"Quel giorno - Racconti dell'attimo che ha cambiato tutto" è il nuovo libro di Valentina Farinaccio. Su ilLibraio.it il capitolo dedicato a Elsa Morante, Alberto Moravia e "L'isola di Arturo"

Storie di giorni speciali: da Marilyn Monroe a Greta Thunberg, da Battisti e Mogol a Steve Jobs, da Raymond Carver a Massimo Troisi, in ogni brano contenuto nella raccolta Quel giorno – Racconti dell’attimo che ha cambiato tutto (Utet) ritroviamo la magia e l’emozione di quando tutto è cambiato e nessuno lo sapeva ancora, di quegli attimi straordinari che appartenevano a un giorno qualunque.

L’autrice, Valentina Farinaccio (nella foto di Nicole Rivellino, ndr), giornalista (scrive per varie testate, e qui sono disponibili i suoi articoli pubblicati da ilLibraio.it, ndr) è nata a Campobasso e da molti anni vive a Roma. Il suo primo romanzo, La strada del ritorno è sempre più corta (Mondadori, 2016), ha vinto il premio Rapallo Opera Prima, il premio Kihlgren, e Adotta un esordiente. Le poche cose certe (Mondadori, 2018), il suo secondo libro, racconta una storia tanto incantata e feroce allo stesso tempo, di attese e incontri mancati, di errori e di redenzione.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto tratto dal suo terzo libro:

quel giorno valentina farinaccio

La più luminosa del cielo boreale

Il molo Beverello è un posto allegro. Chi sta là, parte. Va di certo su una delle tre isole: Procida, Ischia, oppure Capri.

Prendere il mare, da quel punto di Napoli, vuol dire avere la fortuna di infilarsi presto in una bellezza sfrontata, ma taciturna. Ce li immaginiamo una mattina d’estate, che aspettano il loro traghetto come si aspetta un po’ di pace. Non scenderanno sulla loro isola di sempre, Capri. Questa volta andranno a stare su quella più piccola. Quella scontrosa, tutta vicoli e pescatori.

Stanno insieme da tanto, e hanno addosso la guerra. Quella vera, e persa, che li ha fatti scappare da Roma per farsi salvare dalla campagna ciociara, dalle montagne; e quella di tutti i giorni, che invece non conosce tregua. No, loro due non conoscono tregua.

Dalla prima sera in birreria, quella in cui la spudorata gli fece scivolare in mano le sue chiavi di casa, la sua vita, il suo corpo, i nervi e tutto quanto, non si sono mai lasciati.

Sapeva di lui, ma ancora poco di se stessa. Aveva solo venticinque anni, allora, il viso rotondo e un po’ severo, affascinante, terribilmente schietto, e si era sentita graziata da quell’amore famoso, ricco, superbo. Uomo elegante, sopracciglia folte, aveva cominciato ad amarla lentamente. Senza ricambiare l’entusiasmo. Un po’ più grande di lei, ma già influente nella buona società romana, le passava i suoi vestiti. Lei li trasformava in decenti abiti da donna. Lei che era nata senza niente, figlia di un mistero, di un padre che non poteva avere figli. E di chi erano, allora, i suoi occhi, i suoi piedi, lo spazio largo che aveva fra i denti?

Una bambina che non sa da dove arriva, sarà per sempre una donna insicura.

Francesco, l’amico di famiglia, il siciliano: da là venivano lei, e i suoi fratelli.

Tirata su da quella folle incertezza, solo una cosa le faceva da solido approdo: la scrittura. E l’idea di voler fare felice l’intellettuale sfuggente, l’uomo indispensabile.

Si erano sposati, poi, per formalizzare quell’amore sempre storto e intenso. Che intenso e storto sarebbe rimasto fino alla morte. Le altre donne di lui, la selvaggia e soffocante devozione di lei… Troppo poco, si percepiva. Non nel talento: sapeva di essere una grande scrittrice prima ancora di diventarlo. Ma poco composta, poco diplomatica, poco borghese, poco a suo agio nei salotti in cui lui la portava. Il primo successo arrivò dopo aver protetto quel manoscritto dai tedeschi, dalle bombe, dalla paura. Il suo romanzo d’esordio mise in quell’amore un po’ d’equilibrio. Diventavano a tutti gli affetti lo stesso lavoro, la stessa missione, scrivere la vita, vivere per scrivere. Lui disciplinato, metodico, lei senza orari, nessuna regola.

Non si sapevano lasciare, e però non si sapevano amare.

Se avessero avuto dei figli, chissà, avrebbero fermato il loro bulimico errare, e duellare. Accelerare, per non farsi prendere. Rallentare, per farsi raggiungere. Ogni giorno, come in una capricciosa prova di forza, per stabilire fino a quando avrebbero retto i loro cuori.

Se ne avessero avuti, di figli, almeno in un amore si sarebbero trovati uguali, e coincidenti. Mezzo genitore lui, e mezzo lei.

Ma non ne ebbero. E la loro storia, quel giorno d’estate, al molo Beverello, era già un appassionato e travolgente massacro.

Aspettano il traghetto, dicevamo, come si aspetta un po’ di pace.

Procida arriva subito.

Sarà per questo che nessuno la sceglie mai, per soggiornare.

Troppo vicina, troppo facile.

Non si fa in tempo a perdere di vista Napoli, che già di fronte spuntano i colori pastello del porto.

Da lì, per andare alla pensione Eldorado bisogna fare un pezzo di salita, come per scavalcare quel piccolo monte di cui è fatta l’isola, e scendere al mare che sta dall’altro lato. Solo che poi non si scende completamente, no. La pensione Eldorado la devi andare a cercare in alto, proseguendo un poco, resistendo alla tentazione di quella manciata di scale che sbucano sul porto più incantevole, che sta nella parte più smorfiosa dell’isola, la Corricella.

La spiaggia della Chiaia viene subito dopo. Curva di mare gentile, sabbia per famiglie.

E la pensione Eldorado sta proprio lassù, madre premurosa che controlla dall’alto.

Se la trovano sulla sinistra, come fosse una porta qualunque.

Firmano il registro ospiti, innanzitutto: lui scrive Alberto Pincherle, il suo vero nome. Lei, Elsa Morante.

C’è un lussureggiante agrumeto, è la prima cosa che si vede entrando. E un affaccio sul mare, là in fondo. Elsa si toglie le scarpe, e prende il vialetto come fosse una medicina.

Quando arriva al terrazzino, che sporge nel vuoto, e incanta gli occhi, trova il carcere di Terra Murata, a svettare, sulla sua sinistra. Chissà come deve essere, nascere e crescere a Procida, si domanda. Immagina i piedi scalzi di un ragazzino, che s’arrampicano svelti su per la salita del castello. E che poi rotolano senza incertezze verso la marina, per andare ad aspettare qualcuno. Il padre, forse. Che è il suo primo eroe, e il suo primo errore.

Chissà come deve essere, avere un’isola

invece di una famiglia. Una piccola barca per giocare, e un cane femmina che fa da sorella, e da madre. Un’isola che educa alla solitudine e alla bellezza. Alla furia del mare, e alla sua benevolenza. Chissà come deve essere crescere senza sapere come sia, tutto quello che non ha intorno l’acqua. E lo vede arrampicarsi, sporcarsi, lo vede diventare giovane, quasi uomo. Gli legge il cuore, i tormenti, e la voglia. Poi si commuove, quando capisce che si è innamorato.

Chissà come si chiama, quel ragazzino nato e cresciuto a Procida, che aspetta il padre, e aspetta la vita, con tutte le sue domande dolorose.

E chissà come lo avrebbero chiamato, un figlio, se lo avessero avuto.

Come una stella. Mentre i limoni profumano e l’aria punge, lei pensa a una stella.

La più luminosa del cielo boreale, la più bella.

E come quel re saggio, anche, che trattò gli uomini come fossero tutti uguali.

Esiste solo un nome, che dica tutto questo. È un giorno d’estate, e si chiamerà Arturo.

Nell’estate del 1955 Elsa Morante e Alberto Moravia scelgono di passare qualche giorno a Procida. Da quell’incontro con l’isola, di cui la coppia diventerà, negli anni, assidua frequentatrice, nascerà il romanzo L’Isola di Arturo, premio Strega nel 1957.

(continua in libreria…)

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