“Una volta ho avuto sette padri in sette anni…”. Con il passo e l’umorismo di un romanzo picaresco, “Maledetti uomini”, premiato esordio di Andrev Walden, racconta una Svezia ben lontana dal paese per lungo tempo indicato a modello d’Europa per i suoi servizi sociali. Le vicende di bambini infelici e di famiglie distrutte vengono raccontate in un difficile equilibrio tra umorismo e dolore. La bravura dell’autore sta nel far parlare davvero un bambino, a farlo vivere, all’altezza dei grandi classici…

“Una volta ho avuto sette padri in sette anni – scrive Andrev Walden (scrittore e giornalista svedese classe ’76, ndr) rivolto al lettore, a un “tu” che di tratto in tratto ricompare nella narrazione -. Questo è il racconto di quegli anni”.

È l’incipit di Maledetti uomini (Iperborea, traduzione di Laura Cangemi), che ha avuto un grande successo in Svezia di pubblico e di critica, quando è uscito nel 2023 – se n’è ricavato anche un film -, storia dai tratti si direbbe fortemente autobiografici, anche se non abbiamo elementi per affermarlo salvo gli indizi che l’autore dissemina, una memoria dell’infanzia e di un’infanzia molto tormentata.

Il punto di partenza è un’affermazione categorica: “Se ci sono cose che ti sembrano inventate, puoi stare sicuro che invece sono vere”, mentre le invenzioni sarebbero invece “nascoste nel banale” come  il colore di un cuscino.

copertina di Maledetti uomini di Andrev Walden

 

Siamo a una duplicazione metanarrativa: c’è un Andrev personaggio, il bambino di cui ci vengono raccontate la formazione e le disorientanti avventure in cui incappa, e un Andrev più o meno autentico, lo scrittore, il cui nome è in copertina e che non solo si rivolge di tanto in tanto direttamente al lettore, ma riflette sulla maniera stessa di ricostruire gli episodi; come, per fare un esempio fra i tanti, sempre all’inizio, quando dopo aver sommariamente introdotto il primo dei sette padri e citato un insegnamento che costui, individuo brutale, sta per impartirgli, osserva che “non posso cominciare da qui”, ma aggiunge tra parentesi “(In realtà ho già cominciato, ma ho pensato che l’attacco può restare com’è: come base per l’arco drammaturgico può andare)”.

È un gioco al distacco in un contesto che fa pensare, poniamo, all’allegria di Mark Twain, una coloritura discretamente comica per raccontare situazioni terribili: perché questi padri cadono sotto questa categoria. La narrazione procede ordinata, una sezione per ognuno di loro, dall’infanzia all’adolescenza del protagonista, entrambe assai tumultuose. Sono i fidanzati della madre, donna coraggiosa ma che, tutto sommato, ha la mano infelice nella scelta dei partner; vanno e vengono, disastrosamente.

La famigliola si ricompone ogni volta, i bambini cambiano provvisoriamente o definitivamente genitori (nella prima casa di Andrev ce ne sono altri due), in altre parole, per usare un termine non privo di qualche implicazione che sembra essere cara all’autore, tutti  “migrano”. Anche e soprattutto i parenti. Così, quando il piccolo Andrev trova rifugio provvisorio in casa di una zia, si meraviglia di quanti cugini ci siano, tutti con “nomi e vestiti fighi”.

“Abitano in un grande appartamento di inizio Novecento scrive – in Sankt Eriksplan e ognuno ha la sua camera. Ci sono tante camere e tanti cugini che ne trovo continuamente di nuovi. Le porte sono come le finestrelle di un calendario dell’avvento”. In realtà la zia gestisce in proprio un piccolo asilo, ma Andrev ci mette un bel po’ a capirlo e arrivare a una saggia conclusione: “I suoi figli sono soltanto sei. Gli altri sono bambini che le portano oppure amici dei cugini che vanno e vengono senza bussare. Per capire quali fanno parte della famiglia basta ascoltare la zia: se li chiama stronzetti sono i suoi”.

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Maledetti uomini ha il passo e l’umorismo di un romanzo picaresco, in un mondo che stentiamo a riconoscere come la Svezia dei servizi sociali indicata per lungo tempo a modello d’Europa.

Qui tutto è affidato al caso, la violenza è in ogni dove o meglio può manifestarsi all’improvviso e senza motivo, ma viene raccontata sempre con un distacco che pare un esorcismo. È poco più d’un inciso, ad esempio, la spiegazione di ciò che accadde a un’amica della madre, Piccola Nuvola, che ha un strano buco in testa nascosto dai capelli. Il suo ex fidanzato si era presentato alla porta, d’improvviso, verso sera. “Lei non vuole aprire perché è ubriaco ma lui dice che vuole solo parlare e alla fine lei apre. Il martello lo vede solo quando la porta è spalancata. Lui non vuole parlare. Non vuole neanche entrare. Vuole solo prenderla a martellate e lo fa senza una parola. È così che lei si becca il buco nella testa e impara a odiare gli uomini”.

Ecco. In poche righe, e con un tono quasi evasivo, di un bambino che neppure giudica, è proprio per questo l’episodio più inquietante, quasi una chiave di lettura, di tutto il libro. Che non ha una trama vera e propria, non corre vero una conclusione, una redenzione o che altro.

È scandito dai sette padri, figure che lasciano il segno (spesso a furia di botte) ma durano poco. Prendono nome da qualche loro tratto caratteristico. C’è il Mago delle Piante, il Ladro, l’Assassino, l’Artista, fra questi uomini “maledetti” che sembrano nati per far soffrire la gente.

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Il Mago delle piante è senz’altro quello disegnato con maggiore ricchezza di particolari, contradditorio beone che si vanta di essere stato a Parigi nel ’68, e saluta col pugno alzato gridando “Allende” il bambino dei vicini di casa (Andrev scoprirà poi, molti anni dopo, che però non era stato adottato in Cile, come si credeva, ma forse in Thailandia). Inoltre è un botanico o un giardiniere perfetto, ama la natura, disconosce la nascente società dei consumi, a volte fornisce anche qualche informazione interessante ma, soprattutto, quando beve diventa un feroce tiranno, picchia senza pietà madre e figlio. Nel ricordo, Andrev non sembra farci particolarmente caso, la considera una cosa normale e sogna che il suo vero padre sia un indiano (d’America) come gli è stato suggerito al culmine di una rissa. Il Mago è egoista, narciso e un poco infantile anche lui. Infatti: “Non gli piace festeggiare niente tranne il suo compleanno. Credo che non conoscerò mai nessun’altra persona che prenda sul serio il proprio compleanno come il Mago delle piante”.

Maledetti uomini è però anche una storia della ricerca di un padre, anzi “del” padre, che si conclude in modo quantomeno enigmatico. Ma ciò che val la pena di sottolineare è la maestria di Walden nell’affrontare, si direbbe con gli strumenti dell’autofiction, un tema popolare ma difficilissimo. Le vicende di bambini infelici e di famiglia distrutte o comunque problematiche sono ormai un esorbitante genere letterario, una saga del dolore, della pietà e del sentimentalismo più ovvio. Poveri bambini signora mia, sembrano ripetere in coro scrittrici e scrittori che pure vanno per la maggiore – o quasi. Ebbene, Walden con la sua prosa dove procede in un difficile equilibrio tra umorismo e dolore, il primo esplicito il secondo implicito, riesce a far parlare davvero un bambino, a farlo vivere, all’altezza dei grandi classici, da Dickens a Twain o poniamo a Salinger – ma anche, perché no, Collodi.

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