Nel saggio “Steve Jobs – L’esilio” il giornalista Geoffrey Cain racconta il “decennio perduto” della vita di Steve Jobs, imprenditore e inventore statunitense, creatore della Apple, che tra il 1985 e il 1997 guidò la sua NeXT (impresa fondata dopo l’allontanamento dalla celebre azienda) tra rischi, azzardi e nuove invenzioni – Su ilLibraio.it un estratto dall’introduzione, a cura del manager italiano Diego Piacentini

Negli ultimi anni, molto si è detto e si è scritto riguardo la storia di Steve Jobs, oggi considerato uno dei più formidabili imprenditori e inventori statunitensi. Merito certo del successo ottenuto dalla società che aveva creato, la Apple, che ancora si presenta come una delle massime aziende hi-tech (a settembre è atteso il cambio al vertice, con Tim Cook che lascerà il posto a John Ternus, che sarà il nuovo CEO).

Meno noto, però, è il periodo che Jobs affrontò lontano dalla “sua creatura”, da cui fu licenziato, e durante il quale diede vita a una nuova impresa, la NeXt. Ora, a distanza di anni, il giornalista Geoffrey Cain ripercorre proprio quegli anni, dal 1985 al 1997, facendo luce sulla “rinascita di un visionario americano”.

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Tra le pagine di Steve Jobs – L’esilio (EGEA), grazie a interviste, documenti aziendali e testimonianze, Cain racconta il “decennio perduto” di Jobs, tra fallimenti, sperimentazioni e rischi economici, ma soprattutto esperienze che lo hanno reso il volto della Apple negli anni a seguire.

Il volume, inoltre, è introdotto dal manager italiano Diego Piacentini – ex General Manager e Vice President della divisione europea di Apple e successivamente Senior Vice President of the International Consumer Business di Amazon, e Commissario straordinario del Governo Renzi per l’attuazione dell’Agenda digitale – che ricorda il periodo del ritorno di Steve Jobs nell’azienda, la sua visione e i colloqui avuti.Steve Jobs - L'esilio

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto dal saggio di Diego Piacentini:

Il 7 gennaio 1997 ero al Macworld di San Francisco. Fu la prima volta che vidi Steve Jobs dal vivo. Sul palco c’era Gil Amelio a condurre il keynote. Fu uno spettacolo imbarazzante: quasi tre ore di divagazioni e annunci confusi. Amelio aveva persino indossato una camicia sportiva senza collo, probabilmente nel tentativo di sembrare «più Apple». Lo rese solo più ridicolo. La platea era silenziosa. Poi apparve Steve. Era lì come advisor (l’acquisizione di NeXT si era chiusa poche settimane prima) e intervenne per una manciata di minuti per presentare NeXTSTEP. La differenza fu immediata e totale. Chiaro, diretto, coinvolgente. Sapeva esattamente che cosa stava dicendo e perché. Mentre Amelio aveva parlato per ore senza dir nulla, Jobs disse tutto in pochi minuti. Quella sera ero a cena con gli stessi dealer e clienti italiani che avevano partecipato all’incontro con Gil a Parigi. Il morale era improvvisamente andato alle stelle.

I mesi successivi registrarono una girandola di cambiamenti. Nel maggio del 1997, dopo solo un anno nel suo ruolo, Jan Gesmar-Larsen lasciò Apple per diventare President di Dell EMEA, allora una delle aziende di PC di maggior successo al mondo. Io venni promosso General Manager di Apple EMEA – in parte, devo ammetterlo, anche perché non c’erano candidature esterne convincenti. Chi avrebbe voluto guidare la divisione europea di un’azienda sull’orlo del collasso?

(…)

Jobs stesso, come Cain documenta, non era affatto convinto di voler tornare – e i fatti lo confermano. Il 9 luglio 1997 il consiglio di amministrazione licenziò Amelio. Non fu un evento improvviso: Jobs aveva lavorato sistematicamente per convincere il board che Amelio non era l’uomo giusto. Fu lui, di fatto, a orchestrare l’uscita. Ma quando il board gli offrì il ruolo di CEO, Jobs declinò. Disse di essere troppo impegnato con Pixar e non era ancora convinto che Apple potesse essere salvata.

(…)

Il 16 settembre 1997, esattamente dodici anni dopo le sue dimissioni forzate del 1985, fu nominato ufficialmente interim CEO. Si definì «iCEO», dove la «i» stava appunto per «interim»: fu la prima «i» della storia di Apple, prima ancora dell’iMac. Dismise la «i» di interim solo al Macworld del gennaio 2000.

(…)

Durante uno dei break del Top 100 Managers, mi ritrovai in un piccolo gruppo attorno a lui. Stava preparando alcune slide della presentazione: notammo con nostra meraviglia che lo faceva su un computer NeXT, non su un Mac. Era una scelta puramente pragmatica: il Mac non era ancora all’altezza di quello che Steve si aspettava da uno strumento di lavoro. Ce lo disse con la consueta franchezza: il Mac e PowerPoint erano «crap». E in fondo era difficile dargli torto.

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Ma c’era qualcosa di più rivelatore. Ogni volta che il discorso scivolava su Pixar – e scivolava spesso – Steve si illuminava in modo diverso. Toy Story era uscito due anni prima, e lui ne parlava con un entusiasmo che non riservava a Apple. Non era ancora convinto di poter salvare l’azienda, si percepiva chiaramente. Apple era un problema da risolvere. Pixar era qualcosa in cui credeva davvero, qualcosa che aveva già dimostrato di funzionare. Per chi lo ascoltava, era un segnale sottile ma inequivocabile: quest’uomo stava tornando a casa, ma non era ancora sicuro di volerci stare.

Quella stessa settimana Jobs tenne anche un secondo incontro, aperto a tutti i dipendenti di Apple nel mondo e trasmesso via videotape alle sedi internazionali, in cui presentò la campagna Think Different e ridefinì pubblicamente l’identità di Apple.

Ma fu nel Top 100 Managers Meeting che capii davvero con chi avevo a che fare, e che compresi quanto fosse diverso rispetto a tutto quanto avevo letto e sentito su di lui…

(continua in libreria…)

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Fotografia header: Steve Jobs (foto GettyEditorial)

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