroce”, veniva messo “all’alga”.

Alle ‘agitate’ v’è questa scala: malate che possono stare “al prato”, con tutte le altre, poiché non aggrediscono o se picchiano lo fanno non di frequente e insomma non sono feroci; quelle feroci invece vengono messe in cella; e se la malata non rompe ha il letto e il vaso da notte, se lacera le viene tolto tutto e, nuda, si mette dunque ‘all’alga’”.

L’alga è una pianta marina che, staccata e seccata, emana calore. Per questo veniva utilizzata nelle celle: accatastata alla parete in un mucchio, poteva essere utilizzata dal paziente per scaldarsi, ma non lo nuoceva nel caso la mangiasse o la strappasse, e in più non poteva prendere fuoco.

Anche i matti sono creature degne d’amore”

Mario Tobino scrive questo libro con l’intenzione di sensibilizzare la società verso le persone affette da disturbi mentali, fino a quel momento considerati alla stregua di animali. Il loro trattamento negli ospedali psichiatrici era drammatico, la loro reputazione fuori di lì, terribile.

“Scrissi questo libro per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà.”

Il fascismo – e poi l’arrivo delle leggi razziali – non fecero che peggiorare la loro situazione: si stima che nei campi di concentramento in Germania morirono duecentocinquantamila persone affette da disturbi mentali (dalla schizofrenia alle crisi epilettiche) e che dall’Italia vennero deportate dagli stessi nazisti almeno ottocento persone dagli ospedali psichiatrici (dati ancora in via di definizione).

Pubblicato nel 1953 con la casa editrice Vallecchi, il romanzo autobiografico di Tobino raggiunge il successo, venendo tradotto in varie parti del mondo. Il tentativo del medico era quello di umanizzare la vita del malato condividendo la quotidianità del luogo, narrando con la sua stessa voce – partecipe, anche se esterna – quei personaggi che abitavano l’ospedale psichiatrico e che, al di là di tutto, erano gli stessi che riempivano la sua vita.

La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca, […] Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare.

Tobino rinuncia anche alla famiglia per il suo lavoro

Mario_Tobino_1962 - Sergio Del Grande - immagine fuori diritti

Mario Tobino, 1962 – Sergio Del Grande

Tobino rinuncia anche alla famiglia per il suo lavoro, nonostante porterà avanti per quarant’anni la sua relazione con Paola Levi, sorella di Natalia Ginzburg e moglie di Adriano Olivetti.

Entra nei circoli letterari molto prima di entrare a Maggiano, pubblica libri premiati come Il clandestino (sul periodo della Resistenza, Premio Strega 1962, Mondadori) e Per le antiche scale (sempre ispirato dai suoi pazienti, Premio Campiello 1972, Mondadori), e ancora racconti del suo periodo sotto le armi ne Il deserto della Libia (1952, Mondadori). I racconti dei suoi anni nell’ospedale lucchese finiranno con Il manicomio di Pechino e Gli ultimi giorni di Magliano (entrambi editi da Mondadori) testamento della sua vita lavorativa.

Ogni creatura umana ha la sua legge; se non la sappiamo distinguere chiniamo il capo invece di alzarlo nella superbia; è stolto crederci superiori perché una persona si muove percossa da leggi a noi ignote“.

Le libere donne

Tra tutti i suoi diari, i suoi personaggi, sono le sue libere donne che per prime iniziano a rompere il ghiaccio esterno di quelli che “stanno fuori”: il suo libro fa il giro del mondo perché racconta in modo diretto, con il linguaggio del popolo, quelle anime prigioniere eppure libere.

Non sottilizzai sulle parole, se era meglio chiamare l’istituto manicomio oppure ospedale psichiatrico, usai le parole più rapide, scrissi matti, come il popolo li chiama, invece di malati di mente. Correvo al mio scopo, tentai di richiamare l’attenzione dei sani su coloro che erano stati colpiti dalla follia”.

Tra loro ci sono perseguitate da malattie terribili come la tubercolosi, le ossessionate dal senso di colpa o da quei mostri allora inclassificati della mente, le lussuriose attratte dalla vita libera: sono donne che ci appaiono a tratti grottesche, a tratti meravigliose, libere dalle costrizioni sociali o prigioniere dei loro deliri.

Quando leggiamo oggi Le libere donne di Magliano possiamo vedere davvero chi erano le persone che venivano rinchiuse, quali tipi di donne, cosa si considerava all’epoca una devianza che necessitava di reclusione e cure.

La Sbisà ha nel naso la tubercolosi; s’indovina che c’è un roditore in mezzo alla sua faccia. È veneta; pallida, buona. La pazzia la sospinge, contro la sua volontà, a delirare. Stamani diceva con disperazione: ‘le parole mi corrono, debbo discorrere, non posso, non posso più’. Era chiaro che desiderava in qualche modo una soluzione, cioè la pace, che può essere anche la morte”.

La Berlucchi è una malata disperatamente ‘depressa’, piange cioè, lacrima limpide lacrime dicendo che sua è la colpa di tutto e che la uccidano perché è la minima pena. Oggi la sua disperazione, il suo senso di colpa era tale che si gettava con la testa contro il muro per spaccarsela. Di età si avvicina a cinquant’anni, è magra, un tempo sicuramente piena di grazia, ma sono i suoi occhi limpidi – lacrimosi che si ricordano; non soffre bestialmente, pensa dolorosamente, e i suoi occhi esprimono questo”.

La Lella fu ricoverata all’età di vent’anni al manicomio di Lucca perché sempre più con decisione odiò sua madre. Perché una fanciulla odiò sua madre, colei che l’aveva partorita? Ecco ciò che non c’è e non ci sarà mai nei documenti. La Lella vide qualche cosa, un atto di sua madre che le ingiuriò la sua religione, l’innocenza del mondo, e tale spettacolo lacerò quel fragile velo che riusciva a mantenerla tra i normali”.

A tratti l’autore cerca di esorcizzare la malattia, a volte ci porta dentro con lui fino al pianto…

Personaggi come la Sbisà, la Berlucchi, la Lella, sono quadri che Tobino dipinge e di cui ci mostra tutte le sfumature raccontandoci anche solo un momento, un delirio, una frase. A tratti l’autore cerca di esorcizzare la malattia, a volte ci porta dentro con lui fino al pianto: “Stamani mentre passavo per le sale ogni malata mi gettava dentro la testa il sasso del suo delirio; camminavo come alla berlina; i deliri dentro la testa mi si convertivano in un inizio di pianto, che strozzavo”.

Nei suoi diari, i suoi pensieri e le stagioni che passano e si ripetono, scandiscono la storia e le vite tra le mura di quello che Tobino stesso definiva anche come “girone di Maggiano”. A emergere sopra i racconti e le follie sono i sentimenti, crudi – limpidi – liberi, che lo scrittore definisce “il più grande ed emozionante mistero”, perché intoccabili da qualsiasi malattia. Nei sentimenti Tobino trova il gancio tra malati e sani, mostra al mondo che non c’è differenza in quello che sentiamo e proviamo, i sentimenti “ci uniscono per un golfo sotterraneo con qualcosa di divino”.

Perché rileggere oggi Le libere donne di Magliano

Le libere donne di Magliano diventa oggi una lettura attualissima e moderna, anche se scritta in una lingua rara, su uno dei grandi problemi che la nostra società tende a mettere da parte, a non voler guardare.

Dopo l’entrata in vigore della legge 180 – a cui Mario Tobino era contrario, intimorito dal vuoto assistenziale che avrebbe creato, e per questo venne isolato dai colleghi – che ha permesso alle persone affette da disturbi mentali di non essere più rinchiuse, dopo l’avvento degli psicofarmaci e dell’avanzamento negli studi psichiatrici, questo tema rimane comunque un tabù. Un tabù per le persone sane – “questi sani che a loro insaputa sono anch’essi fragili” – ma anche un tabù legislativo che lascia in mano delle famiglie le cure assistenziali dei malati.

Rileggere oggi queste pagine, rientrare tra le mura di Magliano, è uno sforzo – si dovrebbe dire – civico e sociale.

Se un piccolo potere ha la letteratura […] questo libro davvero si ripubblica per domandare ai sani se non sia giunto il tempo di aiutare chi è sulla soglia, in bilico se rientrare nel mondo o invece ripiombare nella caverna. Per i sani è giunto il momento di fare il loro dovere verso i folli. E, per aiutarli, è semplicemente necessario aumentare il numero dei medici, il numero degli infermieri specializzati, è necessario costruire piccoli ospedali per modo che ogni malato sia una persona e non un numero pressoché anonimo, è necessario e obbligatorio innanzitutto non dare soltanto il denaro ma partecipare, sorvegliare, criticare, appassionarsi a ogni passaggio di questa meravigliosa impresa contro la pazzia, la più misteriosa dea che esista nel mondo”.

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