"In qualunque parola che pronunciamo può nascondersi, ogni giorno, il segreto della nostra liberazione". Nicola Lagioia presenta l'antologia "Parole ostili", che fa seguito al "Manifesto della comunicazione non ostile", e che vede protagonisti diversi scrittori. Se ne parlerà al Salone del libro di Torino

Internet ha cambiato le nostre vite, su questo non ci sono dubbi. Ha offerto a tutti la possibilità di avere un luogo dove potersi informare ed esprimere liberamente. La rete, infatti, è costituita prima di tutto di parole. E le parole, molto spesso, hanno la capacità di influenzare in modo radicale la vita delle persone. Per questo, proprio dalla rete è nato il Manifesto della comunicazione non ostile, un impegno di responsabilità comune il cui scopo è dare una risposta concreta al bisogno di affrontare le tematiche dell’ostilità in rete e restituire alle parole il potere che dovrebbero avere: essere pensate e usate per incontrarsi e per aprire mondi, come la letteratura ha sempre fatto.

Prendendo ispirazione da alcuni principi del Manifesto, come “Virtuale è reale” (“dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona”), “Le parole hanno conseguenze” (“so che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi”) o “Prima di parlare bisogna ascoltare” (“nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura”), dieci scrittori hanno fatto proprie le riflessioni sulla cura del linguaggio e le hanno raccontate in declinazioni diverse.

Attraverso il sostegno al progetto “Parole O_stili” e del Salone del libro di Torino, i loro testi sono stati raccolti nell’antologia Parole ostili (Laterza), curata dalla giornalista e scrittrice Loredana Lipperini, fondatrice del blog Lipperatura e autrice, tra gli altri, di un saggio sui social, Morti di fama – Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web (scritto con Giovanni Arduino).

Gli autori della raccolta sono Tommaso Pincio, Giordano Meacci, Giuseppe Genna, Diego De Silva, Helena Janeczek, Alessandra Sarchi, Fabio Geda, Nadia Terranova, Christian Raimo e Simona Vinci.

parole ostili

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo la prefazione di Nicola Lagioia, scrittore e direttore del Salone del libro di Torino

di Nicola Lagioia

La prima cosa a cui ho pensato, quando mi è stato proposto di occuparmi del Salone Internazionale del Libro di Torino, è che sarebbe stato bellissimo se un’istituzione così importante non si fosse limitata a ospitare dei contenuti culturali ma fosse riuscita a produrli restando fedele alla sua missione di promozione della lettura e alla sua vena pedagogica. Così, quando Annamaria Testa, per conto dell’associazione no profit Parole O_Stili, ci ha proposto l’idea di questo libro, l’intero staff del Salone ha subito pensato che fosse un’ottima idea.

Conoscevo il progetto di sensibilizzazione contro la violenza nelle parole di questa associazione e lo condividevo. Soprattutto, ero rimasto colpito dal loro manifesto, un decalogo molto semplice che proponeva la sfida più difficile che si possa immaginare oggi: rendere consapevoli i suoi destinatari, cioè noi tutti, che la comunicazione fuori e dentro la rete ha un peso e ci determina, e dunque che il virtuale è reale, che si è ciò che si comunica, che le parole danno forma al pensiero, che prima di parlare bisogna ascoltare, che le parole sono un ponte e hanno delle conseguenze, che condividere testi e immagini comporta una responsabilità, che se le idee si possono discutere le persone si devono rispettare, che gli insulti non sono mai degli argomenti, e che persino il silenzio comunica qualcosa.

Pochi, sull’uso delle parole, si interrogano più di quanto non facciano ogni giorno gli scrittori. La prima edizione del Salone del Libro, tanti anni fa, fu aperta da Iosif Brodskij, il grande poeta russo che probabilmente ha dato della letteratura, e della poesia in particolare, una delle definizioni più radicali e audaci degli ultimi decenni. «La poesia non è una branca dell’arte», scriveva Brodskij, «è qualcosa di più. Se ciò che ci distingue dalle altre specie è la parola, allora la poesia, che è l’operazione linguistica suprema, è la nostra meta antropologica e, di fatto, genetica. Chi considera la poesia un modo per passare il tempo, una lettura, commette un crimine antropologico, in primo luogo contro se stesso».

L’uso della lingua come meta antropologica e dunque come strumento evolutivo? Se oltre all’uso della lingua ciò che ci distingue dalle altre specie è il possesso del libero arbitrio (o perlomeno di un arbitrio non del tutto precluso), allora usare le parole per evolverci o tornare a essere dei bruti è il nostro banco di prova quotidiano. I racconti che seguono, selezionati da Loredana Lipperini, ispirato ognuno a un precetto contenuto nel decalogo di Parole O_Stili, si prefiggono di farci riflettere su questi aspetti della vita.

Qualunque parola che ognuno di noi pronuncia è dunque un possibile attentato contro la specie? Preferisco vederla in un altro modo: in qualunque parola che pronunciamo può nascondersi, ogni giorno, il segreto della nostra liberazione.

(continua in libreria…)

L’APPUNTAMENTO A TORINO – Il 14 maggio, alle 10.30, al Salone del Libro la presentazione della raccolta e del progetto (qui i dettagli).

 

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