Negli Usa (e non solo) sta facendo molto parlare il processo a Lindsay Clancy, la donna 36enne del Massachusetts che ha ucciso i suoi tre figli piccoli nel 2023. Il caso è terribile e molto complesso, e la giuria è in stallo: deve stabilire se l’infermiera di Boston, che ha subito ha tentato il suicidio, sia colpevole di omicidio intenzionale o se abbia agito in preda a una grave psicosi post partum. Nella sua riflessione, la scrittrice Giusi Marchetta cita “Amatissima” di Toni Morrison, si pone molte domande e allarga ulteriormente il discorso: “Non c’è modo di riportare in vita Cora, Dowson e Callen, ma possiamo pretendere una maggiore cura per la salute mentale, combattere la mentalità che ci vuole madri a tutte i costi, madri single anche se c’è un padre, madri sole con i loro demoni. Possiamo insomma riconoscere la responsabilità umana e combattere il mostro che la opprime e la rende mostruosa”
“Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno di una bambina.”
La bambina di Toni Morrison che apre in modo maestoso Amatissima, il suo capolavoro, è il fantasma di una piccola vittima della schiavitù: sua madre Sethe, infatti, l’ha uccisa per sottrarla alla frusta di un padrone che torna a reclamarla come se fosse una sua proprietà.
Per raccontare questa storia terribile che affonda le sue radici nella tragedia reale di Margaret Garner, Toni Morrison ha scelto quello che riteneva il perno di tutto, ovvero il punto di vista della bambina che non aveva avuto voce in capitolo. Quale concezione di libertà può coesistere col gesto di una madre che toglie la vita alla figlia perché non può impedire che conduca una vita da schiava? E quale libertà ha potuto esercitare su questo la sua bambina, amatissima e proprio per questo condannata a morte?

L’orrore suscitato dal figlicidio
Non c’è dubbio che l’infanticidio e la violenza sessuale sui minori siano tra i crimini che più facilmente ingenerano in noi un istinto di repulsione e una massima ostilità tanto da figurare al primo posto tra le motivazioni dei sostenitori della pena di morte.
Ancora più forte però è l’orrore suscitato dal figlicidio: essere traditi da chi ci ha messo al mondo diventa in modo quasi intrinseco un’accusa imperdonabile. Mi chiedo però quanto sia possibile cercare di tenere insieme il diritto di Amatissima a vivere e l’immensa, inesprimibile sofferenza di Sethe (o meglio di Margaret Garner che è esistita e la cui sofferenza è stata reale). Me lo chiedo ancora di più in questi giorni in cui giornali e social si riempiono di foto di bambini uccisi dai loro genitori, di dibattiti sui mostri che hanno armato la mano che li aveva accuditi fino al giorno prima.
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Il processo a Lindsay Clancy
La storia che sta tenendo in sospeso gli Stati Uniti al momento è quella di Lindsay Clancy o forse è quella dei suoi tre bambini, Cora e Dawson che avranno per sempre cinque e tre anni e del neonato Callan di appena otto mesi. Il 24 gennaio del 2023, mentre il marito Patrick era fuori a prendere medicine e cena da asporto, Lindsay li ha portati nel seminterrato e li ha uccisi poi ha tentato il suicidio gettandosi da un balcone. In questi giorni, paraplegica a causa della caduta, è in attesa del verdetto di un processo molto combattuto e che ha visto la giuria per ben due volte dichiarare di non aver raggiunto l’unanimità sulla piena colpevolezza dell’imputata.
Nel sangue di Lindsay, infatti, quel giorno si mescolavano sette diversi tipi di farmaci prescritti per aiutarla a superare anni di disturbi dell’ansia, insonnia cronica e pensieri intrusivi aggravati da una grave depressione post partum. A quanto ha dichiarato durante il processo, quella voce che aveva sempre in testa quel giorno si era fatta incontrastabile: “Questa è la tua occasione”, avrebbe detto. E poi aveva aggiunto cosa doveva fare ai bambini per potersi finalmente togliere la vita.
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Un caso terribile (non così unico, però…)
Un caso difficile, peggio: un caso terribile. Non così unico, però. Nelle ricerche che studiano gli infanticidi commessi dalle donne uno dei profili più comune delle madri accusate richiama fortemente la situazione di Lindsay Clancy: lo stato di casalinga (anche se ad interim perché in attesa di tornare a lavorare come infermiera), il rapporto difficile col marito, la precarietà della salute mentale aggravata dalla pressione costante per l’accudimento dei figli e soprattutto la psicosi post partum più volte da lei confessata agli psichiatri che l’hanno seguita per anni somministrando farmaci a volte in conflitto tra loro.
È ovvio ma importante ricordare che non si deve correre il rischio di generalizzare. Le persone che soffrono di disturbi o di depressione post partum non incorrono tutte in atteggiamenti lesivi o autolesionisti: quando succede, in alcuni casi i contesti in cui vivono sono d’aiuto, le terapie funzionano, le sofferenze diventano ogni giorno più sopportabili. Oppure sono solo fortunate e quella voce, implacabile, un giorno smette di farsi sentire.
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Cosa succede, però, quando le condizioni sono diverse? Same, Lindsay, scrive qualcuna sui social, taggando con questa confessione macabra il video di sé mentre gira con una carrozzina o porta al parco il suo bambino. È un trend terribile che sarebbe troppo facile bollare come espressione semplice e molto contemporanea di protagonismo in un’America che da un lato costringe le donne a diventare madri dall’altro le priva di diritti sia in ambito sanitario che lavorativo. Un Paese in cui serpeggia sempre più diffusa dalle destre evangeliche una mentalità da incubo che considera un crimine l’aborto e una criminale chi lo richiede e che pare ancora incastrato nello stereotipo della trad wife addestrata a reprimere depressione e ansia con alcol e farmaci. In silenzio, finché qualcosa da qualche parte non si rompe.
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Non sappiamo ancora cosa ne sarà di Lindsay Clancy. Sappiamo che suo marito Patrick ha denunciato medici e ospedali coinvolti, che si è risposato un anno dopo la tragedia e aspetta un bambino. La rete setaccia i video delle sue testimonianze in cerca delle sue contraddizioni, lo sospetta colpevole o, semplicemente, nella maggior parte dei casi, lo richiama con forza in questa storia. Il fatto che non sia sul banco degli imputati non lo cancella dai filmati in cui Lindsay si trascina faticosamente dietro i tre figli mentre lui passeggia in disparte o sta al cellulare. Questo non significa niente, mi dico. Però è anche una scena fin troppo familiare che suggerisce una falsa verità su quello che ci aspettiamo dalle madri in modo gratuito, naturale, perché pare che per volontà divina si partorisca con dolore ma che la cosa non finisca lì.
Donne che sentivano voci
Se di queste due persone comunque possiamo conoscere solo quello che viene ricostruito dagli inquirenti, c’è una storia molto più lunga di donne che sono state condannate anche solo per aver manifestato un istinto omicida nei confronti dei figli. Donne che sentivano voci e che non sapevano a chi attribuirle se non a delle entità malefiche, a demoni interessati alla loro anima. Nel documentario del 2024 Witches, la regista Elizabeth Sankey ridisegna un tracciato fondamentale che lega in modo crudele salute mentale e ruolo delle donne in una società patriarcale che cambia aspetto secondo i tempi ma che lascia ancora intatta la solitudine e lo stigma di chi combatte una lotta quotidiana con la sua mente. Quante si sono costituite al boia perché terrorizzate da pensieri intrusivi? Quante si sono dette streghe perché non poteva coesistere in loro l’essere madri e il pensiero di fare del male ai propri figli?
In questo momento dodici persone in una stanza stanno riflettendo per capire se una donna che soffriva di psicosi fosse capace di intendere e di volere mentre toglieva la vita ai suoi bambini; molte di più si stanno chiedendo come saranno in grado di affrontare un’altra giornata e se il rogo non sarebbe preferibile tutto considerato.
Quale mentalità urla nelle teste dei genitori?
Mi ripeto che dobbiamo pensare ai bambini, alle prime vittime di queste tragedie. Proprio per questo, però, mi dico che dobbiamo occuparci della mentalità che urla nelle teste dei genitori. È la società patriarcale che legittima la violenza patriarcale. Femminicidi e figlicidi commessi dagli uomini (e che valgono sempre come femminicidi) vengono legittimati dallo stesso tipo di pensiero sessista. Ribadirlo non significa giustificare il femminicida, ma ci aiuta a capire che dobbiamo intervenire anche sul sistema. La morte della piccola Bianca Abbasciano uccisa dal padre o dai genitori, che si sono poi tolti la vita, non può essere raccontata come una conseguenza naturale della disperazione se non in una società che non supporta in modo adeguato i suoi cittadini e dimostra un profondo abilismo a tutti i livelli: dal modo in cui considera una persona con disabilità come meno meritevole di vivere alla grave negligenza politica che dovrebbe lavorare per un’uguaglianza sostanziale e quindi per un’inclusione quotidiana ed effettiva delle persone in base alle proprie esigenze. Non accettare la morte di Bianca significa non accettare il modo in cui le persone con disabilità e le loro famiglie vengono trattate nel quotidiano.
“Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno di una bambina. Le donne lo sapevano e così anche i bambini”. La bambina di Toni Morrison torna dalla morte per riprendersi quello che le spetta e sua madre è pronta a farsi divorare: in fondo sua figlia è “la parte migliore” di lei.
Noi non abbiamo bisogno di chiedere lo stesso sacrificio soprattutto se, a differenza di Sethe che aveva deciso per la figlia che la morte fosse preferibile alla schiavitù, per Lindsay Clancy non c’è stata nessuna scelta, ma solo una dolorosa e violenta psicosi allucinatoria.
Non c’è modo di riportare in vita Cora, Dowson e Callen, ma possiamo pretendere una maggiore cura per la salute mentale, combattere la mentalità che ci vuole madri a tutte i costi, madri single anche se c’è un padre, madri sole con i loro demoni. Possiamo insomma riconoscere la responsabilità umana e combattere il mostro che la opprime e la rende mostruosa.
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