È interessante come la parola, nella sua forma antica, quella del libro, rivesta un ruolo decisivo nel discusso film di Christopher Nolan, la cui narrazione è decisamente umanistica... - L'analisi

La stanza di un’adolescente. Una ragazzina curiosa, sveglia e appassionata, pura promessa di vita. Il laboratorio/rifugio di una giovane anima esploratrice, di una viaggiatrice nel tempo (una lettrice, chiaramente), sospesa fra malinconia e avventura, realtà e immaginazione. Una parete di libri come schermo dove proiettarsi e con cui proteggersi, come porta che comunica fra il qui ed ora e possibili aldilà. La libreria di quella stanza è come un cielo affascinante e misterioso da contemplare, penetrare, divinare.

In un mondo al termine (polvere alla polvere: grossa minaccia per uomo e per i suoi equivalenti cartacei chiamati libri), in un universo sterile e morente, questo punto preciso, concreto e simbolico, è il centro, il motore immobile, il cuore segreto dell’universo intero, la vera soglia per altri mondi possibili. Questo spazio domestico (salvaguardato con cura dall’apocalisse, dove la rivelazione ha luogo) è il centro gravitazionale e di senso intorno al quale orbita il mondo concettuale e narrativo di Interstellar: una libreria che sembra capace di parlare da un altrove spazio-temporale, farsi medium con le presenze fantasmatiche degli affetti che non ci sono più, buco nero dove si condensa tutto quello che più ci manca.

Messaggi in codice filtrano attraverso quei volumi: Morse tuo vita mea, oppure codice binario, sequenza di 0 e di 1, di presenze/assenze, e ancora coordinate per localizzare una possibile via di fuga e di salvezza. È interessante come la parola, nella sua forma antica, quella del libro, rivesta un ruolo decisivo nel film di Christopher Nolan, costituisca letteralmente la superficie profonda che consente di comunicare, di capire,di risolvere e di risollevarsi, la dimensione nascosta.

In una società, quella odierna, che vede il dominio del visivo, e in un genere, quello fantascientifico, che fa del visionario la sua cifra, la narrazione di Nolan è decisamente umanistica, sembra fare grande affidamento sul fatto che in principio era il verbo (di cui le accuse, forse fondate, di verbosità e di esagerare con le spiegazioni), riscopre in una parete di libri la strada magica, l’effetto speciale segreto, per (ri)uscire a riveder le stelle.

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