Le polemiche legate al film sull’Odissea di Christopher Nolan e il mito, che ci affascina ancora tantissimo, ma che, forse, oggi non riusciamo più a comprendere, in un mondo “pieno di pregiudizi e privo di fantasia”. La riflessione di Daniele Michienzi (Loquendum), che cita l’umorismo di Luciano De Crescenzo, “che avrebbe sicuramente riso di chi bofonchia che Elena non può che essere bianca…”

Da ragazzino, innamorato pazzo di Luciano De Crescenzo, lessi un suo libro che si intitolava Elena, Elena, amore mio e che, nell’edizione Mondadori, aveva una copertina rossa, mi pare, su cui era disegnato il volto dell’autore, abbigliato da antico greco, accanto a quello di una conturbante Elena di Troia.

L’umorismo di De Crescenzo

Il romanzo, che poi in realtà era anche, allo stesso tempo, un racconto umoristico e un saggio nello stile inconfondibile di De Crescenzo, raccontava le vicende della guerra di Troia dal punto di vista di un giovane di nome Leonte, recatosi a Ilio in cerca del padre, che era partito con gli altri Achei per andare a combattere molti anni prima e di cui non si sapeva più nulla.

De Crescenzo aveva la capacità di raccontare i miti in modo appassionante, facendoli continuamente flirtare, se così si può dire, con la contemporaneità. Ricordo ancora che, in un altro suo libro, aveva descritto il giovane Dioniso paragonandolo al neonato con la voce da adulto di Roger Rabbit, e la cosa mi aveva fatto morire dal ridere.

Il mito, che ci piaccia o no, appartiene a tutti noi

Il mito, che ci piaccia o no, appartiene a tutti noi e vive nelle radici profonde del nostro passato più ancestrale. È per questo che i miti ci dicono ancora qualcosa e, soprattutto, ci interessano ancora, come testimonia l’attenzione riservata all’ultima Odissea di Nolan, nonostante racconti storie ormai vecchie come il cucco.

In realtà, viste le polemiche che hanno preceduto l’uscita del film soprattutto negli States, mi viene da dire che l’uomo di oggi o, perlomeno, l’uomo occidentale, magari si appassiona al mito, ma non è più in grado di capirne sul serio il linguaggio. Si è polemizzato molto, ad esempio, sul fatto che Elena e Clitennestra siano state interpretate da un’attrice nera, la bellissima Lupita Nyong’o, dimenticando che le due mitiche sorelle nacquero dalle uova deposte da una mortale di nome Leda, che era stata fecondata da Zeus travestito da cigno.

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Eppure la bianchezza di Elena è stata, anche stucchevolmente, reclamata. Così è avvenuto anche per la pelle della Sirenetta, ai tempi dell’uscita dell’omonimo live-action della Disney. “È danese, quindi deve essere bianca!”, commentavano infervorandosi alcuni utenti sui social.

Il mito, però, non descrive, se non in casi straordinari, i suoi personaggi. E peraltro, quando lo fa, le versioni del racconto sono talmente tante che è inevitabile che si scontrino l’una con l’altra.

Ci interessa davvero, dopotutto, sapere se Achille fosse biondo platino o con la chioma nera frisé? Ci interessa sapere se Atena fosse magra come un palo di scopa o deliziosamente curvy?

A noi, che siamo gente di un balordo tempo contemporaneo, pieno di pregiudizi e privo di fantasia, interessa ancora, purtroppo. Ci accapigliamo per imporre la nostra visione del mondo, la cui profondità, poi, non va molto oltre l’enunciazione del nostro colore preferito, da bravi bambini dell’asilo quali siamo, e spesso ci avventuriamo, pur non conoscendo bene il tema di cui trattiamo, anche in interpretazioni un po’ disinvolte come quella della stessa Nyong’o che, in un’intervista, ha lamentato “il poco spazio che Omero ha riservato alle donne”, come se Omero – sempre che sia esistito – fosse un produttore texano da tirare per la giacchetta.

I miti posticci, provvisori ed effimeri di oggi

Dicono che i miti esistono ancora oggi, se davvero chiamiamo “mitici” o “divi” le attrici e gli attori, le sportive o gli sportivi, oppure gli youtuber. Ma si tratta di miti posticci, provvisori, effimeri. I veri miti sono quelli grecoromani che raccontava De Crescenzo, ma anche quelli nati in seno a migliaia di altre culture del mondo.

La tradizione africana, per esempio, ci ha tramandato un sacco di miti di cui, peraltro, come al solito, gli europei si sono appropriati: il mito di Amore e Psiche, per citarne uno, raccontatoci dall’africanissimo Apuleio nel II secolo d.C., che cito anche nel mio libro Latin Lover – il latino come non l’avete mai visto (Blackie), rimanda ad antiche narrazioni berbere di cui gli studiosi stanno recentemente ritrovando le tracce.

E poi ci sono i miti delle Americhe, quelli dell’Australia, quelli, numerosissimi, dell’Oriente, dell’India antica, del mondo Mediterraneo o quelli della Mesopotamia.

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Il mito era un manuale di istruzioni per la vita

Il mito ha avuto, in passato, una funzione fondamentale, perché era l’enciclopedia culturale dei popoli in epoche in cui non esisteva non dico la scienza, ma nemmeno un credo religioso che spiegasse agli uomini cosa diavolo ci facessero su questo pianeta, perché si ammalassero, perché morissero, perché amassero, e poi il perché della pioggia, il perché del caldo e del freddo. Il mito era un manuale di istruzioni per la vita che si tramandava di generazione in generazione e che, magari, dava spesso istruzioni che oggi ci appaiono (giustamente) intollerabili come la prescrizione di fare sacrifici animali o umani.

Con le generazioni successive, il mito si affinava e migliorava, anche in base all’evoluzione socioculturale, sempre che ce ne fosse una almeno ogni tanto. Oggi questa funzione chi ce l’ha? L’intelligenza artificiale? “Annamo bbène”, direbbe la Sora Lella, sconsolata…

Daniele Michienzi Latin Lover

Daniele Michienzi, autore di “Latin Lover”

Spiegare il mito attraverso le categorie culturali odierne, comunque, senza considerarne la funzione antica ed edulcorandolo secondo i nostri standard, è un’operazione dal sicuro successo commerciale ma profondamente disonesta: è un po’ quello che è successo con le fiabe, che una volta erano dei racconti mitici anche molto crudeli, che servivano a educare i bambini alla paura dell’ignoto o a non fidarsi degli sconosciuti, mentre adesso sono storielle innocue che hanno abdicato a qualsiasi funzione pedagogica.

Il mito greco, per fortuna, è ancora così intrinsecamente legato alla sua tragicità e alla sua sconvolgente brutalità che sarebbe impossibile depurarlo, se non facendolo diventare un racconto scialbo, dei suoi elementi più conturbanti: il sesso, manifestato in tutte le sue possibilità contorsionistiche, anche quelle più ignobili e stravaganti – vedi il cigno di cui sopra – e poi la guerra, la crudeltà dell’uomo, la malvagità degli dèi.

I miti omerici, poi, sono particolarmente intrisi di brutalità: l’Iliade insegnava agli uomini l’onore e la gloria, che un eroe poteva assicurarsi solo attraverso una morte degna, in combattimento, mentre oggi può farci riflettere sulla stupidità della guerra. L’Odissea è invece il poema dell’astuzia e della resistenza, qualità indispensabili per l’uomo greco che desiderasse solcare il Mediterraneo in cerca di fortuna per fondare colonie e arricchirsi, magari, sfruttando la propria abilità affabulatoria nel campo degli affari; oggi, invece, può farci riflettere su come l’Occidente abbia spesso la tendenza a trattare le persone appartenenti ad altri popoli come se fossero soltanto dei Polifemi da accecare o delle belle Calipso da sedurre e abbandonare.

Avere la capacità e la libertà di immaginare

Un altro libro fondamentale della mia infanzia è stato un Atlante di Mitologia scritto da un divulgatore mancato qualche anno fa, Giorgio P. Panini. Il libro, oggi introvabile, raccontava i miti del mondo accompagnando ad ogni storia delle vignette che ne rappresentavano le vicende e nelle quali i personaggi, per precisa scelta dell’autore, erano rappresentati soltanto da sagome di vari colori (nero, marrone, arancione) senza volto, così che i giovani lettori potessero sentirsi liberi di immaginarne i connotati. Le descrizioni dei personaggi dei miti, dopotutto, anche nei più lunghi poemi epici, sono sempre sfuggenti, prive di dettagli, e non perché gli antichi poeti fossero privi di fantasia, figurarsi! Il motivo era che il pubblico aveva ancora la capacità e la libertà di immaginare, senza stereotipi, e distingueva da sé, nel racconto, ciò che era importante da ciò che non lo era.

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De Crescenzo avrebbe sicuramente riso di chi bofonchia che Elena non può che essere bianca o di chi vorrebbe un’Ifigenia con più cazzimma. Se avesse avuto modo, lui, di girare un film sull’Odissea, secondo me l’avrebbe fatta interpretare a una donna napoletana un po’ avanti con l’età, accanita fumatrice, dalla bellezza un po’ sfiorita, malinconica e con la ricrescita incipiente tra i capelli. Tutti i Troiani l’avrebbero soprannominata, ironicamente, “Elena ‘a sciantosa”.

Latin lover di Daniele Michienzi

L’AUTORE  – Docente di latino e creatore del progetto social Loquendum, Daniele Michienzi, nato a Catanzaro nel 1985 e cresciuto a Milano, dopo anni di studio tra lettere, musica e comunicazione, ha scoperto la sua vera vocazione: insegnare il latino in modo creativo e accessibile.

Con la sua pagina Instagram divulga in chiave pop e ironica la cultura classica, fra traduzioni di canzoni sanremesi in latino e reel virali. Finalista per due anni di seguito al Campiello Giovani, con una menzione speciale nel 2007, è ora in libreria con Blackie Latin Lover – Come una lingua di duemila anni fa può migliorare la tua vita nel XXI secolo.

Da Plauto a Ghali, da Cesare a Trump, il libro di Michienzi è “una dichiarazione d’amore per una lingua che non smette di vivere dentro di noi e un invito a guardarla con occhi nuovi”: perché non c’è rosae senza spine, ma neanche senza meraviglia…

In Latin Lover, l’insegnante e creator accompagna in un viaggio tra declinazioni, citazioni e meme, “per scoprire che il latino non è un relitto del passato, ma una chiave per capire il presente”.

Qui trovate le sue riflessioni per ilLibraio.it.

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Fotografia header: Lupita Nyongo GettyEditorial 14-07-26

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