“(…) Avrei voluto che fosse uno di quei manichini, avrei voluto che mi vedesse bellissima nel vestito rosso. Invece ero insacchettata nella stoffa, lui era lontano mille chilometri e non avrebbe mai saputo con quanto struggimento abbracciavo manichini con le sue misure…”. Su ilLibraio.it il racconto, dal titolo “Sono dentro il vestito”, di Ilaria Gaspari, tratto dal numero della rivista letteraria “K”, questa volta dedicato alla parola “moda”: “Non solo non mi aveva guarita, non solo non mi aveva cambiata, ma tutto quel rosso mi strozzava…”

Sono dentro il vestito

Sono dentro il vestito. Sono bella? Intanto sono dentro il vestito. Però, ecco, vorrei capire se sono bella. È la sola ragione per cui mi sono infilata nel vestito.

Il fatto è che mi aveva promesso un significativo miglioramento, erano settimane che lo guardavo e lui, appeso alla sua gruccia equidistante di quattro centimetri dalla precedente e dalla successiva (posizione A27 contrassegnata dal bollino giallo che io stessa avevo appiccicato all’etichetta), lui, dicevo, per tutta risposta ammiccava di splendore scarlatto. Non avevo mai visto un rosso così perfetto. Un rosso fresco come quello della prima fragola della primavera: faceva vibrare l’aria intorno, dall’allegria che metteva. Infatti, pur sapendo benissimo che un vestito non può ammiccare dalla sua gruccia, la sensazione che rispondesse ai lunghi sguardi con cui lo misuravo, io ce l’avevo eccome: forse a causa di quel tremolio di gioia nell’aria. Il vestito mi seduceva, nella sala piena di specchi e stucchi e ori e scricchiolii di parquet. Pensavo che se avessi potuto averlo mi avrebbe resa bellissima, sontuosa. La promessa ondeggiava nel rosso perfetto, e io per settimane le avevo resistito come si resiste a un corteggiamento tenace, opponendomi alla lusinga con la mollezza di chi dilaziona un piacere. Fino al giorno in cui in me scattò qualcosa che mise fine alle attese, e mi ritrovai dentro il vestito, e le cose presero una piega imprevista perché il vestito mi tradì mostrando un gusto insolente per il grottesco. Non mi aspettavo, devo dire, tanta sfrontatezza da un semplice vestito, ma vai a sapere se di uno straccetto senz’anima ci si può fidare. E se state per obiettare che non è affatto detto che un vestito non abbia anima, ecco, vi fermo subito: è un’ipotesi che preferisco non considerare nemmeno.

Fatto sta che una volta dentro il vestito fui presa dall’impulso, ma che dico?, dal bisogno, di vedermi nello specchio. Il momento vagheggiato da settimane era finalmente il presente, io ero nel vestito, avevo dunque bisogno di vedermi. Dovevo vedere il rosso vibrare sulla pelle, riflettersi nella sfumatura delle guance, nella lucentezza dei capelli. Fare i denti bianchissimi contro il corallo delle labbra.

Se mi ero spinta così lontano, era per vedermi splendere nel vestito. Lo ritenevo un giusto risarcimento per quello che stavo passando, anche se sapevo fin troppo bene quanto mi sarebbe potuto costare: a noi non era solo proibito provarci i vestiti, era talmente inconcepibile che lo facessimo che non esisteva nemmeno una regola in merito. Era una di quelle leggi sottintese che chiunque riconosce per tacito accordo, e io l’avevo rotta. E ora da un momento all’altro l’infrazione sarebbe stata scoperta, ma, prima di saltar fuori dal vestito e cancellare i segni della mia colpevolezza; dovevo riuscire a guardarmi allo specchio. Anche se avevo disobbedito e rischiavo il mio posto di vestiarista e forse pure una multa che non mi sarei potuta permettere di pagare, fino a quando non mi fossi vista non sarebbe cambiato nulla e la trasgressione sarebbe stata solo inutile.

Solo che, per guardarmi allo specchio, allo specchio dovevo avvicinarmi. Il che implicava che muovessi almeno tre passi, spostamento trascurabile a cui però il vestito si opponeva. Provai ad abbozzare il primo passo e nella tensione minima della coscia il tessuto mandò uno scricchiolio nient’affatto rassicurante. Azzardai un passetto più piccolo, quasi scivolando verso destra, quasi senza muovere la gamba, a costo di perdere l’equilibrio – allungai la mano verso uno dei tavoli alle mie spalle, su cui la sarta aveva l’abitudine di impilare i capi a cui doveva aggiungere una pince o spostare un bottone perché si adattassero meglio ai corpi sottili delle modelle e dei modelli. Ecco, fosse stata lì, in quel momento, la sarta, forse avrebbe potuto aiutarmi. Ma, se mi ero infilata finalmente nel vestito, era proprio perché ero sola: l’ultima cosa di cui avessi bisogno erano i testimoni.

Purtroppo adesso non ero solo dentro il vestito: ero bloccata. Prigioniera nel vestito. Non potevo muovere mezzo passo verso lo specchio senza scatenare cigolii sinistri.

Iniziò a crescere piano, nell’indecifrabile anfratto della percezione in cui le sensazioni prendono forma, un disagio sottile ma persistente, come tela grezza. Faticavo a sollevare il petto nel respiro. Il seno era compresso dalla stoffa, e se guardavo in basso mi sentivo tale e quale quelle comparse che nei film in costume interpretano le cortigiane con corsetti strettissimi e decolleté a culetto. Così li avevo sempre chiamati quando ero una ragazza spiritosa. Cosa che non ero più da molto tempo; e mai mi ero sentita tanto lontana dalla mia antica irriverenza quanto quel pomeriggio di febbraio, con il sole che entrava in raggi obliqui nella piccola stanza di servizio dove vestivamo i modelli, i quali a momenti sarebbero tornati dal pranzo senza aver mangiato altro che mandorle e insalata – come richiesto dalla professione, che imponeva di preservare levigata la snellezza necessaria a far cadere bene gli abiti. Al contrario di quello stupido vestito rosso che mi improsciuttiva. Iniziava a dissolversi la voglia di vedermi allo specchio, mentre si faceva strada il sospetto che la promessa del vestito rosso fosse stata tutta un inganno. Mi aveva lusingata approfittando della mia insipienza – io non avevo un’idea di me, nemmeno del volume che occupavo, e mi ero lasciata irretire dal pensiero di una metamorfosi che mi guarisse, e invece niente.

Non solo non mi aveva guarita, non solo non mi aveva cambiata, ma tutto quel rosso mi strozzava. E intanto il tempo correva ed era ora che provassi a liberarmi dal bozzolo. Si consumavano i minuti della pausa e presto sarebbe arrivato qualcuno, qualcuno che mi avrebbe vista – e ora di essere vista non avevo proprio più nessuna voglia, io che un attimo prima smaniavo per la mia immagine allo specchio. Iniziai a sentire vergogna di me, della stupida debolezza che mi aveva fatta scivolare lì dentro malgrado l’attrito. Provai ad alzare le braccia, e non si alzavano – la stoffa tirava troppo. Da mesi vestivo e svestivo manichini, e sapevo che la via più sicura per sfilare una maglia o un abito senza rovinarlo era staccare le braccia di legno, braccio destro, tac, braccio sinistro, tac, e poi la testa, decapitare il manichino e liberarlo dal vestito; era semplice. Solo che io non ero un manichino, e non mi sarei staccata le braccia né la testa.

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Sentii un fruscio ed era Diego, il ragazzo del catering. Giorni prima mi aveva raccontato di essere bravissimo come parrucchiere: mi aveva convinta al punto che gli avevo lasciato prendere le forbici perché mi tagliasse la frangia troppo lunga. Le mie colleghe erano arrivate e ci avevano colti sul fatto, io seduta con il viso verso la finestra e lui che sforbiciava. Secondo loro sarebbe successo comunque, perché lui non era capace e io ero di un’ingenuità invereconda, a fidarmi così del primo venuto; secondo lui, era stato appunto l’ingresso delle ragazze a distrarlo. Sta di fatto che da allora inalberavo una frangetta spelacchiata, cortissima e tutta storta; a sentire la nostra capa, che non aveva peli sulla lingua e già da un po’ mi spiava con occhi torvi, mi dava l’aria di una picchiatella, anzi di una paziente psichiatrica, come aveva detto lei senza preoccuparsi di formulare l’osservazione in maniera da non risultare offensiva, non dico verso di me, ma verso le ipotetiche pazienti. Forse era stata quella frangetta umiliante a indurmi a cedere alle false promesse del vestito? Diego intanto mi guardava e rideva.

Tutto bene?

Sì – cercai di mantenere un tono sostenuto.

Ma riesci a respirare?

Fatti i fatti tuoi, volevo dirgli. Fatti i fatti tuoi e lasciami in pace, dopo che mi hai rovinata per dimostrare non so nemmeno che cosa. E io mi sono fidata, di te con le tue stupide forbici, del vestito con il suo bel rosso. Ma non dissi nulla, perché non ero arrabbiata con Diego, benché lo meritasse, né con il vestito. Ero solo immensamente triste. Da settimane vestivo e svestivo i manichini, staccavo le braccia e le teste, infilavo e sfilavo maglie. Il mio settore era la moda maschile. Quindi qualche volta dovevo annodare cravatte, lisciare i revers della giacca, aggiustare l’angolo dei colletti. Piccoli gesti affettuosi, contrappunto alle braccia e alle teste divelte. Succedeva spesso che sollevassi verso i manichini le mie braccia – che si sollevavano autonomamente e senza alcun problema, quando erano libere dall’imbragatura della stoffa che ora m’imprigionava, le mie braccia di carne morbida che sapevano staccare e riattaccare quelle dure di legno, le mie braccia rosa pallido, con un neo sull’avambraccio che conoscevo dall’infanzia – e ritrovassi, dentro quel gesto, un gesto che mi faceva male al cuore. E succedeva allora che con le braccia circondassi il collo del manichino e rimanessi abbracciata a una sagoma di uomo che non poteva rispondere al mio abbraccio. Se nessuno mi vedeva, mi capitava di prolungare quell’abbandono fino a quando non sentivo voglia di piangere. Allora procedevo: staccavo la testa ricoperta di tela écru, premevo in corrispondenza della spalla, sentivo il clic della giuntura che cedeva e intrecciando le dita alle dita di legno mi ritrovavo in mano la mano del manichino, polso, avambraccio, bicipite. Pesavano. E infilavo e sfilavo vestiti, e quando rimettevo a posto la testa, capitava, sempre se nessuno mi vedeva, che le facessi una carezza alla guancia. Il ragazzo che amavo da molti anni e che stavo lasciando era alto come quei manichini, il suo corpo somigliava al loro in maniera impressionante. Neanche lui rispondeva più all’abbraccio, solo che non aveva braccia di legno staccabili, né una testa di tela beige decapitabile a ripetizione.

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Avrei voluto che fosse uno di quei manichini, avrei voluto che mi vedesse bellissima nel vestito rosso. Invece ero insacchettata nella stoffa, lui era lontano mille chilometri e non avrebbe mai saputo con quanto struggimento abbracciavo manichini con le sue misure; dirglielo sarebbe stato troppo stupido e forse comunque non mi avrebbe creduto, era un giorno di febbraio con il sole e io ero chiusa dentro un palazzo con l’aria immobile e troppi stucchi, avevo una frangetta psichiatrica e una gran voglia di piangere perché non riuscivo a uscire da un vestito in cui ero rimasta incastrata, di lì a un minuto sarebbe entrato qualcuno e mi sarebbe toccata una lavata di capo, forse addirittura mi avrebbero licenziata e sarei rimasta senza un soldo e con una multa da pagare per aver rovinato il vestito, mentre la mia vita andava in pezzi.

Dai, ti aiuto io, disse Diego, mi sollevò le braccia e sfilò il vestito dalla testa.

K rivista Linkiesta Moda

LA RIVISTA – In uscita il nuovo volume, l’11esimo, di K, la rivista letteraria del sito Linkiesta, curata da Christian Rocca e Nadia Terranova, questa volta dedicato alla parola Moda. La rivista (in vendita nelle edicole di Milano e Roma, negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia, e nello store online de Linkiesta), contiene racconti originali e inediti di Saba Anglana, Jonathan Bazzi, Giada Biaggi, Olga Campofreda, Elvio Carrieri, Annalisa De Simone, Claudia Durastanti, Ilaria Gaspari (che pubblichiamo qui), Valeria Parrella, Flavia Piccinni, Andrea Tarabbia, Marcella Terrusi ed Ester Viola. E molti altri contributi.

L’AUTRICE – La scrittrice Ilaria Gaspari è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Dal 2015 collabora con ilLibraio.it. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato diversi libri, tra cui Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno), Lezioni di felicità – Esercizi filosofici per il buon uso della vita e Vita segreta delle emozioni. editi da Einaudi. A marzo 2024 è uscito per Guanda il suo secondo romanzo, La reputazione. Per Rizzoli ha poi pubblicato L’hotel del tempo perso – Non rubare, un giallo a tinte filosofiche. Gaspari collabora con diverse testate, radio, tv e scuole di scrittura.

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Fotografia header: Ilaria Gaspari, nella foto di Chiara Stampacchia

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