Una coppia, una rovina in Pomerania, il tentativo di costruire una vita fuori dalle forme consuete del presente. Dopo “Le perfezioni”, finalista all’International Booker Prize, in “Una splendida rovina” Vincenzo Latronico racconta il fallimento già sapendo come finirà e trasforma il restauro di una casa in un’indagine sul desiderio, sull’amore, sulla precarietà e sulle illusioni di una generazione costretta a inventarsi da sola le proprie certezze…

Dopo il successo internazionale di Le perfezioni (Bompiani 2022, Einaudi 2026), finalista all’International Booker Prize e pubblicato in oltre cinquanta Paesi, Vincenzo Latronico torna con Una splendida rovina (Einaudi). Sullo sfondo, ancora una generazione cresciuta nella promessa poi tradita di una libertà quasi illimitata; al centro, una coppia che prova a costruirsi una vita alternativa a partire da una rovina in Pomerania.

Una casa per cambiare vita

È il 2017. Il protagonista ha trentatré anni e vive “in giro”: scrive, traduce, passa da un posto all’altro, coltiva una carriera letteraria che stenta a prendere forma. In un monastero trasformato dal bizzarro proprietario Arthur in una specie di esperimento comunitario per artisti e lavoratori precari, incontra Elsa, organizzatrice di eventi.

I due si innamorano quasi subito e decidono di cercare un luogo che appartenga a loro. Attraverso Uwi, venditore-mediatore a metà tra cercatore di tesori e mezzo truffatore, arrivano in Pomerania, nell’ex Germania Est. La proprietà, su cui investono praticamente tutto ciò che riescono a raccogliere, ha quarantasei stanze, sala da ballo, boiserie, edifici secondari, un parco; mancano acqua, elettricità e riscaldamento, una parte è già crollata. Il prezzo rende pensabile l’impensabile e comprano. Già al rogito nel protagonista si moltiplicano paure e ripensamenti, mentre Elsa procede imperturbabile.

copertina di Una splendida rovina di Vincenzo Latronico

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Il fallimento raccontato a posteriori

Una casa senza finestre, col tetto rabberciato e i soffitti crollati: una splendida rovina. L’ossimoro del titolo contiene già quasi tutto il libro. Latronico ci avverte presto che andrà male: il fallimento è dichiarato, disseminato ovunque. Quando qualcosa appare meraviglioso, quasi subito ne vediamo la crepa: la casa dei sogni ha (forse) l’amianto sepolto nel terreno, un fungo divora il legno, i soldi non bastano, quasi tutti i rapporti con gli amici-collaboratori coinvolti nel progetto finiscono per incrinarsi.

Latronico fa dunque deflagrare in anticipo l’arco degli eventi perché il senso del racconto non sta nella loro successione. Conta osservare come una persona, anni dopo, torna sul passato e prova a costruirne una spiegazione. Il narratore sa già che la casa è perduta, Elsa è perduta, certe amicizie sono finite. La domanda è un’altra: quando è cominciato davvero il fallimento? E soprattutto: era scritto nelle cose o è la forma che assumono adesso, conosciuto il finale?

Le perfezioni di Vincenzo Latronico

Da Le perfezioni a Una splendida rovina

Da questo punto di vista Una splendida rovina sembra quasi una prosecuzione, da un’altra prospettiva, di Le perfezioni. Lì Anna e Tom vivevano congelati in una forma di vita contemporanea che avevano imparato a riprodurre perfettamente: lavoro creativo, appartamento, viaggi, immagini, oggetti giusti, una libertà simile a una sofisticata immobilità. Qui il movimento è opposto, ma il retroterra psicologico e sociale è lo stesso. Si tenta davvero l’evasione: uscire dalla città e dagli appartamenti troppo piccoli, inventare e plasmare qualcosa di completamente altro.

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Quando l’immagine incontra la materia

La casa assume allora un peso che supera quello della trama. Latronico dedica molte pagine ai lavori e ai problemi tecnici perché il progetto acquista senso quando smette di essere soltanto un’immagine. Il protagonista, che aspirava a una vita pienamente letteraria, si trova immerso in un lavoro fisico che modifica il rapporto con ciò che aveva desiderato. La materia della casa diventa quella del racconto e il restauro dà forma al libro, mostrando cosa accade a un’idea quando si misura con la realtà.

Anche il rapporto con Elsa cambia nel processo. All’inizio la casa sembra coincidere con il futuro della coppia. Lei, che si occupa dell’organizzazione e mai del lavoro “sul campo”, reagisce alle difficoltà con determinazione quasi cieca; lui cerca rassicurazione negli amici, nelle coincidenze, persino nelle stelle, e percepisce ogni problema come una prova dell’enormità di ciò che hanno intrapreso, sentendosi incompreso, non accolto dalla ragazza.

Nasce così un’inerzia che il narratore riconosce pienamente solo a posteriori. Quanto si erano innamorati l’uno dell’altra e quanto della vita immaginata insieme? La domanda resta, necessariamente e costitutivamente, sospesa.

La casa come frattura generazionale

Ed è proprio questa impossibilità di trovare una risposta a fare di Una splendida rovina un racconto-indagine, più che un romanzo, sulla casa come luogo concreto dell’abitare e spazio esistenziale. Centrale da sempre nell’opera di Latronico, per molti trentenni la casa è diventata il punto in cui si rende visibile la frattura di un patto sociale. In città come Milano e Berlino, che l’autore conosce bene, uno stipendio ordinario basta a mostrare quanto sia distante la sicurezza abitativa che per le generazioni precedenti rientrava ancora tra le possibilità realistiche. Quando viene meno ogni garanzia concreta, si cerca una via d’uscita: una casa enorme, un lavoro a distanza in campagna, una vita di spazi sconfinati e libera, per dirla con i CCCP, dalle voglie sconfinate e dalle necessità infinite della città.

Una spiritualità della precarietà

Il protagonista diventa così un eroe della propria generazione, forse persino un supereroe (o un super-antieroe), perché porta questo impulso alle estreme conseguenze. Si affida a ciò che sente, ai segni che riconosce, a una fede privata che supplisce alla mancanza di appoggi concreti. È una spiritualità nata dalla precarietà: quando il futuro offre poche garanzie, intuizioni, coincidenze e desideri forniscono le conferme che il mondo materiale non riesce più a dare.

Una splendida rovina racconta allora una generazione che sogna più forte proprio perché possiede meno certezze e rischia di scambiare la necessità di credere per la prova che ciò in cui crede sia giusto. Le pagine finali portano questa tensione alle conseguenze più dolorose con semplicità quasi dimessa. Il progetto immobiliare, pur senza di lui, sopravvive a quello sentimentale con Elsa e così, alla fine, non sappiamo nemmeno se quella casa e il loro amore fossero davvero una chimera.

E forse la splendida rovina è proprio questo: il luogo in cui un sogno generazionale prende corpo abbastanza a lungo da costringere chi lo ha inseguito a capire che cosa stava davvero cercando.

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Fotografia header: Vincenzo Latronico nella foto di Marzena Skubatz

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