Dal noir al racconto dell’orrore: dopo “Questo mondo non ci appartiene”, arriva in Italia un nuovo romanzo della scrittrice ecuadoriana Natalia García Freire, “Hai portato con te il vento”, che racconta le inquietanti vicende degli abitanti di Cocuán, cercando di sviscerare il tema della paura del diverso, della malattia, dell’ignoto e della morte tipici del “gotico andino”. L’autrice ne parla con ilLibraio.it: “Non credo sia strano che questi toni cupi siano presenti in molte altre autrici (ecuadoriane e latinoamericane), il terrore è il modo in cui il corpo risponde alla violenza…” – L’intervista
Hai portato con te il vento è il secondo romanzo di Natalia García Freire, autrice classe ’91, pubblicato in Italia da Sur edizioni e tradotto da Lara Dalla Vecchia come il precedente Questo mondo non ci appartiene (2022).
Dal noir, la scrittrice (nata a Cuenca, in Ecuador, nel 1991) approda al racconto del terrore, esacerbando all’estremo le tematiche che caratterizzano la scrittura contemporanea locale.
Insieme a Monica Ojeda, autrice del romanzo di culto Mandibula (Alessandro Polidoro Editore, 2021), García Freire è infatti tra le firme più interessanti della nuova leva della letteratura ecuadoregna, caratterizzate da uno stile forte, a tratti disturbante: “L’Ecuador è un paese letterariamente invisibile. Può essere affascinante scrivere dall’invisibilità, ma a volte uno si sente desolato, impotente”, affermava nel 2005 Javier Vásconez, a oggi mai tradotto in Italia, ma nei decenni che sono seguiti, una forza dirompente è tracimata nella narrativa contemporanea, in particolar modo femminile.
Può interessarti anche
Il genere che ne è derivato devia nettamente dal realismo magico, tipico di tutto il continente sudamericano, e prende le forme di un “gotico andino”, caratterizzato da temi come la forza soprannaturale della natura e la deplorevole incapacità degli esseri umani di rispettare la propria specie e il mondo circostante.
La paura è l’emozione predominante in queste storie, e viene declinata in paura del diverso, della malattia, dell’ignoto e della morte: “Sono i miei timori e quelli di tutti. Ci rendono fragili e vulnerabili, determinano le nostre identità, ci fanno vivere in uno stato di delicatezza estrema”, aveva dichiarato Ojeda in un’intervista al Corriere della Sera.
Può interessarti anche
“La paura, ti dirò, ci unisce a Dio. Gli animali non erano spaventati, e nemmeno gli scomparsi. Ma noi sì. Alla paura rispondemmo: Nei secoli dei secoli, amen.”: da questa frase, estratta dal testo, si evince il ruolo che ha la paura nel romanzo di García Freire.
Lettori e lettrici apprendono velocemente che il perturbante e il senso di repulsione che il romanzo suscita sono reazioni normali, osservando una società distorta come quella di Cocuán, il paese montano inventato da García Freire, che abbiamo intervistato.
Il suo precedente romanzo si avvicinava al noir, mentre in questo i toni sono quelli dell’horror: per trovare un paragone molto pop, ricorda le atmosfere soprannaturali di Midsommar. Conferma questa impressione e riconosce delle similitudini?
“In effetti, sì, ci sono molte voci in questo romanzo, ma tutte derivano da un’esperienza personale: l’incapacità di superare il mio stesso terrore”.
Ci racconti.
“Stavo attraversando un periodo di incubi molto forti, non volevo dormire, avevo paura di dormire. Nella mia famiglia abbiamo molti problemi con il sonno, terrori notturni, disturbi da incubi o insonnia. Siamo molto uniti da questa paura. Abbiamo gli incubi di cui la gente parla e quelli che non racconteresti mai a nessuno, quelli che sono una passeggiata (perché, anche se sono incubi, sono abbastanza comuni, come perdere i denti o dover salire scale interminabili da cui ti affacci su scogliere…). E Cocuán nasce dal desiderio di indagare il linguaggio di questi incubi, di dare parole al terrore del corpo, perché il terrore è come una malattia, è fisico, ti paralizza ed è indicibile. Da qui l’atmosfera e i personaggi che sembrano tutti vivere il proprio incubo”.
Scopri il nostro canale Telegram

Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati

Cosa l’ha ispirata nella scrittura di questo libro?
“Ci sono molti libri che mi hanno fatto venire voglia di scrivere questo: ad esempio Satantango di László Krasznahorkai o Eisejuaz di Sara Gallardo. Sono libri in cui il linguaggio raggiunge la forma della follia, del delirio. E non so se ci sono riuscita, ma di certo lo cercavo, cercavo quel tipo di scrittura. Ma c’è qualcos’altro…”.
Cosa?
“Forse, la prima ispirazione o, non so se l’ispirazione, qualcosa di più simile a quell’immagine spettrale che ti perseguita prima di scrivere un libro: ha a che fare con le persone della mia famiglia che erano morte e che, da bambina, immaginavo vivessero nascoste in una foresta. Immaginavo che fossero fuggite, non che fossero morte, perché nessuno voleva dirci che erano morte. Questa immagine fittizia, la risposta che ho inventato da bambina per le assenze, è stata ciò che mi ha portato a pensare a tutta questa storia. In realtà, anche se è tutta finzione, per me questo è un romanzo sulla mia famiglia, anche se nulla di tutto ciò è accaduto alla mia famiglia. Ci sono risposte che si possono cercare solo nella parola, nell’immaginazione”.
Può interessarti anche
Chi sono i “tonti” – che vengono chiamati tali solo alla fine del libro – e che ruolo hanno nella società di Cocuán?
“Sono coloro che non hanno la parola pura. Quelli che balbettano, per i quali il linguaggio non è sufficiente. In questo senso, cercavo in loro un linguaggio di follia, ma anche un linguaggio macchiato, misto, che non è in grado di uscire completamente, di pronunciarsi. Cocuán è un luogo in cui non esiste un unico senso del sacro, quel senso è spezzato. È stato imposto dalla religione o da una visione strana e lontana del mondo, che gli stessi abitanti di Cocuán non capiscono. È quello che succede a me”.
Cioè?
“Non ho una dimensione del sacro. La religione mi è stata imposta violentemente fin da bambina, con silenzi, con punizioni, ma non ho nemmeno lo sguardo del sacro degli indigeni, non capisco il paesaggio, né il tempo, né il mondo. Tutte queste sono solo domande o lacune o macchie sparse, miscele che cerco di perseguire. I tonti di Cocuán non cercano la lingua del sacro, ce l’hanno, anche se non la conoscono, la loro lingua è la loro follia. La loro lingua è il loro modo di non capire, di accettarsi come una macchia, come un miscuglio”.
Scopri la nostra pagina Linkedin

Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it

Come racconterebbe l’Ecuador a chi non lo conosce?
“È un territorio totalmente diverso; ci si può trovare nella giungla verdissima o ai piedi del Chimborazo, che è imponente. È una terra di bellezza e ricchezza, ma anche di violenza e abbandono. È un luogo che nessuno vorrebbe lasciare, ma che troppi hanno lasciato. Tutti noi abbiamo qualcuno che è emigrato e non è riuscito a tornare. È un Paese ferito, attraversato da un paesaggio allucinato”.
Il suo nome e quello di Monica Ojeda vengono spesso accostati per la vostra provenienza e per l’appartenenza al cosiddetto gotico andino. Cosa vi accomuna e come spiegherebbe le tinte oscure della vostra scrittura?
“Credo che ci siano molti punti in comune, i temi, il paesaggio, il desiderio di perseguire la parola, non solo la storia. E non credo sia strano che questi toni cupi siano presenti in noi e in molte altre autrici (ecuadoriane e latinoamericane), il terrore è il modo in cui il corpo risponde alla violenza. Prima di noi, molte autrici hanno trovato nel terrore il modo di raccontare le loro storie; forse noi abbiamo seguito quella tradizione, quella ricerca di raccontare noi stesse, perché la paura è qualcosa di più antico e di più comune a ciascuna di noi di qualsiasi altra emozione”.
Scopri le nostre Newsletter

Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it

Fotografia header: García Freire, Hai portato con te il vento (SUR edizioni) - Foto di © María Fernanda García