Si riparla anche quest’anno del basso numero dei laureati italiani. Il commento di Simonetta Tassinari, insegnante e scrittrice

Si riparla anche quest’anno del basso numero dei laureati italiani (nel 2016 i passi in avanti, rispetto al 2015, sono stati piuttosto scarsi), mentre, a giudicare dalle capacità di assorbimento del nostro mercato del lavoro, si direbbe che, in fondo, i laureati italiani siano fin troppi rispetto a quello che l’Italia chiede ai propri giovani (e non solo): lavori di cura, assistenza e baby- sitting, servizi, ristorazione, addetti alle vendite, apprendisti, operai non qualificati, operatori telefonici. Bisognerebbe dissipare un po’ dell’ambiguità che la notizia porta con sé: quando ci si lamenta del basso numero dei laureati italiani si pensa a una effettiva spendibilità del titolo di studio, insomma ci si lamenta dei mancati laureati che, se lo fossero, otterrebbero un impiego consequenziale – gli ingegneri a fare gli ingegneri, gli architetti a fare gli architetti, i medici a fare i medici – oppure ci si duole perché la scarsità di laureati sembra deporre a sfavore del livello culturale del paese? Come se, sotto sotto, si rimproverasse agli italiani di non fare abbastanza per la loro cultura? È evidente che per un neolaureato (e neanche tanto “neo”), in Italia la “sistemazione”, come si diceva una volta, è difficilissima (se non si possiede già una farmacia, uno studio medico o uno studio da avvocato, un laboratorio di analisi cliniche, e così via). E non parlo solo di titoli considerati “deboli” (Lettere, Filosofia, Lingue, Giurisprudenza, Conservazione dei beni culturali, Scienze della formazione, per esempio), ma anche di quelli più “forti” (Ingegneria, Economia, Fisica, Chimica, Biotecnologie, Medicina, tanto per nominarne qualcuno).

Perché non ci si chiede, piuttosto, come mai all’università ci si iscriva sempre di meno, con meno speranze, meno entusiasmo, meno prospettive, meno borse di studio, con un occhio soprattutto all’inglese, nell’idea che, probabilmente, si dovrà fare la valigia?

Chi acquisterebbe un abito da sera sapendo che non avrà mai l’occasione di sfoggiarlo o che, nell’attesa, diventerà fuori moda, sbiadirà e si scucirà?

Peraltro, per quantificare, riassumere o indicare il livello culturale di una nazione il numero dei laureati, rispetto al numero degli abitanti, di per sé dice assai poco, è nudo e spoglio. Per di più, a voler mettere il dito nella piaga, una laurea non esclude l’impreparazione, l’ignoranza della grammatica e dei nessi sintattici fondamentali della nostra lingua, nonché l’ignoranza dei contenuti specifici sui quali si sono sostenuti esami e scritto delle tesi (e non saprei dire quale dei due aspetti sia il più grave) dei “coronati d’alloro” che, in teoria – benché sparuti, come afferma la statistica – dovrebbero formare una specie di intellighenzia.

Per molti ragazzi delle Superiori, con l’esperienza dei loro fratelli maggiori, la laurea sta diventando una possibilità, non l’unica come pareva un tempo: gli esempi negativi sono moltissimi. Prendiamo un laureato in Lettere che non abbia la possibilità di insegnare, di lavorare nel campo delle Risorse umane e in quello dei Beni culturali, oppure infine ci riesca, ma dopo lunghissimi anni di gavetta sovvenzionati dalle famiglie (per chi può); non sarebbe strano che pensasse di aver sbagliato tutto, e che sarebbe stato preferibile leggere autori classici e moderni, e coltivare la storia e le lingue antiche, nella propria stanza, seduto sul divano. Un tale laureato potrebbe rimpiangere di non averlo realmente fatto, e nel frattempo di non essersi cercato un lavoro retribuito che non comportasse simili incerte e snervanti attese, in cui è restato legato alla “paghetta” dei genitori come quando aveva sedici anni. Chi ama il sapere in generale, o una sua particolare forma, continuerà a leggere, a informarsi, ad andare al cinema, al teatro senza la frequenza di alcuna università, e sentirà la mancanza di un titolo accademico solo di tanto in tanto (ammesso che la senta), magari al cospetto della delusione di un nonno che avrebbe gradito poterlo chiamare “dottore” (cioè esperto, il che, ahimé, non è sempre vero). Perfino gli interessi scientifici possono essere coltivati come otium, per conto proprio,: c’è internet, ci sono le accademie private, gli orti botanici, i musei, le biblioteche, i laboratori.

La verità è che, alla mia generazione, una laurea è certamente servita; noi baby-boomer siamo riusciti, quasi tutti, a svolgere un ruolo coerente con i nostri studi e le nostre aspirazioni, ma per la generazione dall’Ottanta in poi tutto è stato, ed è, molto più difficile. E, se secondo le statistiche, i laureati italiani sono ancora troppo pochi, come mai devono emigrare all’estero, ogni anno, in un numero così imponente?

L’AUTRICE * – Nel 2015 Simonetta Tassinari ha pubblicato La casa di tutte le guerre, romanzo ambientato in Romagna nell’estate 1967.
È da poco tornata in libreria, sempre per Corbaccio, con La sorella di Schopenhauer era una escort, un libro per i genitori, per i ragazzi, per chi non è genitore e non è neanche un ragazzo, per i curiosi, per chi vuole sorridere, e leggere, della scuola italiana. Un ritratto divertente della generazione smartphone-munita.
L’autrice è nata a Cattolica ed è cresciuta tra la costa romagnola e Rocca San Casciano, sull’Appennino. Vive da molti anni a Campobasso, in Molise, dove insegna Storia e Filosofia in un liceo scientifico. Ha scritto sceneggiature radiofoniche, libri di saggistica storico- filosofica e romanzi storici.

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