“L’IA a scuola è una novità talmente dirompente che forse è la volta che saremo costretti a ripensare l’intero sistema didattico e porci davvero il problema di cosa significhi apprendere e insegnare…”. In “L’algoritmo in cattedra – Cronache di un professore nell’era dell’IA”, Francesco Brucoli, professore di Filosofia e Storia in un liceo torinese, esplora le conseguenze dell’ingresso dell’intelligenza artificiale generativa nel modo dell’istruzione. Riflettendo su un tema sui cui si discute molto, Michele Luzzatto sottolinea: “L’IA, in sé, non è né un bene né un male: è arrivata, questo è quanto, e non se ne andrà. Se non la demonizziamo (né la esaltiamo), forse possiamo usarla per il meglio. E a chi possiamo chiedere un’opinione in merito se non a un docente che ogni mattina alle otto si trova a interagire con decine di ragazzi vivaci e curiosi?”

Ho fatto (fare) i compiti a casa…

Chiunque abbia la mia età (61) ha fatto nella sua vita molte, moltissime versioni di latino. Se ha frequentato il Liceo Classico ne ha fatte molte (moltissime) anche di greco; se ha frequentato il Liceo Scientifico ha fatto invece molti (moltissimi) studi di funzione. E poi ricerchine, temi, riassunti, proiezioni ortogonali, esercizi su leve e carrucole e mille altre attività che riempivano i pomeriggi di noi liceali, bloccati per ore a fare i compiti a casa, oltre a tutto il tempo passato sui manuali scolastici a mandare memoria date, battaglie e imperatori.

Il “fare” consolida le basi della conoscenza

L’idea che stava dietro a questi incarichi, dati spesso con stanca monotonia da parte dei nostri professori, era che il “fare” consolidava le basi della conoscenza. A lezione, in classe, il professore spiegava la teoria e poneva le fondamenta del sapere; l’applicazione pratica di quanto veniva appreso era considerata una questione di abitudine: ti ho spiegato la quinta declinazione, ora fai venti versioni con un numero insolitamente alto di nomi della quinta da declinare e ne sarai talmente saturo che d’ora in avanti ti riuscirà naturale declinare dies, diei, diei, diem, dies, die. E in qualche modo ha funzionato, se è vero che ancora adesso la ricordo a memoria.

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dies, diei, diei… generazione dopo generazione

Quel che facevamo noi negli anni Settanta-Ottanta l’avevano fatto, uguale uguale, i nostri genitori negli anni Quaranta-Cinquanta e prima di loro i nostri nonni negli anni Dieci-Venti: dies, diei, diei… generazione dopo generazione.

A ben vedere, l’idea che stava dietro a questa pratica era che il cervello fosse in qualche modo assimilabile a un muscolo e che l’abitudine lo modellasse, sviluppandolo. In maniera non troppo dissimile, l’allievo pianista si sobbarca ore e ore di esercizi di scale, maggiori e minori, melodiche e armoniche, in tutte le tonalità possibili (anche le più perfide, che nessun compositore userebbe mai), di modo che nel cervello e nelle dita quei movimenti vengano scolpiti in maniera indelebile e si creino automatismi che al momento buono potranno essere ripetuti senza neppure pensarci su, tanto sono incisi nella mente.

Resta tuttavia il fatto che una qualsiasi composizione, di qualunque compositore, mai e poi mai conterrà al suo interno un’intera scala ascendente e discendente “in purezza”: una scala è una successione di note troppo banale, che in sé non costituisce “musica”: la musica (tonale occidentale moderna) si basa, certo, sulle scale, ma le rielabora, le modifica, le deforma, le contravviene, ed è proprio questo che rende quell’arte così varia e interessante.

Il cervello non è un muscolo

E poi è l’assunto di base che pone qualche serio problema: il cervello non è un muscolo. Scavare abitudini nei suoi circuiti neuronali ne limita, anziché ampliarne, le potenzialità. Inculcare ossessivamente in un giovane la quinta declinazione o la scala di re bemolle minore incanala il pensiero in percorsi rassicuranti e già sondati, il che da un punto di vista didattico potrebbe non essere un male in sé – è un passaggio che forse si deve fare –, purché però si sia consapevoli del fatto che il pensiero creativo e originale consiste proprio nel rompere quegli schemi e generare così qualcosa di nuovo.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale generativa…

I nostri nonni, i nostri genitori, noi e anche i nostri figli hanno dunque curato la propria formazione sostanzialmente allo stesso identico modo: dies, diei, diei. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale generativa. OpenAI ha messo on line ChatGPT nel novembre 2022 – un battito di ciglia fa –, basato su GPT-3.5, un dinosauro secondo gli standard odierni (ottobre 2026). In questi quattro anni scarsi il mondo è cambiato radicalmente e la scuola, che è uno specchio privilegiato del mondo, pure.

Tutta l’impalcatura didattica che aveva resistito a secoli di mutamenti e che si fondava da sempre sulla ripetizione abitudinaria (e quindi sui compiti a casa) è venuta improvvisamente a cadere.

Date a un quindicenne di oggi una versione di latino e lui la passerà immediatamente al suo chatbot preferito, ottenendone una traduzione personalizzata (diversa da quella del suo compagno di classe, perché ogni volta il chatbot riparte da capo) da 8 e mezzo. Se il ragazzo è minimamente astuto, chiederà al chatbot di inserire ad arte un paio di errori, di modo che il professore non si insospettisca, e si accontenterà del 7. Se poi è molto astuto, si farà dire dal chatbot quali sono gli errori inseriti e quale sarebbe stata la traduzione corretta, di modo che all’orale potrà fare bella figura dimostrando di aver capito le proprie manchevolezze. Un figurone.

Ora la domanda difficile: agendo così, quel ragazzo avrà davvero imparato meno di me, di suo nonno e di suo bisnonno?

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L’IA a scuola è una novità talmente dirompente che forse è la volta che saremo costretti a ripensare l’intero sistema didattico e porci davvero il problema di cosa significhi apprendere e insegnare.

L’IA, in sé, non è né un bene né un male: è arrivata, questo è quanto, e non se ne andrà. Se non la demonizziamo (né la esaltiamo), forse possiamo usarla per il meglio. E a chi possiamo chiedere un’opinione in merito se non a un professore di Liceo che ogni mattina alle otto si trova a interagire con decine di ragazzi vivaci e curiosi?

Copertina di L'algoritmo in cattedra di Francesco Brucoli

L’AUTORE – Michele Luzzatto è il direttore editoriale di Bollati Boringhieri.

IL LIBRO – L’algoritmo in cattedra – Cronache di un professore nell’era dell’IA è un saggio di Francesco Brucoli, professore di Filosofia e Storia al Liceo Galileo Ferraris di Torino che all’attività di docenza ha affiancato la collaborazione con case editrici per la stesura di diversi manuali scolastici. Nel libro, l’autore si sofferma sulla svolta inevitabile data dall’uso dell’intelligenza artificiale nelle scuole. Mentre gli studenti usano ChatGPT per tradurre le versioni di latino, risolvere problemi di matematica, fare ricerche di storia, cosa resta della lezione frontale, dei compiti a casa, dei voti e delle verifiche?

Partendo da questa domanda, Brucoli affronta l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’apprendimento dal punto di vista di chi la scuola la vive ogni giorno. Il professore, vede lo strumento non come una minaccia per il modello di istruzione a cui siamo abituati, ma come un’occasione per ripensare il senso stesso dell’insegnamento: non più semplice trasmissione di nozioni, ma costruzione attiva di conoscenza. È in questo scenario che il ruolo del docente si trasforma, diventando guida e presenza critica che ribadisce una verità semplice e decisiva: la scuola non è un sistema da automatizzare, ma uno spazio in cui si formano cittadini consapevoli.

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