“L’Opera Galleggiante” di John Barth (1930-2024) – considerato uno dei caposaldi del postmoderno americano – è un excursus vorace tra ilarità, paura, frustrazione, sorpresa e quella disperazione impossibile da gridare che si manifesta nella più totale impassibilità dei lineamenti. Un libro in cui uno dei padri del postmoderno”disseziona la natura umana, i suoi illogici pattern e le sue più abiette pulsioni, senza pretesti o pretese realistico-educative. L’unica rivendicazione è quella di perdersi: perdersi nei racconti, vagare e divagare, smarrirsi nei sottotesti che la lingua cela e che si manifestano con il gioco…

“Penso che per me sia stato un esorcismo narrativo […] Lost in the Funhouse di Barth (racconto contenuto nella raccolta La vita è un’altra storia – Racconti scelti di minimum fax, a cura di Martina Testa e con la traduzione di Damiano Abeni, ndr) in America è una specie di testo sacro, una specie di ‘Terra desolata‘ postmodernista, ed era probabilmente la cosa più semplice di cui scrivere”.

Con queste parole lo scrittore e saggista americano David Foster Wallace (1962-2008) omaggia e “uccide” (nella più freudiana delle maniere) uno dei padri del postmodernismo americano (e uno dei suoi padri letterari): John Barth. Lo scrittore originario del Maryland – nato a Cambridge il 27 maggio 1930 e venuto a mancare il 2 aprile 2024, all’età di 93 anni – è considerato infatti uno dei maggiori esponenti della corrente letteraria volta a sovvertire la linearità e la razionalità del racconto modernista.

Il celebre parricidio compiuto da Wallace – concretizzatosi nell’irriverente romanzo Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso (minimum fax, traduzione di Martina Testa), che riprende religiosamente la tracotante metafiction dello scrittore del Maryland – non è altro che uno dei numerosi attestati di stima letteraria perpetrati nel tempo nei riguardi dell’opera barthiana. E il calco dello scrittore “bandanato”, in un ideale (e giocoso) spettro tra la sobria ammirazione e il vero e proprio fanatismo, si colloca decisamente verso la prima…

Come riportato infatti da Martina Testa nell’introduzione a L’Opera Galleggiante (minimum fax, traduzione di Henry Furst e Martina Testa), nei riguardi del padre del postmodernismo si è spesso e volentieri parlato di idolatria.

Un esempio su tutti: il 24 gennaio del 1973 sulla prima pagina del Wall Street Journal comparve un articolo dedicato alla “Società per la Celebrazione della Barthomania“, confraternita di Washington dedita alla venerazione di John Barth. Oltre a goliardici simposi, le attività di proselitismo includevano la vendita di adesivi pro-Barth da attaccare sui paraurti delle macchine e l’istituzione ufficiale di un “John Barth Day“.

Insomma, quando si parla di John Barth si parla di un autore di culto.

Uno scrittore dalla penna smaliziata e appassionante, intellettuale e sfidante, che già nel suo esordio narrativo del 1956 – il già citato L’Opera Galleggiante (in originale The Floating Opera) – affronta temi esistenziali con il caratteristico e tragicomico mix di umorismo e gravità.

A quasi 70 dalla pubblicazione del libro che ha dato il via all’ascesa di uno dei maggiori esponenti della narrativa americana, ripercorriamo alcuni passaggi dell’opera prima che – parafrasando le parole dello stesso autore nella prefazione al testo – è salpata, ha subito le dovute modifiche e galleggiando arriva fino a noi.

L'Opera Galleggiante di John Bart

LA TRAMA

Era una giornata bellissima per suicidarsi. Si aveva la sensazione che in un’atmosfera così arida il sangue sarebbe uscito a stento; molto più probabilmente un coltello al collo sarebbe stato baciato da un sibilo essiccante di mera aria asciutta”.

La rosea e serena ipotesi di un suicidio: un brusco esordio – nell’opera e nella carriera letteraria – con cui John Barth aggancia lettrici e lettori, sovvertendo già dal principio rigidi schemi e consolidate usanze narrative. L’Opera Galleggiante ha infatti inizio dalla fine. O meglio, da “una” fine, quella di Todd Andrews.

Una mattina di giugno del 1937 l’uomo si sveglia, si alza dal letto e – scrutandosi da cima a fondo allo specchio – scopre che la risposta a ogni suo problema è togliersi deliberatamente la vita. Nonostante un’avviata carriera da avvocato e una tranquilla vita borghese nel Maryland (palcoscenico dell’infanzia e dell’adolescenza dello stesso Barth), nonostante un effervescente triangolo amoroso con il ricco amico Harrison Mack e la bella moglie (di lui) Jane, Todd – detto amichevolmente Toddy – decide di farla finita.

Ma vent’anni dopo, con un vigoroso colpo di scena, l’uomo è ancora vivo. Fattosi cantore scanzonato delle proprie gesta (oltre che prova empirica del mancato suicidio) il prode Andrews accompagna così lettrici e lettori tra i serpeggianti sviluppi di quella giornata che ha cambiato – grazie all’assillante chiodo fisso della morte – la sua intera vita.

“Venite con me, lettori, e non abbiate timore per il vostro cuore ammalato; ne ho uno anch’io, e so bene quanto sia importante inserire prima il dito d’un piede, poi il piede intero, poi una gamba, lentissimamente le anche e la pancia […] Tutto sommato, vi invito a un tuffo di piacere, non a un battesimo”.

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LO STILE

Immergersi ne L’Opera Galleggiante equivale – parola dello stesso Andrews – a un repentino tuffo di piacere, non a un lento e programmato battesimo. Un balzo improvvisato e scoordinato, lontano dalla olimpionica bellezza di un triplo carpiato capace di fendere l’acqua senza spruzzi di sorta.

Uno zampillante discorso a cuore aperto, come specifica il protagonista stesso che – animato dal ventriloquo Barth – prende la parola e racconta “a braccio” quel lungo e interminabile 21 (o 22, la data è elemento di insicurezza) giugno. “La mia prosa è uno strumento dall’andatura goffa, privo di grazia, e non ho alcuna padronanza degli stratagemmi stilistici” specifica, quasi ad alienarsi dalle gabbie narrative proprie dei mestieranti.

La scrittura di John Barth, concretizzatasi nell’incerta e spesso divagante voce di Toddy Andrews, si pone (nella migliore tradizione postmoderna) come autoreferenziale ed estremamente metanarrativa, pregna di autocoscienti prese di posizione da parte della tridimensionale voce narrante. Andrews si presenta e si spiega, si giustifica e si condanna, si scusa e si compiace, mostrando il suo lato più umano, irrazionale e ambivalente.

Questa fluviale confessione da vita a una narrazione al di fuori di ogni possibile epoca in cui – alternando cenni nichilistici a battute di humour – John Barth disseziona la natura umana, i suoi illogici pattern e le sue più abiette pulsioni, senza pretesti o pretese realistico-educative. L’unica rivendicazione è quella di perdersi: perdersi nei racconti, vagare e divagare, smarrirsi nei sottotesti che la lingua cela e che si manifestano con il gioco.

Un passaggio da L'Opera Galleggiante di John Barth

Un passaggio da L’Opera Galleggiante di John Barth che simula la locandina dello spettacolo di vaudeville da cui prende il titolo il libro. Da segnalare l’indicazione imprecisa della data, che il protagonista non ricorda chiaramente e ripropone in questa sua confusa dicitura.

I TEMI

L’opera – che prende il nome dall’omonimo spettacolo di vaudeville su un battello a vapore all’interno del testo – tratta le tematiche più disparate (e ricorrendo in facili giochi di parole, dato il tema principale del testo, “disperate”).

Un compendio che spazia dai dialoghi filosofici sull’opportunità (o per certi versi la necessità) di un suicidio, agli inghippi burocraticosentimentali di matrice borghese cui Todd si sottopone quotidianamente. L’uomo – dal cuore incerto e malandato, che si domanda sovente se “avendo sentito tic, sentirò tac?” – vive un amore tra il comico e il farsesco, in cui il contrasto tra gli adolescenziali (ed esilaranti) amplessi e il macchiettistico ménage à trois non fanno che mettere in risalto l’esigenza di vivere gli amori alla giornata, evitando i vincoli di una relazione issata su rigidi binari.

Nell’universo barthiano i “problemi di cuore” non sono veri problemi, i veri problemi di cuore sono veri problemi. Toddy scalza così ogni possibile sentimento intrusivo per far posto alla sua personalissima Indagine, un manuale amorfo che redige attentamente per conservare la giusta prospettiva sulla sua labile vita, rituale desacralizzato, gesto di temporaneità e di eternità.

Un testo nel testo, mise en abyme utilizzata sapientemente da Barth per riportare alla luce gli eventi più reconditi del passato del protagonista: dalla catartica esperienza della guerra (in cui Toddy rinuncia all’empatia uccidendo brutalmente un soldato nemico con cui aveva instaurato un seppur labile legame) al burrascoso e insoluto rapporto con il padre, morto suicida.

L’Opera Galleggiante è un excursus vorace tra ilarità, paura, frustrazione, sorpresa e quella disperazione impossibile da gridare che si manifesta nella più totale impassibilità dei lineamenti. Un’impenetrabilità smossa – come sassolino nell’acqua che dà vita a infiniti cerchi concentrici – dal tentativo di Toddy di remare contro l’abitudinarietà della vita. Dopo varie metamorfosi – da cinico a santo, fino a (quasi) suicida – Toddy rivendica la propria incoerenza, il proprio diritto di alienarsi dalle convenzioni/convinzioni borghesi.

E nel far ciò questiona ogni cosa: amori e amicizie, lavoro e passione, vita e morte. Pezzo per pezzo, come la barca che laboriosamente assembla e come l’Indagine che sistematicamente redige. Un’opera che un giorno, forse, sarà destinata a salpare e giungere – galleggiando – fino a noi.

“Costruire una barca: mi sembrava un gesto quasi santo nella sua totale desiderabilità. Poi approvvigionarla, e un bel mattino allontanarmi silenziosamente dall’ormeggio, scendere il fiume scintillante al sole, sino all’ampia distesa della baia, e poi giù giù negli oceani sterminati”.

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