Samantha Harvey – tra le più grandi scrittrici contemporanee in lingua inglese e autrice di “Orbital”, con cui ha vinto all’unaniÂmità il Booker Prize 2024 – ha raccontato il suo anno di insonnia nel memoir “Le infinite notti”, iniziato con la morte prematura di un cugino. Un libro che si muove al ritmo dei suoi pensieri notturni, angoscianti e ovattati insieme. Una continua apnea ma, al tempo stesso, una sorta di cantilena della buonanotte
Se vi è capitato di far fatica a dormire, anche solo per una notte, conoscerete la sensazione di straziante impotenza che si prova vedendo le ore passare senza riuscire a chiudere occhio. Ecco, quella sensazione Samantha Harvey ha iniziato a provarla nel 2016 e cioè quando ha smesso di dormire. Per giorni, a volte anche per quaranta o cinquanta ore, Harvey non riesce a chiudere occhio.
“Quando non dormo, cosa che accade molto spesso, non dormo affatto. Non è che dormo male in quei giorni, no, proprio non chiudo occhio. Certo, mi capita anche di dormire male, ma le notti in cui dormo male sono le migliori, perché comportano un po’ di sonno. Quando non dormo, mi sento aggredita oltre che stanca”.
L’insonnia di Harvey comincia dopo la morte del cugino Paul, trovato senza vita nel suo appartamento, proprio quando nel Regno Unito si cominciava a parlare di Brexit. La cronaca e, insieme, l’analisi del suo mancato sonno sono diventate il libro Le infinite notti – Il mio anno d’insonnia (NN Editore, traduzione di Gioia Guerzoni). Un libro che segue il ritmo vertiginoso di quell’angoscia notturna, che passa da un pensiero all’altro senza soluzione di continuità , tra la fiducia e il tormento.

“Quando non dormo, passo la notte a frugare nel groviglio del mio passato per tentare di capire dove ho sbagliato, a scavare nell’infanzia per vedere se la genesi dell’insonnia è lì, in cerca del pensiero, la cosa o l’evento esatto che mi ha trasformato da persona che dorme a persona che non dorme”.
Così, seguendo il filo annodato dei suoi pensieri, il libro si muove tra le riflessioni di Harvey sul dormire; i consigli, quasi mai azzeccati, dei medici; le domande sul perché così tanti programmi tv abbiano la parola “segreto” nel titolo; sul perché abbia iniziato a scrivere un racconto su un uomo amante di David Bowie che rapina un bancomat e perde una fede nuziale; sul perché le carovane si chiamino in modi tipo Pegaso, Folletto, Unicorno; riflessioni sul sonno dei Pirahã, una popolazione indigena della foresta pluviale amazzonica che vive nel presente senza capacità di pensiero astratto.
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Molti dei pensieri notturni di Harvey, poi, vanno al cugino e alla sua morte prematura dopo una vita scandita dalle crisi epilettiche. Notte insonne dopo notte insonne, Harvey affronta le fasi della decomposizione del cadavere di suo cugino, ricomposto maldestramente dopo l’autopsia.
Sono pensieri intensi, alimentati anche dalle ricerche online, che diventano pensieri sulla sua stessa mortalità , sulla fugacità della vita, ma anche su quale sia il senso di essere svegli, in stato di allerta permanente, senza una buona ragione fisica.
“La morte di mio cugino ha invitato ogni altra morte. […] Caro cugino Paul, ti scrivo senza troppi giri di parole. Voglio dirti quello che secondo Google dovresti aspettarti dai tuoi primi giorni, settimane e mesi da morto. Sto cercando di evitarti delusioni sul tuo destino. Vorrei tanto che potessi rispondermi”.
Il linguaggio di Harvey è questo: dritto, spinoso, ma a tratti irresistibilmente esilarante, anche dentro la tragedia.

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Tra la miriade di possibili candidati all’insonnia, oltre alla morte del cugino, compaiono, nel corso delle pagine, anche la morte inaspettata del patrigno; una presunta menopausa arrivata molto in anticipo; una violenza subita da ragazza per mano di un senzatetto; la morte del cane di famiglia, dimenticato dal padre dopo il divorzio dei genitori.
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L’anno di insonnia dell’autrice diventa così una ricerca spasmodica della radice psicologica del suo disturbo, radice che non riesce mai a identificare con sicurezza. Il risultato di questa ricerca è un memoir dallo stile frammentato, in sintonia con l’andamento del tempo e dei pensieri di Harvey.
Per chi lo legge, però, Le infinite notti è anche una favola senza tempo, come se il racconto della vita sfuggente dell’autrice riuscisse a diventare una sorta di cantilena della buonanotte. E questo accade nonostante il flusso disordinato dei pensieri di Harvey.
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Scrive The Guardian: “La scrittura scivola dentro e fuori dalla prima e terza persona; a volte è composta dalla prospettiva dell’insonnia, come di una protagonista malevola decisa a ridurla a uno stato di appresa impotenza. Non esiste una cura riconosciuta per l’insonnia, ma per Harvey il nuoto si avvicina. Le sue riflessioni sull’immersione in un lago hanno la qualità di un sogno lucido”.
Forse proprio la sensazione di corpo nell’acqua aiuta a capire le atmosfere di Le infinite notti: una continua apnea, a tratti molto angosciante, ma leggerissima. Senza rumori, senza movimenti bruschi, ma con un abisso intorno da fronteggiare.
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Fotografia header: Samantha Harvey nella foto di Urszula Soltys