"Rileggo oggi Oliver Twist insieme al mio cane trovatello, randagio proprio come lui; lo rileggo per esorcizzare le fantasticherie, per vedere cosa resta della catarsi di allora, memore di quei lacrimoni, tutta carica di aspettative di felici piagnistei: perché piangere leggendo, commuoversi per personaggi che vivono solo sulla carta, è uno dei piaceri più inestimabili della lettura". Su ilLibraio.it la scrittrice Ilaria Gaspari racconta cosa significa rileggere da adulti uno dei capolavori di Charles Dickens: "Mi accosto al romanzo gioiosamente pronta a singhiozzare. Ma non potevo immaginare quanto questo libro di quasi duecento anni fa avrebbe sparigliato le carte, scompigliando le mie attese, facendomi ridere molto, e pensare, oltre che – naturalmente – piangere..."

Il primo bambino ad aver avuto un ruolo da protagonista in un romanzo inglese è un bambino randagio. Perché il primo romanzo inglese con un bambino per protagonista non fa parte di quel filone di libri meravigliosi che hanno fondato un’idea di infanzia, come la definisce Nadia Terranova in un suo piccolo volume da poco in libreria per Italosvevo, in cui rivendica la continuità – e complementarietà – fra la letteratura “adulta” e quella “infantile”, capace di modellare generazioni su generazioni; non è insomma né Peter Pan, né Alice, né Il giardino segretoWinnie the Pooh. È la storia di un bambino macilento, orfano fin dal sottotitolo (The Parish boy’s progress, ovvero: lo sviluppo dell’orfano), con un nome da trovatello inventato da un fanatico messo parrocchiale; un bambino che nasce in un ospizio per poveri e viene subito sbalzato in un mondo in cui a ragazzini che hanno ancora i denti da latte si dà da bere il gin e li si designa con naturalezza, prima che abbiano compiuto nove anni, come pendagli da forca.

Quando ho letto per la prima volta Le avventure di Oliver Twist avevo nove anni anch’io, proprio come Oliver quando, all’orfanotrofio, viene estratto a sorte perché tocchi proprio a lui chiedere una scodella di zuppa ancora, a nome di tutto un esercito di bimbi perdutamente affamati – richiesta che gli impettiti, avidi, pasciuti e sadici sedicenti benefattori vittoriani vedono come un preoccupante atto di ribellione, risolvendosi a darlo via per pochi soldi a chiunque lo voglia prendere in carico come apprendista. Avevo nove anni, ero una bambina ben più fortunata di Oliver, ma leggendo delle sue peripezie provai una commozione profondissima, che ancora ricordo.

Oliver Twist

Ricordo di aver pianto a calde lacrime sul finale del romanzo, ma anche su tutti quei passaggi in cui al piccolo Oliver sono ingiustamente, ingiustificatamente, attribuite gesta invereconde; tutte le volte che a torto viene trattato da delinquentello, e gli si aliena così, nonostante lui sia disperatamente innocente, persino l’affetto di chi – come il signor Brownlow, che a un certo punto lo adotta – è sinceramente (infine!) disposto a volergli bene. Questa idea della tenacia delle calunnie che piovono addosso a Oliver senza che lui si possa difendere, oltre a essere in sé abbastanza tremenda e a darci la misura – piuttosto atroce – di quanto possa essere violenta l’ingiustizia, aveva attecchito con notevole efficacia nel mio sentire dei nove anni, e a ripensarci ora pare stranamente intatta, e familiare, nonostante tutto il tempo passato, nonostante gli strati della mia personalità che, come mura e contrafforti di città successive, si sono innalzati su quelle antiche fondamenta che solo un archeologo ormai potrebbe riportare alla luce. Quel che so è che, come molti bambini, coltivavo anch’io con tenace masochismo la fantasia tremenda di essere stata adottata, o – ancora peggio, tortura più raffinata e già discretamente nevrotica – di essere, per colpa di qualche mia immaginaria mascalzonata, qualche infrazione anche involontaria a un codice di leggi imperscrutabili e comunque sconosciute, data via al miglior offerente, a condizione che qualcuno mi volesse prendere in carico: solo che ovviamente queste fantasticherie auto-punitive si concludevano con il rifiuto di adottarmi da parte di chiunque, e con me stessa chiusa in una gabbia, poiché nella mia testa avevo ibridato l’idea dell’orfanotrofio con un’immaginaria rappresentazione di canile.

Ora un canile l’ho visto, ho sentito i guaiti dei cani abbandonati, randagi, dimenticati e non scelti, che per farsi scegliere si buttano contro le gabbie. Ho scelto il mio cane in mezzo agli altri, sentendomi tremenda, potente e iniqua, e come il signor Brownlow guardo i suoi occhi tristi e mi domando cosa mai abbia passato – ma come reagirei se qualcuno me lo caluniasse? Sarei delusa ingiustamente, sarei ingiusta con lui? Non lo so, ed è una domanda stupida, perché è molto difficile che qualcuno venga a calunniare un cane; e anche perché probabilmente i cani li trattiamo molto meglio, in generale, di come fossero trattati gli orfani, gli illegittimi, i trovatelli nell’Inghilterra vittoriana. Ma questo non vale certo per tutti i cani, solo per quelli che hanno un padrone; e – quel che più mi turba pensare – vale davvero solo per i bambini diseredati dell’Inghilterra vittoriana?

Rileggo oggi Oliver Twist insieme al mio cane trovatello, randagio proprio come lui; lo rileggo per esorcizzare le fantasticherie, per vedere cosa resta della catarsi di allora, memore di quei lacrimoni, tutta carica di aspettative di felici piagnistei: perché piangere leggendo, commuoversi per personaggi che vivono solo sulla carta e, grazie a parole scritte ieri o duecento o duemila anni fa, nella nostra fantasia, è uno dei piaceri più inestimabili della lettura. Non so se ci renda persone migliori – a dire il vero, non credo proprio che possa bastare, né che sia bello usare il combustibile della catarsi per alimentare il senso di superiorità morale di chi legge rispetto a chi non legge – ma è indubbio che si tratti di un’esperienza liberatoria, che chi non ha mai pianto, chi non si è mai commosso ospitando nel proprio cuore il dolore di un personaggio non reale eppure vero a modo suo, non può sapere appieno. Insomma, mi accosto al romanzo gioiosamente pronta a singhiozzare. Ma non potevo immaginare quanto questo libro di quasi duecento anni fa avrebbe sparigliato le carte, scompigliando le mie attese, facendomi ridere molto, e pensare, oltre che – naturalmente – piangere.

Come praticamente tutti i capolavori di Dickens, anche Oliver Twist uscì a puntate: fra il 1837 e il 1839, sul Bentley’s Miscellany. Come ogni volta che mi trovo a leggere o a rileggere Dickens, mi capita anche stavolta di rimpiangere il fatto che non si usi più pubblicare i romanzi a puntate: oggi è una prerogativa delle serie tv, questa narrazione che vuol tenerti inchiodato al proseguire della storia, ma qualche volta penso che sarebbe proprio bello che anche i libri fossero, di tanto in tanto, pensati così, per farti venire una voglia matta di sentirli raccontare ancora e ancora e ancora.

Ma c’è dell’altro. Rileggere oggi Oliver Twist mi fa pensare che non ci sia poi tanto da stupirsi se Karl Marx, in un articolo pubblicato dal New York Daily Tribune nell’agosto del 1854, ha scritto che a Dickens dobbiamo pagine capaci di donare al mondo più verità politiche e sociali di quelle di professionisti della politica, pubblicisti e moralisti messi insieme. Caratterista insuperabile, in grado di tracciare in due parole una fisionomia e insieme una psicologia senza mai perdere il gusto del racconto, senza essere schematico né moralista – se non al modo dei grandi moralisti classici che osservano e descrivono – Dickens ci rimanda il ritratto di una povertà disperata e senza tutele, e di una borghesia ipocrita, rapace e barbara, incapace di rispettare i deboli e anzi molto facile a sopraffarli quando non si possono difendere. Ma se il senso di commozione che ricordavo lo ritrovo intatto e anzi anche più forte oggi, insieme alla sensazione che l’ingiustizia sociale sia un’offesa e una ferita profonda nell’Inghilterra vittoriana tanto quanto oggi, qui, una cosa che avevo dimenticato è lo humour macabro e irresistibile che percorre il racconto delle ingiustizie e degli affronti a cui va incontro il povero orfanello: trovata geniale, che basta a salvarci dalla melensaggine ma non attenua la pietà.

E così, rido e mi commuovo di questo libro e delle disavventure del piccolo Oliver, che ha gli occhi tanto tristi da guadagnarsi un lavoro di piagnone ai funerali, in una scena esilarante e tremenda, che sarebbe meno tremenda se fosse meno esilarante, e viceversa. Anche qui, penso, c’è in Dickens una grandezza imperscrutabile: nell’osare il tono della commedia quando sarebbe facile lanciarsi in guaiti e lai, e nel fidarsi a tal punto dei propri lettori da non volergli servire una minestrina allungata di lacrime per elemosinare la loro commozione, la loro tenerezza a buon mercato.

Dickens offre una parodia tanto intelligente e divertita dei toni untuosi di chi si prende troppo sul serio e si fa ridicolo quando si vorrebbe grave, da farci capire che, se cercasse di ululare e piangere sulle ingiustizie come fanno questi loschi ipocritoni, sarebbe pure la sua una parodia kitsch del dolore; che non è certo quello che vuole, perché uno scrittore vero non ha bisogno di esigere balzelli dai suoi lettori, né di rendere meno amaro un lieto fine.

 

L’AUTRICE – Ilaria Gasparicollaboratrice de ilLibraio.it, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno) e Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi).

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