Quest’anno il Premio Mario Lattes per la Traduzione è dedicato alla lingua ispano-americana. Su ilLibraio.it la parola alle traduttrici e ai traduttori finalisti: Alberto Bile Spadaccini, Ilide Carmignani, Maria Nicola (vincitrice di questa edizione), Raul Schenardi e Giulia Zavagna. Tra i temi affrontati, le sfide linguistiche e culturali riscontrate nel tradurre opere letterarie latinoamericane per un pubblico italiano

Annunciato al Castello di Perno (Cn), il nomedella vincitrice della terza edizione del Premio Mario Lattes per la Traduzione. Si tratta di Maria Nicola, traduttrice del romanzo Le pianure dell’argentino Federico Falco, edito in Italia dalla casa editrice Sur.

I finalisti sono Alberto Bile Spadaccini con Il Gran Burundún-Burundá è morto di Jorge Zalamea (Colombia, edito da Arcoiris), Ilide Carmignani con Lutto di Eduardo Halfon (Guatemala, edito da il Saggiatore), Maria Nicola con Le pianure di Federico Falco (Argentina, edito da Sur), Raul Schenardi con Fra le tue dita gelate di Francisco Tario (Messico, edito da Safarà) e Giulia Zavagna con Chiamatemi Cassandra di Marcial Gala (Cuba, edito da Sellerio).

Traduttrici e traduttori Premio Mario Lattes per la Traduzione

I finalisti della terza edizione del Premio Mario Lattes per la Traduzione. Da sinistra: Raul Schenardi, Alberto Bile Spadaccini, Giulia Zavagna, Ilide Carmignani e Maria Nicola.

UN’EDIZIONE DEDICATA ALLA LINGUA ISPANO-AMERICANA

La terza edizione del Premio biennale Mario Lattes per la Traduzione, iniziativa della Fondazione Bottari Lattes, come si spiega nella presentazione “valorizza e mette in risalto il ruolo del traduttore, è dedicata alla lingua ispano-americana“.

La cerimonia di premiazione si è tenuta nel cuore delle Langhe e ha coinvolto le traduttrici, i traduttori e i giurati del Premio in una tavola rotonda coordinata da Stefania Soma, in arte Petunia Ollister.

Presenti inoltre alcuni dei traduttori di domani, studenti di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Torino, per interagire e confrontarsi con gli esperti.

Come nelle due precedenti edizioni, dedicate rispettivamente alla lingua araba e al cinese, la selezione delle opere si è articolata in due fasi: in un primo momento la Giuria stabile, tenendo conto della capacità del traduttore di rendere in italiano la qualità letteraria del testo, ha individuato i cinque romanzi finalisti. Ora toccherà a una Giuria specialistica, esperta della lingua in oggetto, a valutare a sua volta la cinquina, decretando il nome del vincitore o della vincitrice.

A proposito della cinquina finalista di questa edizione, la Giuria stabile ha commentato: “Tutti i giurati sono d’accordo nel constatare che la maggior parte delle traduzioni pervenuteci è di buon livello. Nel selezionare le migliori per includerle nella cinquina vincente, abbiamo ovviamente tenuto conto, innanzi tutto, della qualità letteraria della traduzione, a prescindere dal nostro giudizio personale sull’opera stessa. A parità di valore, tuttavia, abbiamo anche seguito altri due criteri: non selezionare più di un’opera dello stesso paese, per dare voce a scrittori provenienti da realtà diverse, e non tenere conto dell’importanza e del prestigio della casa editrice che ha pubblicato la traduzione italiana, per dare visibilità, eventualmente, anche a piccoli editori che faticano a farsi conoscere”.

LE INTERVISTE A TRADUTTRICI E TRADUTTORI

Su ilLibraio.it – grazie alla collaborazione della Fondazione – proponiamo qui di seguito le interviste alle traduttrici e ai traduttori finalisti.

Le domande sono a cura delle studentesse e dello studente dell’Università di Torino Irene Abrate, Paolo Racca, Elisa Taricco, Greta Valbonetti e Arianna Viotto; coordinati dalla professoressa Veronica Orazi, del Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne.

Quali sono state le principali sfide linguistiche e culturali che ha riscontrato nel tradurre opere letterarie latinoamericane per un pubblico italiano? E in che modo ha mantenuto l’integrità del testo originale nel contesto di una lingua e cultura diverse?

Alberto Bile Spadaccini: “Una sfida impegnativa è la resa del linguaggio colloquiale, che in America Latina è infarcito di intercalari. Per non cadere nei regionalismi, o in uno scimmiottamento innaturale, si può ricorrere a diverse strategie, come, ad esempio, rinunciare agli intercalari stessi e recuperare altrove il tono informale. Un’altra complicazione riguarda i tempi verbali del passato: in spagnolo (specie nelle varianti latinoamericane) si tende a convergere sul preterito indefinido: è quindi utile costruirsi uno schema cronologico di riferimento”.

Ilide Carmignani: “Una vecchia metafora sostiene che tradurre è come mettere i piedi nelle orme dello scrittore, ed è quello che ho provato a fare, con cura, anche quando mi mancava la terra sotto i piedi, perché le erbe su cui camminavamo non esistono da noi. Cerco così di far viaggiare i lettori che vogliono davvero conoscere quel mondo straniero, vasto e vario che è l’America latina – dal Messico di Bolaño e Octavio Paz al Guatemala di Halfon, dalla Colombia di García Márquez all’Argentina di Cortázar, giù fino al Cile di Neruda e di Sepúlveda – anche a rischio che per un attimo si sentano smarriti, ma più spesso a casa nella lontananza”.

Maria Nicola: “Vorrei ricordare innanzitutto che l’America Ispanica comprende 19 nazioni. Si tratta di paesi che, sin dalla loro indipendenza, hanno voluto darsi un’identità a partire da modelli europei, allontanandosi dalla matrice spagnola, e che hanno ricevuto forti ondate migratorie. L’Argentina, in particolare, ha accolto migranti provenienti dall’Italia e da molte altre regioni, tra le quali l’Est europeo. Per questo la lingua, soprattutto quella parlata, si è sviluppata tra persone che spesso non erano native e ricorrevano a termini delle lingue d’origine in funzione espressiva o pratica”.

Raul Schenardi: “La difficoltà principale riguarda la diversità del contesto generale, differente in ogni Paese: usi e abitudini (alimenti, vestiario, sistemi sociali…), riferimenti a fatti storici o politici a noi sconosciuti. Questo obbliga spesso a introdurre parafrasi o a mettere note, mai gradite al traduttore, e forse neanche al lettore. Poi ci sono le difficoltà linguistiche: termini o espressioni particolari, giochi di parole, ecc. per cui si trovano soluzioni più o meno brillanti. Se sono riuscito a ‘mantenere l’integrità’ dell’originale, non spetta a me dirlo. Ci ho provato”.

Giulia Zavagna: “È difficile generalizzare: ogni libro pone sfide diverse e parte del mestiere del traduttore è saperle cogliere e adattarvisi. Le lingue non sono mai del tutto sovrapponibili, men che meno lo sono le diverse culture: sintetizzando molto, si tratta di trovare un equilibrio nel costante rispetto di autore e lettore. Traducendo dallo spagnolo all’italiano – al netto di culturemi, varianti locali, espressioni idiomatiche – forse la sfida più grande è mantenere la giusta distanza dalla lingua di partenza, che tende a filtrare con calchi lessicali, piccole variazioni sintattiche, di punteggiatura e frequenza d’uso”.

Il Gran Burundún-Burundá è morto

Il Gran Burundún-Burundá è morto è un testo denso e complesso: traducendo, quali difficoltà ha trovato nel coniugare, da un lato, la monumentalità di una narrazione con un’evidente oralità e con alcuni tratti, a mio modesto parere, di una cronaca storica o di un’epopea e, dall’altro, un’ironia evidente che passa dall’esubero di enumerazioni, dalla varietà di appellativi con cui viene chiamato il dittatore (come “Insigne Boroborista” o “Grande Biscazziere”), fino ad arrivare a vari riferimenti alla sfera scatologica e sessuale?

Alberto Bile Spadaccini: “Quella di Zalamea è una scrittura ispirata, persino ‘felice’, per quanto furiosa. Zalamea gioca, e mi sono divertito a giocare con lui. Il crollo dall’aulico al volgare, il linguaggio monumentale che scade nel triviale… sono meccanismi a me congeniali, prima da lettore e poi, di rimando, da traduttore. È stato difficile, piuttosto, cogliere i tanti riferimenti eruditi. Insieme ai revisori, Federica Arnoldi e Loris Tassi, siamo ricorsi a diversi ‘informatori’, con momenti di puro entusiasmo quando abbiamo trovato una soluzione che era sembrata impossibile”.

Lutto di Eduardo Halfon

Lutto è ricchissimo di elementi: citazioni da diverse lingue e culture, da momenti di drammaticità e mistero e lei è riuscita magistralmente a ricreare tutte queste emozioni nel romanzo tradotto, quale strategia (se esiste) ha utilizzato per farlo? Inoltre, per tradurre sì è dovuta documentare in modo specifico su determinati temi e termini di altre lingue e culture?

Ilide Carmignani: “Mi stava molto a cuore restituire appieno la voce limpida del narratore, quel tono quieto e insieme struggente nell’elaborazione di un lutto che da familiare e collettivo diventa, come sempre accade, personale. Il romanzo attraversa epoche, paesi e ambienti molto diversi, e quindi sì, c’è stata la forte necessità, ma anche il piacere, di documentarsi: il Guatemala e le sue lingue e culture originarie (traducendo tenevo una foto del lago di Amatitlán sulla scrivania), gli Stati Uniti e l’immigrazione, la Polonia delle radici strappate, la Shoah e il suo ricordo oggi, e infine la scrittura come modo per “riparare i viventi”. Un grande grazie va a Halfon che mi ha aiutato a sciogliere ogni dubbio residuo”.

Le pianure

Nella traduzione de Le Pianure ho notato la presenza di diversi termini lasciati in lingua originale e spiegati nelle note finali alla traduzione (es. chimango, benteveo, carqueja), oppure termini affiancati nel testo da un equivalente italiano (es. panaderos, panettieri). Tuttavia, ci sono solo due casi in cui né una spiegazione, né un equivalente sono forniti: ovvero, i termini phoenix e gringos. Qual è la motivazione che l’ha spinta a non fornire un equivalente per questi termini?

Maria Nicola: “In accordo con l’editore, ho scelto di tradurre tutti i termini botanici. Nel caso della palma phoenix non l’ho ritenuto necessario perché si tratta di un nome latino. Nel caso di Gringo ritrovo un mio appunto: «Spiega Federico Falco: ‘Nella nostra zona, gringos sono tutti gli immigrati provenienti dell’Italia, indipendentemente dal fatto che abbiano della terra o no’. Come risolvere? Lasciare gringos e mettere nota?». La redazione della casa editrice ha deciso di non appesantire il testo con una nota.

Fra le tue dita gelate. Racconti fantastici

Francisco Tario è noto per creare ambientazioni che sfumano i confini tra realtà e sogno. Le sue descrizioni spesso evocano un senso di mistero e inquietudine, immergendo il lettore in mondi surreali. La sua prosa è ricca di immagini poetiche e simboliche, che contribuiscono a creare un’atmosfera suggestiva e a volte perturbante. A questo proposito, quali sono state le sfide affrontate nella resa della musicalità, sensualità e poeticità della scrittura propria delle atmosfere oniriche descritte in Fra le tue dita gelate? E come sono state risolte nel testo italiano?

Raul Schenardi: “Il tono dei racconti è molto differente: nel Tour de France e nell’Esodo prevale la vena umoristica, che si tinge di nero in Ave Maria Purissima e Ortodonzia. Ci sono racconti con una trama poliziesca, altri decisamente horror, o ancora di pure atmosfere. E per ognuno Tario usa registri diversi. Le immagini poetiche e simboliche nascono spesso da un’aggettivazione inconsueta, imprevedibile. Ho affrontato i brani onirici usando i verbi all’imperfetto”.

Chiamatemi Cassandra

In Chiamatemi Cassandra si nota la presenza dei versi di alcuni poeti, precisamente un poeta nicaraguense, un poeta peruviano, un poeta spagnolo e due poeti cubani. Tuttavia lei non ha riportato nel testo i versi originali in spagnolo di questi scrittori, bensì ha scelto di tradurli in italiano. Qual è la motivazione che l’ha portata a compiere questa scelta, soprattutto considerando che, invece, i testi delle numerose canzoni citate sono stati trascritti nella loro versione spagnola originale? Riteneva forse che i versi in spagnolo di questi autori letterari non risultassero sufficientemente comprensibili per un lettore di madre lingua italiana oppure questa decisione è stata motivata da qualche altra ragione più specifica?

Giulia Zavagna: “È stata una scelta maturata in accordo con la redazione, come spesso avviene in questi casi. Il romanzo è denso di citazioni, alcune esplicite, altre meno: non solo poesie e canzoni, ma poemi, romanzi, discorsi celebri e così via. La presenza della musica però è particolarmente significativa: le canzoni funzionano come un vero e proprio accompagnamento sonoro, spesso sono gli stessi personaggi a pronunciarle, se ne evidenzia l’intonazione, il ritmo, tutti elementi che hanno molto a che fare con il contesto culturale di partenza. Così la scelta più naturale è stata mantenerle nella versione originale, per non alterarne le rime e la musicalità, e fornire poi una traduzione di servizio in appendice”.

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LA GIURIA

Ricordiamo che fanno parte della Giuria stabile del premio i traduttori e i docenti Anna Battaglia (ha insegnato Lingua francese all’Università di Torino e tradotto, tra le diverse opere, Oiseaux di Saint-John Perse), Melita Cataldi (è stata docente di Letteratura anglo-irlandese all’Università di Torino, ha tradotto tra gli altri, testi dall’antico irlandese, W.B. Yeats e poeti del Novecento come Hutchinson e Heaney), Mario Marchetti (traduttore di lungo corso dal francese e dall’inglese per le case editrici Einaudi e Bollati-Boringhieri, presidente del Premio Italo Calvino, autore di saggi e recensioni), Antonietta Pastore (scrittrice e traduttrice dal giapponese, a lei si deve la traduzione di numerose opere di Haruki Murakami e autori come Soseki Natsume, Kobo Abe, Yasushi Inoue).

LE ESPERTE DI LINGUA ISPANO – AMERICANA CONTEMPORANEA

Le esperte di lingua ispano-americana contemporanea, che in questa terza edizione compongono la Giuria specialistica, sono invece Monica Bedana, che dal 2017 dirige la sede italiana della Scuola dell’Università di Salamanca a Torino, Gina Maneri, traduttrice e insegnante presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli di Milano, e Vittoria Martinetto, insegnante di Lingua e Letterature Ispanoamericane all’Università di Torino, a cui si devono le traduzioni di alcune delle opere, tra gli altri, di Mario Vargas Llosa, Julio Cortázar e Jorge Luis Borges.

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I PARTNER DEL PREMIO

Il Premio biennale Mario Lattes per la Traduzione, è realizzato dalla Fondazione Bottari Lattes in collaborazione con l’Associazione Castello di Perno e l’Università degli Studi di Torino, con il contributo e sostegno di Comune di Monforte d’Alba, il sostegno di Banca d’Alba e Fondazione CRT e con il patrocinio di Confindustria Cuneo e Unione dei Comuni Colline di Langa e del Barolo.

LA FONDAZIONE

La Fondazione Bottari Lattes è nata nel 2009 a Monforte d’Alba (CN), dalla volontà di Caterina Bottari Lattes. Ha come finalità la promozione della cultura e dell’arte e l’ampliamento della conoscenza del nome di Mario Lattes (1923-2001) nella sua multiforme attività di pittore, scrittore, editore e animatore di proposte culturali.

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