“C’è stata una giovinezza – generosa e intollerante come tutte le giovinezze – che ha infuocato tra la fine del 18esimo secolo e i primi anni del secolo successivo una piccola città tedesca, divenuta per una manciata di anni il centro del mondo. Smise di esserlo quando Napoleone vi combatté una memorabile battaglia contro i prussiani…”. Un anziano professore che ricostruisce un carteggio e tre giovani vite tra ‘700 e ‘800, affascinate dal primo romanticismo dello “Strum und Drang”, sono al centro di “Le attitudini” di Alberto Rollo, un romanzo “storico” (sebbene in modo laterale) e “fatalmente epistolare”. All’Università di Jena i protagonisti vivono un tempo irripetibile, mentre un vento di libertà travolgeva i giovani Werther d’Europa, con il suo carico di possibilità e idealismo
Un professore anziano, piuttosto disilluso, viene in possesso di un carteggio e di altri documenti in parte lacunosi che, messi insieme, gli suggeriscono una vicenda da studiare e completare: è quella di tre giovani vite tra ‘700 e ‘800, travolte in qualche modo dalla storia ma frementi di quella giovinezza persino “suicida” che animò il primo romanticismo dello Strum und Drang. E questi ragazzi, due tedeschi e un’italiana, parlano di Jena e della sua sfolgorante seppur breve stagione culturale, fra Goethe e Fichte, tra Von Humbolt e Novalis, tra filosofia, scienza, poesia; esaltati dalla figura di Napoleone, ma anche incuriositi dalla reazionaria corte napoletana nei giorni della rivoluzione, dell’arrivo dei francesi, della feroce repressione sostenuta dall’ammiraglio Nelson, e del vivacissimo entourage dell’ambasciatore britannico, Lord Hamilton.

Una modalità collettiva di porsi nei confronti della storia
Le attitudini (Neri Pozza), il romanzo di Alberto Rollo, prende titolo proprio dai quadri animati in cui si esibiva la affascinante Lady Emma Hamilton, al secolo Emma Hart ma nata con ancora un altro nome, moglie affascinante e chiacchierata dell’ambasciatore britannico, e già in questa scelta si può sospettare una chiave. Perché forse quelle “attitudini” non sono solo un ozio mondano un po’ frivolo e di dubbio gusto, ma una modalità collettiva di porsi nei confronti della storia, valgono come metafora. È questo infatti un romanzo, del resto, storico sebbene in modo laterale, quasi di scorcio, o per procura. Ed è fatalmente un romanzo epistolare, cui si sovrappone la vicenda personale di chi interroga quelle carte. Il professore le legge e le ricostruisce come in un atto di nostalgia, lasciandosi incantare dallo sfavillio intellettuale e sentimentale del passato, mentre intorno a sé vede solo rassegnazione, accidia, furbizia – ed è anche alle prese con un problema famigliare non da poco: uno dei due figli è infatti sotto processo per reati finanziari.
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“C’è stata una giovinezza generosa e intollerante come tutte le giovinezze…”
Questo aspetto è però un poco estrinseco, se vogliamo, a un libro che sappiamo dalle note dell’autore essere nato con due rappresentazioni teatrali dedicate al pre-romanticismo. E dei due piani della narrazione, quello contemporaneo è evidentemente strumentale, connettivo. Sono i tre protagonisti quelli che contano davvero, ed evidentemente il loro dialogo frenetico, a tratti esaltato, “giovane” di una sorta di giovinezza del mondo. Ovvero, come scrive il professore-autore, “c’è stata una giovinezza – generosa e intollerante come tutte le giovinezze – che ha infuocato tra la fine del Diciottesimo secolo e i primi anni del secolo successivo una piccola città tedesca, divenuta per una manciata di anni il centro del mondo. Smise di esserlo quando Napoleone vi combatté una memorabile battaglia contro i prussiani”.
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I protagonisti vivono in un tempo irripetibile
A Jena si era rifugiato Hegel, che aveva spedito al suo editore il manoscritto della Fenomenologia dello Spirito – pubblicata nel 1820 – quando, per così dire, quella stagione era appunto finita. La nottola di Minerva aveva dispiegato le sue ali. E dunque “ho guardato indietro, e su Jena mi sono fermato come se quel tempo e quella città mi appartenessero”.
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I protagonisti vivono in un tempo irripetibile, “cresciuti fra due romanzi. Il Werther e il Wilhelm Meister e come scrive uno dei tre in una lettera, “stesso autore, stesso clima. La nostra generazione ha patito le smanie del suicida e la lucidità del borghese. Poi, ci si è rovesciato sopra il sogno. E ora dal sogno si muove verso la catastrofe”.
Il professore vive nel tempo dell’elegia, come il Thomas Mann, si direbbe, di Carlotta a Weimer, dove Goethe, anziano, incontra la donna che 40 anni prima lo aveva ispirato per il Werther – ed è un tempo analogo a quello riascoltato con la trepidazione del non più nel precedente Un’educazione milanese, dove Rollo ci parla e si interroga sulla giovinezza piena di promesse della sua generazione. Si direbbe che cambiano gli scenari, non la particolare sensibilità alle sottese analogie fra mondi storici.
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“Come abbiamo potuto continuare a vivere senza questo Io così immenso e così intrepido…”
Bruno, Heinrich e Marianna Di Dio, quasi stupiti, si chiedono (la frase è di Bruno in una lettera a Marianna, ma vale per tutti), “Come abbiamo potuto continuare a vivere senza questo Io così immenso e così intrepido, tanto immenso che c’è, che esiste, quando è negato, e che, negato, è messo in condizione di agire, di perdersi addirittura nell’azione e nella libertà?”.
I documenti, pur nella loro relativa frammentarietà, raccontano questo, e la ricerca di una risposta. Le lettere di Bruno Röder a Marianna di Dio, di cui il giovane si è innamorato dopo averla incontrata nel palazzo di Lady Hamilton durante un soggiorno napoletano (l’unico suo viaggio in Italia – non riuscirà più a farci ritorno) parlano d’amore, ovviamente, ma soprattutto di Jena, del clima intellettuale nella città dove “è l’azione che ci fa liberi e ci consegna alla bellezza”, “questa città dove ci si inzuppa l’anima di pensiero e poesia”.
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Quelle più rare di Marianna un poco ricambiano il sentimento di Bruno ma sono come una sorta di autoanalisi, parallele al suo taccuino dove ricostruisce la propria storia di trovatella cresciuta in un palazzo nobiliare nel Salento e poi a Napoli sviluppando non solo una forte coscienza di sé ma anche impadronendosi di una vasta cultura che le consente di trovare una nuova, agonistica libertà (“non sono la serva di nessuno”, scrive, ad onta della sua condizione). Più goliardiche e divertite sono invece quelle scambiate con Bruno dall’amico e compagno di studi Henirich Müller, che sembra il meno tormentato e il più borghese, in fondo quello che nel terzetto esercita la funzione del controcanto, ma che alla fine riserverà per così dire una sorpresa, offrendo al professore una sorta di possibile, anche se non del tutto certo, finale.
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Rollo ha scritto indubbiamente un libro non facile, che richiede una certa attenzione e propone una grammatica narrativa piuttosto esigente, come accade ai romanzi epistolari. I tre giovani scivoleranno come tanti fuori dalla storia, non avranno avventure significative se non intellettuali; Bruno non rivedrà la sua Maddalena, ma non mancherà una conclusione forse non del tutto inaspettata. Non è in fondo questo l’aspetto essenziale, pare più che altro un tributo alla necessità di chiudere una trama. Né, in fondo, lo è la vicenda del professore e dei suoi guai personali da cui in qualche modo cerca un sollievo nei documenti che studia: misurando una distanza fra qualcosa di irripetibile e il mondo deludente in cui vive.
Il cuore di Le attitudini sta nelle lettere e nel taccuino di Marianna, che usa un italiano venato da dialettalismi si direbbe consapevoli, ma studia il tedesco. Dei personaggi è forse il più ricco, nella sua coscienza di sé e della storia, e nel suo orgoglio femminile, nel suo perseguire una difficile emancipazione: ed è un cuore storico che ci racconta, molto generoso di dettagli, un’esperienza culturale di un’Europa lontana, ma forse non quanto sembrerebbe; il cuore di un romanzo saggistico fra tenerezza e rimpianto.
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