“La lettura non mi ha mai salvata dalle paure, anzi, le ha sorrette, le ha concimate per bene, ha reso più ingombrante la mia immaginazione, tentacolare… (…) Però, cari libri, vi ringrazio, nonostante tutto, e ringrazio la me bambina. Vi perdono per questa ipocondria dell’età adulta, vi assolvo per queste fatiche…”: su ilLibraio.it la riflessione autobiografica della scrittrice Giulia Caminito, tornata in libreria con “Il male che non c’è”
Da bambina io credevo a molte cose. Credevo alle mummie che si svegliavano da un sonno durato mille anni, ai pipistrelli che si nutrivano di sangue, agli assassini sotto ai letti pronti a farti cadere nella loro trappola prendendoti dalle caviglie.
Ero sprovvista di uno strato di pelle, lo strato invisibile e insieme più duro, resistente, quello che ti impedisce di temere ciò che non c’è.
Non provavo infatti nessuna distanza con le mie fantasie, sedevo ore con alle orecchie le cuffie ad ascoltare la musica, gli occhi contro il muro annebbiati, assenti, e intanto immaginavo storie di conquiste, resurrezioni, morti solo apparenti, vittorie eroiche. Queste poi mi seguivano fino al bordo del letto, dove venivano a trovarmi tenendomi sveglia.
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Detestavo dormire da sola, faticavo a prendere sonno, avevo un pessimo rapporto col buio. Mi pareva di non poterlo controllare, di non sapermi difendere nell’impossibilità di vedere, essere messa al corrente del periglio.
Quando restavo per la notte a casa di qualche compagna di scuola ero l’unica a rimanere sveglia, guardavo il soffitto, mi rigiravo nel sacco a pelo, uscivo a camminare nella casa, mi nascondevo in cucina per non farmi scoprire. E mi vergognavo di questa insonnia ridicola, continuavo a farmi tormentare da qualche frase, qualche occhiata, da un gesto sgarbato.
A volte la domenica andavo al lunapark con mia nonna e lei mi chiedeva quali giochi volessi fare, io le indicavo la ruota panoramica, il lancio delle palline nelle bocce dei pesci e poi irrimediabilmente la casa del terrore. La sua facciata nera e appuntata mi attraeva, ma una volta dentro mi accovacciavo contro il fianco di mia nonna, tenevo gli occhi serrati e piangevo, bastavano anche solo i rumori a farmi pisciare addosso.
Gli aghi poi mi mettevano angoscia, ne avevo la fobia. Una volta vidi un documentario sull’uso dell’eroina e ne fui così impressionata da dover vomitare, per notti e notti mi svegliai troppo presto o riuscii a prendere sonno tardissimo. In un viaggio a Londra con la mia famiglia, piansi in metro perché poco prima eravamo passati in un vicolo dove un paio di ragazzi spacciavano e le loro furbe movenze mi avevano abbagliata.
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Dopo certe notti a non chiudere occhio era faticosissimo alzarsi la mattina, lavarsi, vestirsi, fare colazione, perché rientravo con troppa lentezza alla realtà. La luce riduceva i pericoli ma poi il giorno passava e alla fine tornava sempre il momento di dormire, non lo potevo fermare, era una necessità biologica più grande di me, infallibile.
Negli anni dell’infanzia ho avuto contatto con un invisibile tutto mio. Ho creduto in Dio per un breve periodo e ricordo che lo pregavo di morire prima dei miei genitori e non sopravvivergli, questa era la mia volontà principale, non esprimevo mai il desiderio di diventare qualcosa nel mio futuro, ma esclusivamente di non rimanere sola. Sedevo al bordo del letto, come mi pareva si facesse da buoni cristiani, e ripetevo solo l’Ave Maria molte volte, non conoscevo altre preghiere, i miei genitori non mi avevano mai mandata all’oratorio e la domenica a nessuno era mai venuto in mente di andare in chiesa. Eppure c’era un Dio per me che mi seguiva e mi osservava, a cui rivolgere richieste precise e con cui scusarsi ogni volta per tutte le mie mancanze. Un amico immaginario, mi verrebbe da dire, capace di ascoltare oscure paure.
L’unica malattia che ho conosciuto da bambina è stata la tonsillite, non mi sono mai ammalata d’altro, non sono mai stata ricoverata in ospedale, l’unico medico che vedevo e non troppo spesso era il mio pediatra.
Mia madre ha sempre avuto una buona salute, mio padre anche, raramente restavano a casa dal lavoro, raramente io non andavo a scuola per una febbre o per colpa delle placche alla gola. Nessuno però ordinò mai il taglio delle tonsille e me le portai dietro per moltissimi anni.
Solo dopo il mio ventiseiesimo compleanno ho fatto la mia prima operazione, una tonsillectomia per liberarmi di quelle due compagne moleste. Mi hanno ricoverata nel reparto grandi ustioni, dove c’era posto e il personale era più presente. Lì ho incontrato due donne che avevano braccia e schiena carbonizzate e più forza di me nell’affrontare i giorni in ospedale. Non facevano altro che accudirmi e rincuorarmi come fossi una bimbetta, e io succhiavo il mio succo di frutta e annuivo, retrocedendo di almeno vent’anni e aspettando il medico per tirar fuori la lingua.
Non ho mai avuto molto coraggio, non ho mai lanciato il cuore oltre gli ostacoli ma neanche al di là di un passo corto. Il cuore doveva stare al posto suo, rimanere protetto, sottochiave.
Eppure, dall’altro lato, ero piena di stranezza. A dodici anni amavo guardare le trasmissioni sulle operazioni chirurgiche, dove si aprivano i copri a metà coi bisturi e si tiravano fuori gli organi o si aspirava il grasso con delle lunghe cannule. Mi piaceva capire nel dettaglio come si potessero curare certi mali, quali fossero le patologie più assurde al mondo, quanto fossero rare e perché. Provavo fascinazione per il patrimonio genetico e vedevo i farmaci come magiche soluzioni.
Mia madre si arrabbiava quando mi scopriva davanti ai documentari medici, mi faceva cambiare canale, non li trovava appropriati per la mia età, le mettevano disgusto. E perché a me no? Non l’ho mai capito.
Avevo una insensata attrazione per il fuoco, da adolescente trascorrevo le ore seduta al bordo del camino fino a sentire la pelle bollente, volevo prendere la cera dalle candele sciolte per spalmarla sul dorso della mano e farmi venire delle macchie rosse, ero avvinta dagli incendi e da quello che possono lasciare, quel grigio insopportabile.
Bisogna scappare dal dolore, di questo ero sicura da piccola. Ma proprio scappare veloce, fare una corsa lunghissima. Se qualcosa brucia, se è appuntito, se è scivoloso, va evitato. E io lo evitavo di continuo, rimuginavo su tutte le ipotesi possibili per salvarmi, rimanere in piedi.
Infatti ho poche cicatrici sul corpo, sono caduta poche volte e le ricordo tutte.
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Ho chiara alla memoria per esempio la scivolata sulla discesa della casa dei miei nonni mentre correvo con ai piedi delle ballerine dorate e nuove, e quella scia di sangue dal ginocchio alla caviglia quando ho perso l’equilibrio.
Oppure non mi passa l’immagine di me che cado su un pedalò al mare in Sardegna e sbatto il ginocchio, o anche la pelle che cuoce sulla marmitta di una moto in Grecia.
Ogni volta che mi viene il ciclo mestruale mi butto sul letto e tengo le mani strette sulla pancia, è un male che non so sopportare, neanche dopo vent’anni, anche se lo conosco bene, anche se lo attendo. Ogni mese penso che sarebbe il caso di strappar via tutto, fare a meno di questa ricorrenza.
E gli altri? Loro invece sembrano saper sostenere più a lungo e meglio, sottovalutano le ferite, ignorano i pericoli evidenti e camminano sulle braci.
Allora cosa se ne fa il mondo delle persone pavide come me? Mi sono sempre chiesta. Hanno un senso, hanno uno scopo o riempiono solo uno spazio, fanno da cuscinetto per le altre? Le altre che creano e generano e noi, gli spaventati, che siamo di gomma e riempiamo i vuoti con l’apatia, col troppo buon senso.
Gli spaventati che sono giudiziosi e sanno conservarsi a dovere, ma poi hanno pochi slanci imprevisti, temono sempre di potersi intaccare, chiudono gli occhi quando i tuffatori si buttano dai trampolini, quando al circo vengono sguinzagliate le tigri, se in televisione appare un incontro di boxe o il racconto di una carneficina, di un massacro di guerra.
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A tutte queste cose di me non ho mai pensato, o meglio ci ho pensato a sprazzi, a volte, ma non ho mai messo insieme i pezzi, o provato a tracciare una linea per unire i miei punti.
Oggi invece la scrittura tira fuori e tritura tutto, fa emergere un’analisi di me che mi è nuova, e che mi è, però, cara.
Ecco così apparire meglio la mia figura, le mie contraddizioni, ma anche le mie continuità. Niente si impianta su un terreno arido, tutto ha bisogno di concime e il mio terreno è sempre stato grasso, nutriente e pronto per la paura di ammalarsi, per l’ipocondria.
Perché mi sono educata a credere in ciò che non esiste di più, molto di più, di ciò che invece c’è.
Sono proprio degli orti le nostre paure e non sappiamo che prendercene cura, non riusciamo a lasciarli alla gramigna, almeno certi di noi, come me.
La lettura non mi ha mai salvata dalle paure, anzi, le ha sorrette, le ha concimate per bene, ha reso più ingombrante la mia immaginazione, tentacolare, l’ha mossa su terreni friabili o inclinati e mi ha spostata in cima a dirupi scoscesi, alla prova con la vertigine.
Però, cari libri, vi ringrazio, nonostante tutto, e ringrazio la me bambina. Vi perdono per questa ipocondria dell’età adulta, vi assolvo per queste fatiche.
Perché senza di voi, io non sarei io ed essere altro proprio mi addolorerebbe.
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L’AUTRICE E IL NUOVO ROMANZO – Capita, nella vita, che l’universo ci appaia diviso tra quelli che agiscono e non si fanno spaventare dal mondo e quelli come noi, abitati da un dolore nascosto sottopelle. Per Loris tutto ha avuto inizio nel tempo bambino, quando le estati erano piene di fascino come l’orto di nonno Tempesta, vicino alle rovine dell’antica Galeria. Quando era insieme al nonno, il bisogno eccessivo di leggere per scacciare le angosce scompariva e lui imparava cose meravigliose come costruire una voliera e allevare i colombi, fedelissimi e iridescenti. Ora Loris ha trent’anni, ha fatto della lettura il suo mestiere, vive in città e ha una fidanzata di soprannome Jo. Ma il lavoro in casa editrice è precario, l’ansia di non essere all’altezza dell’età adulta lo schiaccia, lo divora. Loris scivola dentro sé stesso, prima per difendersi, poi per auscultare i messaggi d’allarme che il suo corpo gli manda. C’è un male dentro di lui, un male capace di portarsi via ogni residuo di speranza. E mentre i medici, la fidanzata, i genitori appaiono sempre più lontani, a Loris rimangono solo due alleati: i social media, sollievo e nutrimento per i suoi fantasmi, e Catastrofe, la creatura mutaforme – gatta, lupa, amica, sposa – che gli sta vicino nei momenti più difficili…
Giulia Caminito torna in libreria, per Bompiani, con Il male che non c’è (qui la nostra recensione), e sceglie la via del romanzo per raccontare sé stessa e la sua generazione, che non ha subito guerre o privazioni materiali ma ha avuto in sorte la solitudine della Rete e della precarietà.
Nata a Roma nel 1988, Caminito si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo La Grande A (Giunti 2016, Premio Bagutta opera prima, Premio Berto e Premio Brancati giovani), seguito nel 2019 da Un giorno verrà (Bompiani, Premio Fiesole Under 40) e da L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani 2021), finalista al premio Strega e vincitore del premio Campiello 2021, tradotto in venti paesi. Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.
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Fotografia header: Giulia Caminito, foto di Rino Bianchi