Francesco Pecoraro torna in libreria con il romanzo “La fine del mondo” (di cui proponiamo un estratto), ambientato a Roma, in una “nazione fascistoide” simile ma non identica all’Italia che conosciamo. A narrare le vicende, un uomo in là con gli anni, che ricorda e riflette, sogna e fantastica…

Cosa succede quando un uomo in là con gli anni, come ogni mattina, si siede al tavolo della sua cucina e riflette sulla fine del mondo e sul senso dell’esistenza?

Accade, almeno secondo il racconto che ne fa Francesco Pecoraro (scrittore e architetto urbanista), che quell’uomo si lasci trascinare da ricordi e riflessioni, sogni e divagazioni sulla sua vita. Passano davanti ai suoi occhi, e a quelli di lettori e lettrici, immagini dal passato e dal presente di un’Italia e un mondo “simili ma non identici al nostro”.

Pecoraro – già autore di La vita in tempo di pace (vincitore del premio Viareggio e finalista al premio Strega), Lo stradone (finalista al Premio Campiello) e Solo vera è l’estate – torna così in libreria, con un romanzo dal titolo inequivocabile, La fine del mondo (Ponte alle Grazie), in cui viene a mancare la trama in senso stretto, ma non la descrizione di una storia (e di cui si parla in vista dell’80esima edizione dello Strega).

Nell'”Ipotassi Cetomedioide”, roccaforte piccoloborghese in cui vive, il nostro narratore – a suo modo una guida – riesce nel compito di catturare l’essenza di un’epoca intera, specchio e a tratti parodia di quella che viviamo. E allora non sorprende che tra queste pagine si alternino l’umorismo e l’estrema lucidità nella testimonianza di una “nazione fascistoide” e una “città demmerda”, ma anche di personaggi definiti “più umani di noi”…

Nonostante sia immerso nella sua realtà, la voce nata dalla penna dello scrittore, romano classe ’45, non ne è servo: anzi, implicitamente si ribella ad essa seppur accettandola.

copertina di La fine del mondo

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Come tutte le mattine in cui non doveva svegliarsi presto per qualche esame o visita medica, le mattine cioè, in cui poteva godersi l’essere ancora una volta sveglio, cioè vivo e non afflitto da dolori di mali sconosciuti: come tutte le mattine calme e silenziose della sua casa nell’Ipotassi, l’uomo rilasciava una certa quantità di pensieri liberi, vale a dire non-coerenti e non finalizzati ad alcuna conclusione, vale a dire aperti, come del resto era quasi tutto il pensiero che si produceva a quel tempo in Occidente: argomentazioni quantiche, fatte di bolle, anche interessanti, che scoppiavano quasi subito lasciando il posto ad altre bolle e così via, come succede al fango vulcanico. La modalità social si era trasferita nelle menti, anche di quelli bravi, contaminandole di de-concentrazione, incoerenza e soprattutto di incapacità di arrivare a sintesi, carenza evidente solo per i vecchi come lui, essendo i più giovani del tutto indifferenti al problema, se pure era un problema, che avvertivano come cosa del Novecento, per lo più presente nella filosofia, ormai da almeno un secolo completamente senza senso, che ancora studiavano a scuola.

Niente concentrazione: ieri, per non so quanto tempo, ho letto e riletto la prima pagina dell’Urlo e il furore di Faulkner—che credevo fosse alla mia portata—senza riuscire a capirci niente. È certamente difficile e chiuso: è suo diritto esserlo e quasi lo ammiro per questo. Sono convinto che in una mia vita precedente, non so quanto precedente, l’avrei affrontato senza problemi. Oggi non ce la faccio. Non solo perché sono in età, ma anche, soprattutto, perché ormai sono distratto, anzi travolto dal Flusso. Chiamerei Flusso l’insieme di stimoli, sollecitazioni, avvisi, richieste, messaggi & messaggini whatsapp, rare telefonate, notifiche di pagamenti da verificare, articoli on line e sui giornali, il tutto aggiunto al tempo dedicato a segnalare la mia esistenza in vita con interventi su Instagram e TikTok e Telegram e Facebook e Threads, social ormai storici, ottenendo qualche like e vilmente bloccando i dissenzienti, aggiunto al tempo passato davanti alla tv a guardare telegiornali e fiction, che dimentico nel momento stesso in cui le guardo. Questo è il Flusso. E non riesco a considerarlo come qualcosa di negativo. E nemmeno lo vedo come una cosa positiva. Il Flusso semplicemente c’è, si è autocostruito in questi ultimi 20 anni di Rete, è conseguenza della Rete che è conseguenza di cosa? Di chi? Ormai penso che la Rete, se esiste, vuol dire che era inevitabile, dunque anche il Flusso era inevitabile, come lo è, metti, il Monte Bianco: non è sempre esistito, ma col tempo si è formato e noi ne accettiamo l’esistenza e ci piace che esista, anche se ormai si sale in funivia. Anche la Rete, che agli inizi del secolo era spazio entusiasmante, promettente libertà in un universo infinito di contatti, è ormai merce, anzi è il mezzo attraverso il quale noi scambiamo merce e siamo merce: la cosa non mi meraviglia né mi disturba: accetto tutto l’accettabile, vendete pure i miei dati, ma datemi ciò che mi sembra di desiderare.

Immagine di Francesco Pecoraro

Il Flusso è la mia normalità. Non è passato praticamente un giorno, da quando ho un telefono cellulare e poi da quando sono entrato in Rete—momento di cui non ho memoria, fondante ma perso nel tempo, come il battesimo o la prima volta che ho camminato—dicevo che non è passato un giorno senza che mi sia immerso, anche solo per pochi minuti nel Flusso, soffrendo quando l’atto immersivo mi era impedito dai malfunzionamenti della Rete, durati talvolta giorni, durante i quali si manifestava in me una specie di astinenza: come se per fare qualsiasi cosa, anche metti una doccia, fosse necessario essere preventivamente entrato in rete. Ok, è così, è esattamente così, ancora lo faccio. Sono quella cosa lì, un prodotto genetico della specie, un prodotto culturale del Novecento e un prodotto attuale della Rete. Faccio col Flusso, quello che un pesce fa con l’acqua: ci nuoto dentro e lo respiro. Ci vivo e ne vivo.

Il Flusso mi ha modificato, ma per capire come dovrei pensarci molto bene, leggere testi che spiegano, dove credo ci sia scritto che è la natura del Flusso a impedirmi in primis di riflettere per bene su qualsiasi cosa, anche sul Flusso, se non per irrilevanti piccole illuminazioni di quando in quando, come appunto questa: è funzione principale del Flusso impedirci di riflettere sul Flusso. Potrei aggiungere sul momento altri due enunciati: il Flusso è la Società, dunque il Flusso è il Capitale, perché Società è Capitale, puro e semplice, senza più inutili inconcludenti antagonismi, anche se fingiamo che ancora ci siano. Come al solito, siamo una cosa, ma crediamo di essere un’altra cosa. Tipo una democrazia. C’è molta ovvietà novecentesca in questo asserto. Un po’ me ne vergogno, perché non sono teoricamente aggiornato, però mi sembra di sapere che quando qualcuno si impadronisce al 100% dei mezzi di produzione del consenso c’è qualcosa che non va.

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Forse è stata la Rete, e conseguentemente il Flusso, a inculcarci questo comandamento: Non immaginerai più un assetto sociale diverso da quello in cui vivi.

Naturalmente io nemmeno riesco a immaginare società migliori di questa. Solo peggiori. Ed è ciò che negli ultimi 40 anni, a partire dai Novanta, con l’accelerazione dell’Undici Settembre, abbiamo fatto tutti: immaginare futuri peggiori. Finché Distopia, evocata da così tanto tempo, non è arrivata davvero e adesso, dicono, ci viviamo dentro e ci adatteremo. Mi sto adattando, tutti si stanno adattando. Giorno dopo giorno, di questi anni pazzeschi, il Flusso ci porta via con sé, e non è possibile aggrapparsi a qualcosa di solido, un appiglio che tenga per il tempo necessario a costruirsi un rifugio mentale, prima di essere, di nuovo, trascinati verso la realizzazione concreta delle peggiori distopie fin qui immaginate. Fatti salvi, per ora, Godzilla e l’Asteroide, tutto il resto c’è.

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Illustrazione in La fine del mondo

(continua in libreria…)

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