Da anni mancava dagli scaffali italiani Cristina Peri Rossi (Montevideo, 1941), autrice uruguayana insignita nel 2021 del prestigioso Premio Miguel de Cervantes, e di cui ora è tornata in libreria la raccolta di racconti “Il Museo degli sforzi inutili”: un’opera irriverente e anticonvenzionale, che mescola le suggestioni della narrativa fantastica a un forte impegno sociale e politico…
Tu pensa a un museo concepito per raccogliere gli sforzi inutili che hanno compiuto centinaia di persone prima di te. D’accordo, non tutte, perché tenerlo su è faticoso, evitare i doppioni ancora di più e vedersela con la privacy della gente coinvolta, poi, figuriamoci; ma una gran parte sì.
Là fuori sembra che a nessuno interessi conoscerlo meglio, eppure c’è una persona che torna a visitarlo ogni giorno, chiedendo il catalogo di un anno sempre diverso alla signorina Virginia, la quale crede a tal punto nel suo lavoro da essere poi promossa a vestale di questo sacro tempio senza adepti.
Magari su due piedi ti sembrerà un’intuizione brillante, ma poi un dubbio fugace ti porterà a domandarti: non sarà però uno sforzo inutile anche quello di tenere in piedi un Museo degli sforzi inutili, se poi dentro non c’è quasi nessuno?
Di Cristina Peri Rossi (Montevideo, 1941) sono state portate in Italia solo due opere: Le difficoltà dell’amore (La Tartaruga, traduzione di Claudio Fiorentino), e Il museo degli sforzi inutili, appena riproposta in libreria per SUR nella traduzione di Vittoria Spada (tempo fa era uscita per Einaudi).
Entrambe sono delle raccolte di racconti, benché la giornalista, traduttrice e attivista uruguayana, che si è autoesiliata in Spagna nel 1972 dopo aver subito la censura della dittatura militare, abbia scritto una quarantina di libri, la maggior parte dei quali sono romanzi e sillogi poetiche.
Eppure, la scelta di presentarla nel nostro Paese nella sua veste di narratrice di storie brevi è tutt’altro che peregrina, e basta addentrarsi nella lettura de Il museo degli sforzi inutili per rendersene conto.
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Se nei suoi versi Cristina Peri Rossi (peraltro figlia di immigrati italiani) indaga in particolare le relazioni erotiche, con un occhio di riguardo alle questioni di genere e ai sentimenti in senso lato, e nei romanzi si concentra prevalentemente su temi sociali e sul suo rapporto con l’Uruguay, nei racconti queste due anime si fondono, dando vita a un paesaggio di storie variegate e crepuscolari.
Ed ecco che alternare l’una e l’altra sensibilità, quella più intimista e quella più politica, ci permette di esplorare tutte le suggestioni di questa “francatiratrice e trapezista senza rete” (come si è autodefinita l’autrice), a lungo musa di Julio Cortázar (1914-1984), con il quale costruì una solida amistad amorosa, e che nel 2021 – all’età di 80 anni – ha anche vinto il prestigioso Premio Miguel de Cervantes.

Cristina Peri Rossi
Addentrarsi ne Il Museo degli sforzi inutili, come dimostra già la prima di queste trenta storie, che dà anche il titolo all’intero volume, significa dunque accettarne l‘implicita provocazione: qualunque gesto della nostra vita potrebbe rivelarsi vano da un momento all’altro, sembra insinuare la scrittrice tra le righe.
Perfino quello di scendere dal letto al mattino, se poi c’è chi si sente pervaso da una nausea sartriana e chi, per via della somiglianza con tutti gli altri uomini, finisce per essere loro ostile.
E non è tutto, perché accanto a questa inquietante e sotterranea tesi di partenza non possiamo non notare una caratteristica ricorsiva nei personaggi di Cristina Peri Rossi, e cioè quella di allontanarsi dai binari che aveva pensato per loro il mondo, con le sue convenzioni e aspettative tentacolari.
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I loro caratteri, per quanto a sé stanti, una volta scomposti in fattori primi hanno in comune una sorta di beffarda irriverenza, un anelito alla curiosità, un physique du rôle che li spinge a non rimanere schiavi del sistema, e che porta ogni vicenda a sovvertire lo status quo.
Come? Di solito prendendo alla lettera le metafore più abusate nelle conversazioni di ogni giorno.
“Se fuggendo la spada retrocedo fino alla parete, il freddo del muro mi raggela; se fuggendo la parete cerco di procedere in senso inverso, la spada mi si pianta in gola“, ci spiega per esempio un uomo che capisce di non poter fisicamente vivere fra la spada e la parete (corrispettivo spagnolo del nostro detto Fra l’incudine e il martello), facendosi correlativo oggettivo della difficoltà di destreggiarsi tra due alternative ugualmente sgradevoli.
“Scoprii, allora, che la condizione dello straniero è il vuoto: non essere riconosciuti da coloro che occupano uno spazio, forti del solo diritto di occuparlo”, ci confida poco dopo un altro, che si ritrova a essere l’unico uomo in una piazza di statue, tutte concentrate nella loro fissa esistenza ed estranee al signore che si aggira in mezzo a loro.
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Ma vale anche per quel tale che vorrebbe contare le pecore per riuscire a dormire, dovendosela vedere con la prima di loro che si rifiuta di scavalcare lo steccato, o per quello che – imboccando una scala con l’ovvia doppia funzione di far salire e scendere la gente dalla metro – non sa più quale delle due azioni stesse compiendo e si blocca di scatto, generando un ingorgo intorno e dentro di sé.
Per non parlare dell’innamorato che perde il punto fermo datogli anni prima dalla sua donna, tradendo così la sua fiducia nelle relazioni, del tipo che dopo una rottura sentimentale va al banco dei pegni a comprarsi del tempo per medicarsi subito le ferite dell’animo, o della giovane che dona la propria vita alla sua dolce metà, condannando il malcapitato a portarne addosso il peso insostenibile ovunque vada.
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Tutte bagatelle che ci fanno sbirciare per poche pagine le conseguenze dei più insoliti paradossi (ve lo immaginate uno psicanalista che telefona a un suo paziente per raccontargli del secondo amante della propria moglie, addebitandogli poi il costo della seduta? Un pittore che per ripicca ritrae la Monna Lisa con i baffi? Uno Stato patriottico che offre una bandiera alla famiglia di ogni soldato caduto, favorendo senza volerlo il contrabbando degli esemplari più rari?) o dei più toccanti tòpos della letteratura.
Fra questi spiccano l’uomo che porta con sé una porta, e che se ne prende cura e le parla quasi che fosse un essere vivente a lui caro, come accade fra un impiegatuccio e una mantella ne Il cappotto di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (1809-1852), e il bambino che sale su una corda da funambolo e non scende più, ricordandoci Il barone rampante di Italo Calvino (1923-1985) in una versione ancora più estrema (perché stavolta il piccolo non permette a nessuno di salire, nemmeno alla figlioletta del suo sorvegliante).
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Certo, quelli de Il Museo degli sforzi inutili non sono dei racconti pienamente fantastici, quanto piuttosto delle storie ora grottesche e ora strazianti, ora disinvolte e ora allucinate, che ci incoraggiano a ripensare la vita uscendo fuori dagli schemi (come il velocista che si ferma nel bel mezzo della gara perché preferisce guardare il cielo che ottenere l’ennesima vittoria) e considerando reale solo ciò che crediamo che lo sia (si veda l’uomo convinto di ricevere molte lettere anche se non gliene arriva mai nessuna – del resto, a suo dire, “Le più belle lettere del mondo sono state scritte e mai spedite“, e come dargli torto?).
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Una raccolta che, allo stesso tempo, è in grado di farci ragionare sui conflitti generazionali e sulla mancanza di integrazione sociale (“«Noi vecchi», mormorò, «dobbiamo cavarcela da soli». / «Noi pure», aggiunsi. / «Hai visto?», disse la donna che aveva parlato per seconda. «Te l’avevo detto che questo mondo non è adatto nemmeno per i giovani. Anche loro devono scappare»”), sulla fluidità delle identità individuali (“Ognuno di noi ha il sesso che gli viene imposto; al massimo lo accettiamo”) e sull’influenza dei ricordi (“Sa, inoltre, che qualsiasi viaggio nello spazio costituisce anche un viaggio nel tempo, e […] spera di trovare […] l’eco di lei in altri tempi e in altri spazi”), ponendoci sempre davanti a delle grandi verità.
Per citarne un paio, stando a un ragazzo che vive in campagna, non è poi un sacrilegio dare le margherite ai porci (“Senza i maiali che se ne cibano, le margherite morirebbero inutilmente appese ai loro steli, perché io non le mangio, e mia madre nemmeno”, e non sarebbe forse ancora peggio?), mentre secondo il protagonista de Le strade della lingua non ci sarebbe proprio nulla di innocente in questa vita – neppure la sintassi.
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E non per niente, con il suo stile a metà fra Enrique Serna (Città del Messico, 1959) e Flannery O’Connor (1925-1964), fra Joyce Carol Oates (Lockport, 1938) e Roald Dahl (1916-1990), Cristina Peri Rossi sembra volerci offrire una lente più critica attraverso cui interfacciarci con la quotidianità, ma restituendo intanto il giusto valore alle nostre città interiori e all’irriducibile umanità che alberga in loro.
A riprova del fatto che, come intuiamo arrivando in fondo all’opera, nessuno sforzo sarà mai totalmente inutile.
Né quello di tenere aperto un museo che sembra avere ormai poco senso di esistere, né tantomeno quello di provare a cambiare il mondo un racconto alla volta, presentandoci delle situazioni che rasentano il filo dell’impossibile e che, tuttavia, non diventano mai drammatiche alla maniera di Etgar Keret (Ramat Gan, 1967) o a quella di Raymond Carver (1938-1988).
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Che l’intento dell’autrice fosse allora di costruire non solo per i suoi protagonisti, ma anche per noi, un trampolino prima inesistente, dal quale tuffarci nel mare di un’esistenza priva di indicazioni razionali e predefinite, ma il cui epilogo ci condurrà comunque a un porto degno di questo nome?
Detto altrimenti: che il vero fine – e la vera fine – di ogni storia risiedano nella rivoluzione di idee, prospettive e decisioni che quest’ultima potrebbe scatenare di volta in volta in chi la leggerà?
La domanda, come ogni domanda, suscitò un grande effetto. Tutti, guardandosi a vicenda, la ripetevano ad alta voce o con lo sguardo. Nessuno sapeva a chi toccasse rispondere, ma ognuno la trasmetteva al proprio vicino. Cosa dobbiamo fare noi?, si dicevano, e più che una domanda sembrava un’affermazione. Cosa dobbiamo fare noi?, disse il domatore di leoni al medico. Cosa dobbiamo fare noi?, disse l’impiegato di banca all’attrice. Cosa dobbiamo fare noi?, ripeté l’infermiera, rivolta a un trapezista.
«Non disperarci!», rispose l’oratore con gli occhi luccicanti.
Anche la sua ingegnosa risposta venne ripetuta in coro. Non disperarci! Non disperarci! Ci dicevamo l’un l’altro. Qualcuno udì persino un’onda ripeterlo all’altra. Il mare ci sosteneva: era il nostro migliore alleato.

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