A qualcuno, litigare piace. C’è chi affronta la lite con nerboruta energia, come fosse un esercizio di ginnastica; chi detesta avere torto e farebbe (direbbe) qualsiasi cosa pur di avere la soddisfazione dell’ultima parola. C’è chi approva il litigio proprio come si approva una dieta bilanciata e una vita sana; chi sostiene che faccia benissimo a un rapporto, soprattutto se amoroso... Su ilLibraio.it la riflessione della scrittrice Ilaria Gaspari, dedicata agli "artificieri amorosi", e secondo cui "qualche volta si può anche pensare di lasciar correre"

Artificieri amorosi

A qualcuno, litigare piace. C’è chi affronta la lite con nerboruta energia, come fosse un esercizio di ginnastica; chi detesta avere torto e farebbe (direbbe) qualsiasi cosa pur di avere la soddisfazione dell’ultima parola. C’è chi approva il litigio proprio come si approva una dieta bilanciata e una vita sana; chi sostiene che faccia benissimo a un rapporto, soprattutto se amoroso, che così ci si sfoga, ci si costringe a guardare in faccia i problemi, si cresce insieme, si fanno passi avanti. E poi, naturalmente, un litigio fra innamorati è il presupposto indispensabile al tenero rituale del fare la pace – che in molti casi è un modo di dire, neanche troppo velato, per significare: fare l’amore con molto più trasporto del solito. È una forma di dialettica erotica che resiste, immagino, da quando esistono gli innamorati: sopravvissuta a chissà quanti secoli, destinata probabilmente a perpetuarsi, e perché mai dovremmo volerla smantellare? Non ce ne sarebbe ragione.

Del resto, lo dice anche l’adagio: l’amore non è bello se non è litigarello. Pochi aggettivi, forse, in italiano, suonano più goffi di quel ‘litigarello’, che sembra una deformazione imposta alla lingua per poterle accordare una rima con bello – e forse è proprio così, forse è una piccola aberrazione concettuale, una giustificazione a posteriori pensata per dare una parvenza di grazioso capriccio quasi meteorologico (l’amore litigarello, come il marzo pazzerello) a un evento inevitabile in qualsiasi rapporto, anche amoroso: il conflitto. Ma gli adagi dicono qualsiasi cosa, basta andare a cercare: forse sta proprio in questo la loro saggezza, nell’essere infinitamente adattabili al rebelotto inesauribile che regola, in un caos stranamente ordinato, tutto lo spettro di situazioni che possiamo fronteggiare nel corso di una vita. Chissà quante volte avrete sentito pure voi, in una miriade di film, in alcuni libri, perfino – apprendo mentre cerco invano su Google la prima fonte di questa massima – per bocca del Papa, che l’unico segreto di una coppia che dura negli anni sarebbe non andare mai a letto arrabbiati. Di solito, sia nei film che nella realtà, è un consiglio che viene dato da qualche personaggio in età avanzata a una coppia di giovani; può essere salmodiato in un tono di sereno incoraggiamento, oppure anche di lieve, indulgente rimprovero, come tutti i consigli di chi ha molto vissuto e guarda dal di fuori “i principianti”, quelli che si arrabattano, che non sanno bene come fare a districarsi, che hanno ancora la baldanza e la goffaggine dei cuccioli. Molto spesso, se è inteso come bonario rimbrotto, prende di mira più che altro una mancanza di impegno e di cura: sembra che nell’andare a letto arrabbiati ci sia una sciatteria che è segno di disattenzione per le sorti della coppia. A quanto pare, la saggezza del consiglio è stata sottoposta addirittura all’ordalia di diversi esperimenti scientifici (all’Università di Pechino per esempio hanno spedito a letto degli studenti dopo averli fatti arrabbiare, e la mattina li hanno constatati inviperiti): il verdetto è stato che chi va a letto stizzito, dorme male e la mattina si sveglia assetato di vendetta. Insomma la notte magari porterà anche consiglio (altro adagio), ma sa certamente trasformare l’irritazione in rancore.

Ma cosa vuol dire, non andare mai a letto arrabbiati? Oltre alle ricerche scientifiche sui furiosi addormentati, ho bisogno di altre testimonianze. Sul Guardian trovo il contributo di una giornalista, Hannah Devlin, che racconta una storia molto simile a quelle che potrei raccontare io, se volessi riassumervi come sono andate a finire le notti in cui avevo deciso di applicare alla lettera il consiglio di risolvere tutte le controversie prima di dormire. Può succedere che il troppo zelo serale porti a trasformare una scaramuccia da niente in un litigio epico, amplificato dalla stanchezza, dall’irritazione crescente che scoperchia uno dopo l’altro troppi vasi di Pandora. Episodi insignificanti vengono strappati all’oblio per essere rinfacciati ad amanti insonnoliti, quando il nervosismo delle tre del mattino ingigantisce le ombre sul muro e, insieme, le trascurabili mancanze di una domenica di quattro anni prima.

E mentre rifletto sui litigi notturni – anche quelli di questa Hannah che ora mi pare di conoscere benissimo – finalmente capisco quello che mi è sempre sfuggito, finora. Ci sarei potuta arrivare molto prima, e invece no. Capisco solo adesso quello che ho sempre sbagliato, nell’interpretare quel consiglio sulla cui saggezza ho sempre avuto delle grosse riserve, malgrado l’Università di Pechino (e che per anni ho comunque pedissequamente provato ad applicare, convinta che altrimenti non sarei stata una brava fidanzata ma una sciatta irresponsabile, e per carità!: come credo succeda a molte persone inclini a sentirsi inadeguate di fronte alle regole non scritte della vita, mi sono intestardita, per tutto questo tempo, a desiderare astrattamente di avere un comportamento impeccabile, per non essere mai giudicata irresponsabile, approssimativa o superficiale). Il fatto è che l’ho sempre considerato un invito a litigare e a prendermi pure l’ultima parola: a sviscerare tutto, a spaccare il capello in quattro, a esaurire qualsiasi minimo motivo di malcontento. A sgombrare il campo da ogni malinteso con la cura minuziosa con cui si spazzolano via le briciole dal tavolo.

Forse, invece, vuol dire qualcos’altro, qualcosa di molto più semplice e di molto più vicino all’amore: che a tutte le coppie capita di trovarsi in situazioni che minacciano di trasformarsi in piccole tempeste di rabbia e rancore, e quando se ne intravede una all’orizzonte, il primo dei due che se ne accorge farebbe bene a comportarsi, anziché come un avvocato disposto a sfoderare un intero arsenale di cavilli per aver ragione dell’altro, come un artificiere. E disinnescare la bomba prima che esploda, soprattutto se la notte è vicina: a costo di sembrare mollaccioni, o deboli, qualche volta si può anche pensare di lasciar correre. Magari una notte di tenerezza è più efficace di una notte passata a gridarsi addosso perché la mattina dopo le nuvole non ci siano più.

 

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa e ha debuttato nel romanzo con Etica dell’Acquario (Voland).
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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