Poderoso romanzo d’esordio della scrittrice congolese Ève Guerra, “Rimpatrio” (premio Goncourt opera prima ’24) si muove al confine tra la realtà e la metafora, dando voce a una giovane donna trapiantata dall’Africa all’Europa, e più precisamente a Lione: lì sta cercando di fare i conti con le ferite della sua infanzia, divisa tra gli studi universitari e qualche affetto e lavoro precario, quando viene a sapere che suo padre è morto – e stavolta non solo nella sua testa…

Annabella ha appena 23 anni. È nata in Congo-Brazzaville, è cresciuta tra il Camerun e il Gabon (“Quando mi chiedono se ho un mio paese, io rispondo foresta”, ci tiene a sottolineare in proposito), e alle spalle ha una lunga catena di omicidi inventati.

Suo padre è morto solo adesso, per il mondo e per lo Stato, sbalzato per terra dal macchinario guasto di un’azienda, mentre era senza contratto né assicurazione – e qualche sgherro mafioso ci mette poco a trasformare la tragedia in un decesso accidentale, avvenuto altrove e per altri motivi.

Rimpatrio di Ève Guerra: “Tutto è realtà e metafora”

Copertina del libro Rimpatrio di Ève Guerra

Ma Annabella lo sa com’è andata davvero, va in cerca di prove, e corre via da Lione per tornare all’ovile, pur sapendo con la stessa certezza che suo padre, per lei, da due anni sarebbe già morto.

O meglio: cancellato dal suo cuore di figlia (la morte per delusione è una sorte senza ritorno), quando aveva scoperto sgomenta la sua bugia più egoista e tagliato ogni ponte con lui, raccontando a chiunque – perfino a Gabriel, il ragazzo che ama(va) – di non avere più i genitori.

Non so, non so perché, non dovrei… l’ho tante volte immaginato, tanto spesso sperato, tante volte, tante volte voluto, voluto dal fondo del cuore, voluto vedere mio padre che muore.

Del resto, “tutto è realtà e metafora“, ci ricorda Cristina Campo nell’epigrafe di questo poderoso romanzo d’esordio, Rimpatrio (Feltrinelli Gramma, nella suggestiva traduzione dal francese di Anna D’Elia), della scrittrice e insegnante congolese Ève Guerra (Mossendjo, 1989), ispirato alla sua vita e già vincitore nel 2024 del Prix Goncourt e del Prix Transfuge nelle rispettive sezioni dedicate alle opere prime.

Tutto, perfino la scomparsa di un padre che era stato pilastro, potere, potenziale perdono.

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Nel limbo tra presente e passato

Seguire il cammino in prima persona di quest’orfana di sicurezze è pertanto una danza in disordine.

Si va avanti imbrogliati da notai e avvocati, fra scartoffie e chiamate, nel gelido spazio della morte anagrafica (“Tutte le sale d’aspetto si somigliano”, sostiene Annabella, ma ogni disgraziato che aspetta è disgraziato a modo suo), con i parenti al seguito e le case svuotate.

E però si va spesso anche indietro, verso un sole d’infanzia che poi si è oscurato, una fatica emotiva e verbale che serve a riavvolgere il nastro, a fissare negli occhi un padre violento e una madre scappata di casa e mai più ritornata (tranne che per un giorno, quasi per sbaglio).

Ève Guerra (nella foto di Laure Achour)

Ève Guerra (nella foto di Laure Achour)

Non è facile, Annabella lo sa: se bastasse scucire il passato e ricamarlo a parole, punto per punto, lei sarebbe già salva.

Il guaio sta là, nel cratere che intanto si è schiuso, e nel quale suo padre buttava tutto ciò che bramava Annabella: la madre? Data per morta, e in realtà allontanata per sempre con soldi e minacce; i libri? Passatempi di lusso (non ha senso diventare poetesse); il bisogno di calore umano? Annegato nella caccia agli uccelli.

Uccidere per sopravvivere

Per proteggersi, un tempo, si era data al cinismo: rifiutare in partenza la gioia era l’unico modo per schivare il dolore – molto meglio estirparne ogni traccia, pur di non osservarla appassire.

Da più grande invece si era iscritta a Lettere, benché priva di borsa di studio, tra lavori e affetti precari, d’un tratto consapevole di non essere mai stata amata come una figlia, con entrambi i genitori impegnati soltanto ad allontanarla l’uno dall’altra.

È per questo, per vendetta e disperazione, che Annabella li seppellisce in anticipo. Per sopravvivere alla meno peggio, trovando conforto nella cultura. E ce lo spiega aggrappata a una punteggiatura essenziale, con le frasi spezzate e spostate più volte dal rigo, perché il lutto si può attraversare solo in modo scomposto – e scomponendo la lingua, la storia, i ricordi.

Come se non bastasse, mentre ride di rabbia o confonde le date (“Era un maggio d’aprile”, si ripete quando muore suo padre), nel suo triste e bellissimo trambusto di dentro, puntellato di verbi che non può coniugare, assistiamo al più estremo distacco dalla sua giovinezza.

Nessuno ti amerà più come me“, l’aveva ammonita suo padre, e per quanto il suo non fosse un amore linfatico e aperto, sotto sotto aveva ragione.

Annabella è perduta tra i sud del mondo e del suo debole io, tra le radici africane e le periferie francesi, rimasta sola nel labirinto di un trauma generazionale, intersezionale e irrimediabilmente personale, che la rende incapace di legarsi a chiunque e di slegarsi da certe antiche catene – una zattera nella bufera (“Possa tu non sapere mai chi sei“, leggiamo sempre nell’epigrafe di Rimpatrio, da un passo dell’Edipo re di Sofocle, che insieme all’Elettra dello stesso autore sembra peraltro rimandare al doppio complesso freudiano della protagonista).

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Dal rimpatrio come sforzo…

La domanda quindi, probabilmente, non è come lei riesca adesso – alla sua piccola età e davanti al vuoto assoluto – a concepire certi pensieri: la domanda è come abbia fatto per tutto il tempo precedente a convivere con quegli stessi pensieri senza impazzire.

Ad accettare che, più il padre e la madre la rigettavano, e meno la stavano lasciando andare, ferendola tanto attraverso la loro assenza quanto attraverso l’immaturità della loro presenza (“Nessuno è irreprensibile“, le rammenta la zia, ma come renderne conto a una bambina?).

Ora, comunque sia, non ha più scelta: il padre se n’è andato sul serio, abbandonato a sé stesso da un sistema razzista, classista e fin troppo corrotto, e non è con la diplomazia che la sua famiglia, nel frattempo emigrata in Francia, riuscirà a sbloccare una pratica così costosa e insabbiata.

Annabella lo avverte, e impugna il telefono come una volta avrebbe impugnato volentieri un coltello per trafiggere i suoi genitori, imponendo all’azienda coinvolta il rimpatrio di una salma che nessuno potrà rivedere, decomposta come sarà dallo sbalzo termico post-scongelamento, ma che almeno per i funerali e la sepoltura tornerà a casa propria, come anche sua figlia prima o poi spererebbe di fare.

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…al rimpatrio come spiraglio

E in effetti, a rimpatrio avvenuto, in Annabella si placa un istante il bisogno di approvazione, la sua fame di luce e presenza, il livore con cui su due piedi aveva deciso di mollare i libri e gli esami, la poesia e Gabriel, il suo alloggio in affitto, la decenza domestica e fisica.

Fino a qualche giorno prima si era chiesta a che mai servisse la letteratura, se la vita va a pezzi ugualmente, e aveva inviato a una sua docente un’email devastata e devastante di rinuncia agli studi (e a parecchi ideali), mentre adesso compare una crepa di quiete, un buon silenzio di fondo, una data esattissima da segnare sul calendario (“Era sabato 25 maggio 2013 e avevo finalmente rimpatriato la salma di mio padre”).

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Anche se, più di tutto, compare un messaggio di posta elettronica da parte di quella docente – la mano tesa che mancava, o che Annabella non aveva distinto in chi aveva intorno –, capace forse, in futuro, oltre la fine del libro, di tirarla fuori dal suo buio bagno in acque salate, con la carezza più saggia che l’incantevole e spietato esordio di Ève Guerra potesse lasciarci:

La letteratura fornisce le chiavi del mondo a patto di essere in grado di interpretarlo, salva solo perché reinserisce l’individuo in una dimensione collettiva e di trasmissione, ed è quella la salvezza che passa attraverso la letteratura: fare di noi degli individui tra gli altri uomini, “salvando due volte quello che sanno, trasmettendolo” (Beauvoir).
Qualunque cosa lei deciderà in futuro, non dovrà mai perdere di vista ciò che ha imparato, ma dovrà al contrario salvarlo due volte. Ed è questo perenne anelito verso una dimensione collettiva, verso la vita, verso l’altro, che la salverà, ora e sempre. Conto su di lei.

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