“Solo sulla pelle umana si scrivono i libri veri”. Un romanzo favoloso e alluvionale, quello di Mircea Cărtărescu, tra i più acclamati scrittori contemporanei, che mescola eventi storici e fantastici, per raccontare l’incredibile vita di Theodoros: figlio di servitori, pirata e imperatore sul trono d’Etiopia, agitato da una brama insaziabile di conquista, e da tenere passioni amorose. Il filo di un’esistenza incredibile, che si annoda agli altri infiniti fili delle storie degli uomini, che brulicano nel tempo e nello spazio…

“Poi premi bruscamente il grilletto e il mondo va in frantumi e la tua vita finisce e la tua storia può avere inizio”.

Comincia dalla fine l’ultima monumentale opera di Mircea Cărtărescu, Theodoros, edito da il Saggiatore e tradotto in italiano da Bruno Mazzoni.

È il suicidio di Theodoros, folle e incredibile imperatore d’Etiopia assediato dalle truppe inglesi, che dà il via a un romanzo-mondo alluvionale e caleidoscopico, un viaggio che attraversa secoli e corre in punti diversi del globo, lanciandosi in digressioni sfolgoranti, descrivendo paesaggi, personaggi ed eventi mirabili e incredibili, con il ritmo e il tono dei libri di storia dell’antichità, le cronache che mescolavano il vero e il falso, gli eventi storici e il racconto fantastico, abbacinando il lettore di miriadi di particolari, colori, suoni, odori, e soprattutto storie: tante storie, sempre ancora storie che si intrecciano, si uniscono e si scontrano.

Mircea Cărtărescu Theodoros

Cărtărescu stesso afferma, nella nota finale che chiude il romanzo, di avere custodito dentro di sé l’idea della storia di Theodoros per quarant’anni, annotandosi nei suoi diari appunti prima di trovare la forza per iniziare a scrivere.

Theodoros è una figura realmente esistita: una lettera del memorialista Ion Ghica del 1883 lo menziona, e ne parla anche un oscuro testo storico anonimo scovato in internet dall’autore. Ma tutto questo — insieme alla Bibbia, al libro sacro etiope Kebra Nagast e a decine di altre fonti palesi o nascoste nella trama del testo — viene fuso da Cărtărescu in una materia incandescente e in perenne movimento, percorsa da una forza cieca, una tensione a un tempo violenta e tenera, come quella che anima il protagonista.

Theodoros nasce Tudor, figlio di servitori della Valacchia, ma da subito agitato da un’ambizione sfrenata che lo accompagnerà per tutta la vita. Dominare, conquistare, diventare imperatore: una brama insaziabile che non sembra essere nemmeno diretta a un oggetto preciso quanto al desiderio continuo di combattere, prendere, sfogare un’inarrestabile energia.

Non a caso il suo modello è Alessandro Magno, l’uomo che se avesse potuto avrebbe preso tutto il mondo e non si sarebbe fermato, sarebbe sceso in guerra con gli elementi naturali, l’aria e i mari e il vento. Così Tudor diventerà Theodoros, pirata e predone tra lo Ionio e l’Egeo, e infine Tewodoros II, usurpatore del trono di Menelik e imperatore dell’Etiopia, fino alla capitolazione.

In mezzo, nelle tre parti del libro scandite ognuna da trentatré capitoli sul modello della commedia dantesca (altro grande riferimento di Cărtărescu), vi sono avventure e scoperte infinite, abissi di depravazione e ricerca d’amore. Theodoros compie indifferentemente il male quanto il bene, la sua anima è lacerata e agitata da passioni opposte. Scrive lettere dolcissime alla madre Sofiane, mai dimenticata, ama due donne che lo ossessioneranno per tutta la vita, e si lascia andare a efferatezze senza pari, torture e assassini.

“Quanto a me, non capisco che uomo sarebbe colui che non volesse diventare imperatore, sia pure di un popolo minore, se non il padrone del mondo intero? Perché vivere se non ci si arrampica su in cima, al disopra di tutti?”.

Lo accompagnano figure memorabili, alcune storicamente esistite e altre frutto di invenzione, una folla brulicante di esistenze che si muovono frenetiche tra la Valacchia e l’arcipelago greco, l’Africa e la Giudea, avanti e indietro nello spazio e superando i confini del tempo: il primo ministro inglese Benjamin Disraeli, la regina Vittoria e Joshua Norton, il primo e unico ad autoproclamarsi imperatore degli Stati Uniti nel 1859, un uomo realmente esistito che ispirò anche Mark Twain, e che Cărtărescu rende compagno prima e alleato poi di Theodoros. Ma anche re Salomone, l’uomo che aveva chiesto al Signore un cuore saggio per potere distinguere il bene dal male. Della ciurma di Theodoros fa parte James, pirata dalla voce impareggiabile che canta vecchi canti in gaelico e sa già di essere antenato di John, che nei secoli a venire sarebbe diventato un cantante famoso e “avrebbe cambiato il mondo con la sua chitarra, con il suo naso adunco e gli occhiali rotondi, con la sua giapponese sempre avvinghiata a lui, con l’ubriacatura interminabile del suo weekend sprecato, e a alla fine con i cinque proiettili calibro 38 che avrebbe ricevuto nella schiena in una sanguinosa sera di dicembre”. 

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Theodoros nei suoi viaggi incontra l’Ingannamorte: colui che ha scritto tutti i libri del mondo e tutti ancora li scriverà, li disperde e affida, a chi li trova, il compito di trascriverli dieci volte e diffonderli, e così hanno avuto origine tutte le opere del mondo, dall’Odissea alla Commedia.

Perché, forse, il vero protagonista di questo romanzo sono i racconti stessi, la trama di narrazioni che gli esseri umani raccontano e scrivono con il proprio sangue, le proprie imprese splendide o meschine. Tanto che tutto il romanzo è scritto alla seconda persona singolare, si rivolge a Theodoros con il tu, e a parlare sono gli arcangeli celesti che lo osservano, custodi degli infiniti fili che “si strecciano e si intrecciano nella trama dei giorni e delle notti, del latte e del sangue, del sole e della luna e delle stelle, dove si compenetrano le vite dei re e dei monaci e dei contadini, dei falegnami e dei merciaio e delle sante e delle prostitute e dei mendicanti, di coloro che lavorano nell’inferno e di coloro che splendono come il sole nel Regno dei Cieli, formando un unico tappeto variopinto e benedetto“.

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Sarà il libro stesso della vita di Theodoros a decidere della sorte della sua anima al cospetto del Re dei cieli. Quest’opera che è storica — perché la geografia e gli eventi, i cibi e la cultura, la flora e la fauna sono ben documentati — e favolosa — ricca di salti incredibili nel tempo e nello spazio, elementi soprannaturali, sacro e profano —, consegna al lettore un fiume in cui immergersi e nel quale si riversano innumerevoli fonti e correnti, “poiché solo sulla pelle umana si scrivono i libri veri”.

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Fotografia header: GettyEditorial 04-05-2021

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