Nel saggio "Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000" Maria Borio mostra le trasformazioni e la velocità di cambiamento di un secolo inquieto, in cui i generi e il canone sono ormai palesemente in crisi - L'approfondimento

Come strutturare uno studio sulla poesia dagli anni Settanta al Duemila, se i generi e il canone sono ormai palesemente in crisi? La risposta di Maria Borio (nella foto di Dino Ignani, ndr) nel suo Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018) vira verso l’individuazione e la trattazione di singole poetiche, intese come “progetto artistico che combina una parte empirica (quella dei temi, dello stile) e una parte teorica” (p. 11). Dopo il Sessantotto, ormai, è impossibile individuare una visione di sistema: negli anni Settanta e Ottanta troviamo una pluralità di esperienze poetiche, che si distribuiscono spesso in parallelo tra loro, senza un centro. Dunque, lo studio di Borio parte dall’analisi testuale di liriche rappresentative, per poi passare alla ricostruzione della poetica, in dialogo più o meno dialettico con le poetiche coeve (italiane, ma non mancano riferimenti alle realtà internazionali).

Maria Borio

Gli anni Settanta, caratterizzati da inquietudine e instabilità politica e sociale, sono descritti da due parole-chiave: decentramento e policentrismo. Davanti all’affermarsi dei mass media, “l’io diventa misura dell’io” con il neo-individualismo: la poesia, in qualità di espressione immediata ed emozionale del soggetto, mette al centro la psiche e il valore confessionale della scrittura (Bellezza). Ma altrove si diffonde una poesia legata alla performance, estroflessa e, programmaticamente contraria alla tradizione perché legatissima alla sua declamazione e all’improvvisazione. Se questa esperienza beat-hippy fa della sperimentazione il suo strumento principale, spesso irridente segno di protesta contro la società dei costumi, un’altra rivendicazione è ben più profonda: quella della poesia femminile. In Cavalli, Lamarque e Insana, si rintraccia una specificità linguistica che si esprime in riviste e scelte editoriali ad hoc, fino allo scardinamento personalissimo di ormai vuoti tabù. L’io donna è una “femmina culturale”, con una propria formazione e una precisa declinazione della propria identità di genere. Accanto a queste poetiche trova nuova vitalità la ripresa della tradizione: così la lirica tragica viene rinobilitata in chiave esistenziale con De Angelis; si diffonde una scrittura neo-orfica, che riprende la tensione immaginifica e la spiritualità di fine Ottocento e inizi Novecento (Conte). In netto contrasto, c’è chi presta attenzione scrupolosa alla realtà referenziale, cercando una corrispondenza tra esteriorità e interiorità (Cucchi, Neri).

Degli anni Ottanta, Maria Borio rileva anzitutto la fine della conflittualità, dal momento che “l’individuo vuole affermare se stesso in una totalità assoluta in rapporto alla massa”; la poesia italiana non attraverserà mai totalmente il Postmodernismo, se non con cauti remake e repêchage e prendendo le distanze – spesso ironicamente – dalla tradizione. A tal proposito, la Neometrica rivaluta le forme metriche chiuse, spesso cimentandosi con varianti difficili e decorative, scardinate dall’interno, con l’incatenamento di forti pulsioni e suoni talvolta stridenti entro la ‘gabbia’ normalizzante della forma. Questi poeti si cimentano con temi perturbanti, come nella teatralità postmoderna (un unicum in Italia) di Valduga; o fanno della staticità estrema di un metro come la sestina l’occasione per raccogliere “incandescenza esperienziale ed emotiva” (Frasca, p. 197). Il desiderio di normalizzazione trova esito nel Nuovo classico, che sposa l’equilibrio formale a un’irrequietezza interiore, come nel caso di Magrelli o nelle riviste che nascono in questo periodo: la romana Braci e la padovana Scarto minimo.

Negli anni Novanta la poesia diventa un atto individuale, la poetica viene legata al singolo autore e non più alla collettività. Anche l’intellettuale assume un ruolo consapevolmente disincantato, mentre i generi e il canone diventano sempre più elastici, variabili e oggetto di ibridazione. La stessa idea di avanguardia cambia, perde la sua opposizione aggressiva e calca l’idea di una scrittura che rappresenti allegoricamente la realtà: è il caso del Gruppo 93. In generale, infatti, in questo decennio i poeti si domandano la loro postura critica, si interrogano sul rapporto tra espressione lirica e conoscenza. Cruciale diventa il rapporto tra pensiero e stile, letteratura e comunicazione: ecco allora che il saggio di Borio si cala nelle poetiche individuali e si occupa delle risposte dei singoli Pusterla, Riccardi, Fiori, Anedda, Buffoni, Benedetti, di cui vengono analizzate liriche e raccolte poetiche che travalicano il Duemila.

Dalle oltre quattrocento pagine di questo intenso e denso studio, emerge chiaramente come il poeta di fine Novecento si misuri su quanto restare immerso nella sua realtà, o evaderne polemicamente o con rassegnazione, decidendo di volta in volta se calare il proprio io nei versi o limitarsi al ruolo di soggetto senziente. Tutt’altro che pacifica e lineare, ma dispersiva al limite del marasma, la trasformazione attraverso gli ultimi decenni del Novecento testimonia la velocità di cambiamento di un secolo inquieto, trasformazione che Maria Borio ha saputo tracciare con mano ferma, accurata indagine bibliografica, rassicurante, approfondita e rispettosa attenzione alla testualità e alle molteplici personalità dei suoi autori.

 

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