Alessandro D’Avenia torna in libreria con “Dove finiscono gli anni”, un libro che alterna le vicende di vita del protagonista, a 17 e a 37 anni. Così, mentre i capitoli si succedono tra le due “stagioni della vita”, lo scrittore e insegnante di lettere riflette sul senso di “fame” che caratterizza l’adolescenza, che dovrebbe essere perpetrato fino all’età adulta: “Mentre l’adolescente è alla ricerca della sua forma, l’adulto, che crede di averla trovata in ruoli e maschere ben accette, ci si adagia, smettendo di crescere”. Per l’autore, i più giovani devono trovare il modo di esplorare se stessi e il mondo. Per farlo, serve anche l’aiuto degli adulti: “Il momento dell’appello è il più importante. Di solito ci si interessa solo dell’assente, perché lo devi segnare sul registro. La vera rivoluzione sta nell’interessarsi a chi è presente. Guardarlo negli occhi, chiedergli qualcosa…”. Spazio anche per una riflessione sulle proteste delle scorse settimane e sui saccheggi nei negozi: “La creatività dell’adolescente, se non trova spazio, si converte nel suo contrario: distruzione. Chi distrugge non ha trovato se stesso e la rabbia è il modo di non affrontare direttamente il proprio vuoto, a ogni età” – L’intervista
Prima. Dopo. Si alternano così i capitoli del nuovo libro di Alessandro D’Avenia, che torna in libreria con Dove finiscono gli anni, edito da Mondadori, costringendo chi legge a chiedersi che cosa ha fatto del tempo della sua vita.
Lo scrittore, professore di lettere al Liceo, apprezzato da lettrici e lettori di tutte le età, torna a raccontare dell’età adolescenziale – del resto sono molto noti i suoi giovani protagonisti, come quelli di Bianca come il latte e rossa come il sangue, bestseller del 2010, con cui D’Avenia ha esordito e da cui è stato tratto un film -, ma in questo caso lo fa alternando il passato e il futuro di Leone, il protagonista del suo nuovo romanzo, che conosciamo a 17, negli analogici anni ’90, e poi a 37 anni, quelli digitali del nuovo millennio.
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“Da adolescenti si vive per inquietudine, da adulti per abitudine”
“La parola per descrivere il giovane protagonista è ‘fame‘, che caratterizza non solo l’adolescenza, ma anche la vita interiore di qualsiasi individuo, una fame buona, che ci costringe a crescere“, ci spiega D’Avenia, che abbiamo incontrato.
Ed è proprio così che comincia il romanzo: “Ha fame”. “Il problema di Leone adulto è che ha perso questa ‘fame'”, continua lo scrittore: “In adolescenza si vive per inquietudine, da adulti per abitudine. Mentre l’adolescente è alla ricerca della sua forma, l’adulto, che crede di averla trovata in ruoli e maschere ben accette, ci si adagia, smettendo di crescere”.

È così che il giovane Leone Pardi “naviga a vista” nella sua, di inquietudine: è al quarto anno di liceo, l’anno in cui è sparito già il brivido di novità di inizio triennio e la maturità è ancora lontana per preoccuparsene.
Ma c’è un elemento su cui proietta la sua fame di vivere: il giovane è affascinato dalle scritte presenti sulle pareti nei bagni della scuola, che cataloga con un fervore quasi filologico, perché “passioni e affanni dei suoi compagni di prigionia contengono più verità di quelle dispensate in classe da professori anelanti la pensione”.
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Dalle scritte sui muri al mistero…
Sarà proprio una di queste scritte a dare vita a un vero e proprio mistero, i cui indizi sono seguiti dal ragazzo, che veste i panni di un detective quasi “donchisciottesco“, che a furia di non accettare la realtà ci finisce dentro, perché questo è crescere.
Dinnanzi a lui si apre un duplice giallo: in primis scoprire cosa è accaduto a una compagna di scuola, ma non solo; la ricerca, infatti, lo porterà ad affrontare anche la sua paura più grande: quella di diventare grande in un mondo di adulti disincantati se non cinici.
C’è un modo di crescere senza tradirsi?

“L’adulto, una volta risolta la sua ‘inquietudine’ con una serie di ruoli codificati dal mondo, è convinto di essere arrivato, di dover andare avanti su quella strada fino in fondo”, ci racconta lo stesso D’Avenia, che subito prosegue: “Ma così non funziona, perché il tempo smonta continuamente le forme a cui ci aggrappiamo per non affrontare la paura del vuoto che si aprirebbe ammettendo che la vita non possa essere tutta qui. Infatti anche quando ci si crede ‘arrivati’, arriva il dolore a smontare tutto, o la noia che ci segnala che manca vita alla vita. Per questo l’adolescente non sopporta la noia e la trasforma in azione, in ribellione, in creatività, l’adulto invece l’accetta per quieto vivere, ormai sicuro di quello che ha, ma così smette di avere ‘fame’, cioè di crescere”.
Ecco perché il “prima” e il “dopo”: l’autore mette in comunicazione il giovane Leone con il Leone adulto, proprio attraverso i graffiti nei bagni, e così facendo trova una strada “per riscoprire quella fame, e trovare che cosa la nutre”, provando a risolvere il giallo in cui si trova implicato.
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Il gruppo dei “Casi Umani”
Ma l’adolescente non sarà solo: a fargli compagnia il gruppo dei “Casi Umani“: Levimontalcini che, come suggerisce il nome, è la ragazza più intelligente della scuola; c’è poi Mercurio, uno scapestrato con lo skateboard sempre sottobraccio; infine Spinoza, il cui aspetto dimesso nasconde sorprendenti risorse.
Al centro della sua impresa ci sono le parole, che lo guideranno nella sua ricerca. Non solo quelle incise e scarabocchiate sulle pareti dei bagni, ma anche quelle contenute nei libri.
A Leone le parole piacciono davvero, tant’è che si diverte a crearne di nuove, accostando vocaboli all’apparenza anche molto distanti, che danno vita a concetti ed emozioni che altrimenti non verrebbero mai toccati e sperimentati.

Dopo l’esordio con “Bianca come il latte, rossa come il sangue” (Mondadori, 2010, Alessandro D’Avenia ha pubblicato, sempre per Mondadori, “Cose che nessuno sa” (2011), “Ciò che inferno non è” (2014, premio speciale del presidente nell’ambito del premio Mondello 2015), “L’arte di essere fragili”, “Come Leopardi può salvarti la vita” (2016), “Ogni storia è una storia d’amore” (2017), “L’appello (2020)”, “Resisti, cuore” e “L’Odissea e l’arte di essere mortali” (2023). Ogni lunedì dalle pagine del “Corriere della Sera” dialoga con i lettori nella rubrica “La ricreazione”
L’anno scolastico trascorre così, con la doppia indagine in parallelo.
Leone troverà il modo di esplorare se stesso e il mondo, ma poi tutto quello che otterrà se lo lascerà strappare una volta adulto, quando il conformismo e il tempo che passa avranno la meglio, facendogli abbandonare la strada della ricerca, della fame di verità, di bellezza, di giustizia. Quella fame che sta portando tanti ragazzi oggi a ribellarsi contro forme che invece di far fiorire la vita la reprimono.
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Scrollarsi di dosso il conformismo
“La parola conformismo indica che tu, nel momento in cui cerchi la tua forma, te la fai dire dal mondo“, commenta l’autore, che argomenta: “Ai miei alunni chiedo sempre qual è la cosa che in quel momento li fa soffrire di più. Quella è vita che vuole guarire, il sintomo è vita che vuole guarire. Quel dolore è proprio il volersi scrollare di dosso una forma non tua, il conformismo, se non addirittura l’uniformismo, cioè l’uniforme che indossi quando incominci a fare quello che fanno tutti pur di essere qualcuno, come quella che indossavano coloro che hanno distrutto e saccheggiato Milano qualche giorno fa, azioni che non vedevano l’ora di postare. La creatività dell’adolescente, se non trova spazio, si converte nel suo contrario: distruzione. Chi distrugge non ha trovato se stesso e la rabbia è il modo di non affrontare direttamente il proprio vuoto, a ogni età”.

Ecco che ritorna dunque quella “fame” citata in precedenza, la stessa che apre il romanzo: “Per potersi scrollare di dosso il conformismo bisogna tenere viva proprio quella ‘fame’, ribellarsi a tutte le forme che il mondo ti vuole imporre, e trovare la via della vera libertà che è scoprire in che cosa siamo insostituibili“.
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“La novità della nostra epoca è che tu puoi avere un dolore profondo e non sentirlo più, seppellirlo sotto strati di distrazione e divertimento, rimandando l’appuntamento con la vita“, argomenta lo scrittore, autore, tra gli altri, di Resisti, cuore – L’Odissea e l’arte di essere mortali.
“Hai sempre qualcosa che ti distrae, ti dà delle emozioni che ti fanno sembrare che tutto stia andando bene. Ma in realtà dentro stai morendo. Dico ai miei studenti: provate a stare dieci minuti in silenzio senza musica, senza un cellulare, senza niente. Al terzo minuto avete una crisi respiratoria. Al quinto minuto, se avete resistito, siete di fronte alla verità. Al settimo minuto cominciate a pensare alla forma che solo potreste avere, ma chi ha il coraggio di affrontare questo vuoto?”.
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Stagioni della vita all’apparenza lontane
Partendo dall’esperienza dell’adolescenza, informe e avventurosa, il romanzo si dispiega, fino ad arrivare al tempo stabilizzato e ripetitivo, ma non meno inquieto, dell’età adulta: stagioni della vita all’apparenza lontane, ma che possono essere tenute insieme proprio da quella “fame”, da quella ricerca di una vita che valga la pena d’essere vissuta. Perché Leone si è tradito? Come facciamo noi a non tradirci? Il romanzo va alla ricerca non di un tempo perduto e nostalgicamente recuperato, ma di un tempo mancato, che può accadere in ogni età della vita.
E, se i ragazzi devono poter esplorare se stessi, D’Avenia che, come detto, ha esperienza diretta quotidiana con questa età, suggerisce anche come poter dare spazio ai più giovani, e permettere loro di esprimersi: “Il momento dell’appello è il più importante. Di solito ci si interessa solo dell’assente, perché lo devi segnare sul registro. La vera rivoluzione sta nell’interessarsi a chi è presente. Guardarlo negli occhi, chiedergli qualcosa. Si ‘perdono’ 20-30 secondi a testa, che si guadagnano, però, in comunicazione: fai capire ai tuoi alunni che la loro vita è importante. Tutto il resto viene di conseguenza, perché solo chi si sente amato può poi affrontare la vita con coraggio, e non passare il tempo a leccarsi le ferite o a trasformare il vuoto in rabbia”.
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Fotografia header: Alessandro D'Avenia nella foto di (c) Claudio Sforza