“Le parti rosse – Autobiografia di un processo” è insieme memoir, true crime e saggio. Nei suoi libri Maggie Nelson, tra le voci più autorevoli e radicali della letteratura americana contemporanea, continua a intrecciare riflessione e autobiografia, lirica e pensiero critico…
In un pomeriggio di inizio novembre del 2004 un investigatore della polizia di Stato del Michigan avverte la madre di Maggie Nelson di essere vicino alla risoluzione del caso di omicidio di sua sorella minore, Jane – omicidio avvenuto nel 1969 e rimasto irrisolto per trentacinque anni.
A sconvolgere Maggie non è solo la notizia in sé, ma anche il suo tempismo: l’investigatore dice di lavorare indefessamente al caso da cinque anni, e da cinque anni anche lei sta lavorando sulla morte della zia, seppure da un’altra prospettiva. Ha condotto ricerche approfondite per scrivere un libro di poesie sulla sua vita e la sua morte, Jane: A Murder, in uscita a breve. Ci aveva lavorato convinta che si trattasse di un cold case, un caso ormai abbandonato.

Decide allora di assistere all’intero processo insieme alla madre. In teoria per starle vicino, in realtà spinta dal bisogno di trovare lei stessa una via d’uscita dalla «trappola» di questa traumatica storia familiare.
Le parti rosse – Autobiografia di un processo – edito da nottetempo nella bella traduzione di Alessandra Castellazzi – nasce proprio da questo scarto.
Maggie Nelson, tra le voci più autorevoli e radicali della letteratura americana contemporanea, già nota ai lettori italiani per libri come Gli Argonauti, Sulla libertà, Bluets e Pathemata – O, la storia della mia bocca, ha costruito nel tempo un’opera che intreccia riflessione e autobiografia, lirica e pensiero critico.
In Le parti rosse questa tensione torna con forza: il libro è insieme memoir, true crime e saggio, alterna pagine diaristiche e dettagli di cronaca giudiziaria, ma resta soprattutto un libro sul lutto. Al centro si impongono l’elaborazione del dolore, il trauma intergenerazionale e una radicale interrogazione sul senso della scrittura.
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Le “parti rosse” del titolo si riferiscono alla Red Letter Bible, l’edizione della Bibbia in cui le parole di Gesù sono stampate in rosso, ma rimandando anche, in maniera figurata, agli organi di un corpo squarciato: il cadavere di Jane che l’autrice si ritrova a leggere «come foglie di tè», alla ricerca di ciò che è stato e ciò che sarà, di quei misteri che – per citare il Vangelo di Luca, una parte rossa, per l’appunto – verranno rivelati («Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto»). È un’immagine che rimanda alla scrittura come forza interpretativa personale, come scavo in una realtà dolorosa e incomprensibile alla ricerca di un nucleo di verità, che non coincide necessariamente con la guarigione.
Nelson non aveva mai conosciuto sua zia. Era cresciuta sapendo che la sorella minore di sua madre era stata assassinata a ventitré anni, mentre frequentava il primo anno di Giurisprudenza. Durante l’adolescenza aveva iniziato a interessarsi all’omicidio e, grazie a un volume ritrovato in casa, The Michigan Murders, aveva scoperto che la morte della zia era collegata a quella di altre sei giovani donne stuprate e uccise nell’arco di due anni, vittime di uno stesso efferato serial killer.
La madre di Nelson aveva sempre negato, prima di tutto a se stessa, di essere rimasta traumatizzata dalla morte della sorella, nonostante fosse ossessionata dall’idea di avere «un corpo impermeabile e autosufficiente», “che non può essere ferito, violato”. Solo scrivendo Jane l’autrice diventa consapevole della portata del trauma intergenerazionale che la attraversa: la paura scatenata dall’omicidio si è riversata prima sulla madre e poi, come una terribile eredità, su di lei.
La sua speranza, nello scrivere Jane, era quella di elaborare una volta per tutte quel lutto familiare, di sanare quella ferita aperta, di risolvere quello che definisce “un lutto difettoso”, per poi lasciarsi tutto alle spalle. Ma non sarebbe andata così. La riapertura del caso incrina quella speranza e Nelson si ritrova ad assistere al processo a Gary Earl Leiterman – infermiere in pensione con gravi dipendenze da antidolorifici, il cui DNA era stato ritrovato sul cadavere della zia – sedendo in aula ogni giorno con un blocco per appunti. Proprio come fa sua madre, annota i particolari più macabri – asseconda la sua «mente omicida» – e non sa nemmeno perché lo faccia. Comincia a interrogarsi sulla propria vergogna, la stessa che immagina provino coloro che osservano le fotografie del corpo martoriato di Jane. Sente di violarla. Si chiede se non sia anche lei vittima dello stesso voyeurismo che alimenta i true crime, riconoscendovi quello sguardo spesso maschile, quasi pornografico, rivolto alle “belle e giovani ragazze bianche uccise”. Le parti rosse diventa così una messa in discussione dei suoi stessi presupposti: non il resoconto di un processo, ma – come suggerisce il titolo – l’autobiografia che lo accompagna.
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Già nello scrivere Jane, Nelson ammette che non pensava di avvicinarsi alla “vera Jane”: “Chiunque fosse la ‘mia Jane’ di certo era vissuta con me, per me, per un certo periodo”. Aveva riesumato i quaderni della zia e, leggendo i suoi scritti, vi si era riconosciuta. Da quell’identificazione era nata una forma di catarsi che ora, con la riapertura del caso, le appare come un errore, quasi una truffa. Non stava forse rubando quella storia a sua madre? Se è così, qual è il lutto che deve davvero affrontare?
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La risposta affiora nei capitoli che, intervallati alle memorie del processo, ricostruiscono la storia della sua famiglia: il divorzio dei genitori, l’adolescenza ribelle della sorella Emily – tra aborti, espulsioni, riformatorio e vita da skinhead – capace di urlare alla madre «il grande Vaffanculo che io non dicevo» e, soprattutto, la morte improvvisa del padre, quando lei era poco più che una bambina. È quel lutto, mai davvero attraversato, che riemerge: «Se ripenso agli anni successivi alla sua morte e cerco di collocarmi al loro interno, ho la sensazione di scrutare una fotografia in cui dovrei esserci ma non ci sono». Per anni è stata segretamente furiosa con la madre per non averle permesso di vedere il corpo del padre, arrivando perfino ad accusarla di quella morte. Vivere il processo l’una accanto all’altra, in un intricato intreccio di “ansie e dispiaceri”, la aiuta a rielaborare anche quella rabbia, a riconoscere la loro profonda affinità. È stata la madre, in fondo, a donarle il piacere dell’insegnamento, della lettura, della scrittura.
Se da una parte arriva a pensare che “ci siano degli eventi che semplicemente non possono essere ‘processati’, alcune cose non si ‘superano’ o ‘attraversano mai”, dall’altra si rende conto che la scrittura è l’unico modo che ha per vivere con quel dolore. La scrittura diventa una forma di investigazione che non ha come obiettivo la ricerca del colpevole, ma l’integrazione dell’insensatezza nella propria vita, l’elaborazione personale del lutto.
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“So che voglio l’impossibile”, scrive Nelson, “Penso che se riuscissi a rendere la lingua abbastanza piana, abbastanza precisa, se riuscissi a ripulire a sufficienza ogni frase, come sciacquando e risciacquando un sasso nel fiume, se trovassi il giusto trespolo o il giusto interstizio da cui annotare tutto, se riuscissi a concedermi abbastanza carta bianca, forse ce la farei. Potrei raccontare questa storia uscendo da questa storia. Potrei – tutto potrebbe – scomparire“.
Quando Leiterman viene condannato, nessuno nella famiglia è assetato di giustizia. Sono passati trentasei anni. Nessuno lega quella sentenza «alla propria stabilità emotiva o al proprio benessere futuro». Nessuno pensa che una vita debba “pagare” per un’altra. E quando tutto finisce, Nelson è in lacrime e non sa dove andare. Per la prima volta si rende conto davvero che suo padre è morto. Finalmente riesce a sentire l’enormità della sua assenza.
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Il processo che Maggie Nelson racconta in Le parti rosse è prima di tutto un processo interiore, che ha poco a che vedere con il true crime. Lo fa con uno stile diretto, asciutto, musicale, sempre alla ricerca della misura – uno stile che rifiuta di indugiare nel torbido e apre squarci sull’interiorità e sulla memoria. Non è la sentenza a chiudere una ferita, sembra suggerirci, ma la possibilità di stare nel dolore e di trovare le parole giuste per continuare ad abitarlo.
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