Tra i protagonisti della prima edizione della "Festa della Filosofia", in programma alla Triennale di Milano il 19 gennaio, Cesare Catà, filosofo e performer teatrale, che mette in scena lo spettacolo “Shakespeare Juke Box”, in cui si richiama alla teoria e alla iconologia dei Tarocchi. Per l'occasione l'autore su ilLibraio.it riflette sull'attualità e la profondità del teatro del Bardo - I dettagli

Le esibizioni di Cesare Catà, filosofo e performer teatrale, sono lezioni-spettacolo, monologhi che intrecciano il teatro di narrazione con la divulgazione filosofico-letteraria e l’ironia del cabaret. Specialista di Shakespeare, durante la prima edizione della Festa della Filosofia, in programma alla Triennale di Milano il 19 gennaio (sotto tutti i dettagli, ndr) terrà uno spettacolo che propone un viaggio originale e interattivo nel teatro del Bardo, narrandone la filosofia e il pensiero letterario. Il pubblico può determinare un percorso scegliendo tra 22 diversi personaggi delle opere di Shakespeare abbinate alla iconologia dei Tarocchi, per un percorso affascinante tra i drammi shakespeariani, che è al contempo un’esplorazione negli archetipi dell’anima umana.

Cesare Catà autore di Shakespeare Juke-box alla Festa della Filosofia
Cesare Catà (nella foto di Gianfranco Mancini)

Catà è nato tra il 2 e il 3 agosto del 1981. Vive nelle sue amate Marche, con frequenti permanenze nell’isola d’Irlanda. È autore di saggi di filosofia e letteratura, di testi drammatici, di traduzioni, e del libro di racconti Efemeridi. Storie, amori e ossesioni di 27 grandi scrittori (2017).  È un monologhista-storyteller che intreccia il teatro di narrazione con la divulgazione filosofico-letteraria e l’ironia del cabaret. Si esibisce regolarmente con monologhi e lezioni-spettacolo sia in teatro sia in luoghi inusuali come pub, boschi, ristoranti e spiagge.

Dottore di Ricerca (PhD) in Filosofia del Rinascimento, durante gli anni del Dottorato è stato visiting scholar all’University of Hawaii e Gastforschung nel Cusanus Institut di Trier. Ha tenuto corsi universitari, come professore a contratto, presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione e presso il Seminario LUCI dell’Università Macerata, su temi legati al rapporto tra letteratura e comunicazione contemporanea. Tra i suoi ultimi spettacoli attualmente in tour vi sono Shakespeare Juke-Box e Sono Single perché l’universo è un’aporia ontologica. Tra le sue pubblicazioni saggistiche, Shakespeare e l’urlo di Narciso. Viaggio nel Riccardo II (2015); La passeggiata impossibile. Martin Heidegger e Paul Celan tra il niente e la poesia (2011); Filosofia del Fantastico. Escursione sul concetto di fantasia tra l’Irlanda e i Monti Sibillini (2013).

Su ilLibraio.it di Cesare Catà presenta in anteprima il suo spettacolo:

di Cesare Catà

Da quattro secoli il teatro di Shakespeare continua a parlarci interrottamente, narrandoci chi siamo, cosa succede negli abissi della nostra psiche. La straordinaria forza di queste 37 (forse 39) opere drammaturgiche, scritte tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento perché un gruppo di attori maschi le rappresentasse e il pubblico pagasse per vederle, ha qualcosa di magico e di inspiegabile, qualcosa che trascende il semplice dato letterario. Chiunque ne sia stato l’autore (cosa che forse non sapremo mai), doveva possedere una specie di metafisica antenna, con la quale poter captare, nell’immensità del cosmo infinito – alcune voci. Voci che, trasposte su carta, divennero più che meri personaggi: divennero archetipi in grado di raccontare, descrivere, esplorare l’identità stessa di chi si trovi a leggere, ad assistere, ad ascoltare una di queste storie.

È per questo che Shakespeare, come ha detto Bloom, ha inventato l’uomo: perché, in un certo senso, è come se le sue storie costituissero il copione implicito della nostra vita. Possiamo averne solo una conoscenza superficiale, oppure averlo interpretato in prima persona; esserne del tutto ignari, oppure conoscerlo parola per parola, la cosa importa poco: coscienti o no, viviamo in noi quel teatro. Se perdi la testa per amore, sei Romeo (o Giulietta); se trovi l’amore quando meno te lo aspetti, sei Benedetto; se perdi le staffe per l’ansia, sei Otello; se perdi la ragione alla ricerca della verità, sei Amleto; se evochi le forze oscure dentro di te nella violenza e nel terrore, sei Macbeth.

Penso non sia esagerato affermare che il teatro di Shakespeare rappresenti, per l’uomo occidentale moderno, ciò che il bagaglio dei miti classici (che Shakespeare conosce perfettamente e reinventa) ha rappresentato per l’uomo antico. Shakespeare è in noi in senso innato. Infatti, se poi nella vita ti càpita di conoscerlo, studiarlo, interpretarlo, ammirarlo, la cosa ha sempre il sapore di un’anamnesi platonica.

Shakespeare – questo invece è Jan Kott, com’è noto, ad averlo detto – è perennemente contemporaneo, in ogni epoca: in quanto tocca qualcosa di universale in ognuna delle sue storie. Storie che, a dire il vero, non sono mai propriamente “sue”. Nell’intero corpus letterario shakespeariano, nessuno dei suoi drammi è interamente farina del suo sacco. Quelle del Bardo sono sempre reinterpretazioni, “sceneggiature non originali” potremmo dire. Ed è in questo processo di riscrittura – libero e creativo – che sta la chiave per capire la forza magica del teatro shakespeariano. La forza espressiva del suo linguaggio non riguarda solo la trama: si tratta di una forza che eleva la battuta teatrale a definizione di un’essenza. Ogni personaggio diventa un universo linguistico, una forma originaria – un archetipo, appunto, che tuttavia mantiene la plastica complessità psicologica dei tipi umani.

Per questo motivo, con Shakespeare, non c’è pericolo di spoiler-alert: sappiamo esattamente – e lo sapevano anche gli spettatori della sua era – come una storia finirà, prima ancora che essa venga portata sulla scena, o prima di iniziare la prima pagina della nostra lettura. È il come del racconto ciò che conta: quello che in termini un po’ tecnici potremmo chiamare la morfologia narrativa del dramma, ovvero il modo che Shakespeare ha di raccontare. È questa forma peculiare di storytelling, in cui il personaggio diviene archetipo, a costituire la forza espressiva magica del teatro shakespeariano – la quale si rivolge, in questo modo, al significato stesso della presenza umana nella sua fragilità esistenziale.

Shakespeare ci narra sempre di forze che – per la via dell’amore o per quella del potere – possono scoperchiarsi dalla finitezza dell’uomo, con esiti potenzialmente distruttivi o salvifici. Queste forze, questo daimon che ogni personaggio racchiude in sé, apre prospettive interpretative verso una lettura introspettiva e di auto-conoscenza attraverso il teatro di Shakespeare. A differenza di quanto accade nel teatro greco, gli eroi e le eroine di queste storie non si scontrano con forze esterne per motivi contingenti e ciechi: qui, l’origine della tragedia (o della sua risoluzione nella commedia) sta nell’identità stessa del personaggio.

È come se i personaggi di Shakespeare, nelle loro vicende, dovessero far i conti con loro stessi fino alle estreme conseguenze. Shakespeare sposta la telecamera dalla vicenda esterna e la pone nei meandri dell’interiorità dei protagonisti. In questo senso, i suoi drammi possono essere letti e interrogati alla stregua di un libro sapienziale, come molte tradizioni hanno fatto con il Libro dei Mutamenti o con la Bibbia: perché anche noi, nel confronto con queste storie, possiamo essere introdotti in un processo di esplorazione interiore.

Shakespeare non insegna nulla, sul piano morale, mai. Come lettori, come spettatori, non abbiamo mai riposte assertive al termine delle narrazioni che questo cantore della modernità intesse su antiche storie reinventate. Ogni finale del teatro shakespeariano è problematico, una foresta inestricabile di dubbi e di interpretazioni. E questo non perché la trama sia carente, al contrario: il plot in Shakespeare è sempre cristallino e portante. Il punto è un altro: il coinvolgimento in prima persona dell’interiorità dello spettatore e del lettore, in una specie di connessione con gli eroi del dramma. È esattamente ciò che intuì Virginia Woolf. Nella sezione di The Common Reader dedicata al teatro elisabettiano, l’autrice di The Waves – grande e passionale lettrice di Shakespeare – affermava che metà del lavoro del drammaturgo, in quel teatro, era svolto dal pubblico. Il lettore e l’interprete, nel teatro di Shakespeare, sono coautori insieme al drammaturgo. I plays shakespeariani non sono mai favole con una morale; sono, semmai, fiabe dai profondi e innumerevoli significati simbolici.

Nell’insolubile rapportarsi all’identità umana che Shakespeare presenta in tutta la sua meravigliosa e virulenta paradossalità, l’ultima parola su chi abbia torto o ragione, su come stiano le cose, spetta sempre a noi in quanto lettori-spettatori. E le soluzioni sono infinite. È pazzo, Amleto? È colpevole, Otello? La ragione sta dalla parte di Marcantonio o da quella di Bruto? Le opere di Shakespeare non ci danno una risposta in questo senso, e ci obbligano a prendere posizione – in altri termini, a interrogare noi stessi. A esplorarci. Siamo di fronte alla svolta moderna del teatro shakespeariano, in cui l’uomo è solo con se stesso – un “Sé” che costantemente sfugge nella sua mirabolante paradossalità.

È in questa prospettiva sapienziale che ho creduto possibile poter inventare, nello spettacolo Shakespeare Juke Box, un parallelismo tra 21 carachters shakespeariani e i Trionfi dei Tarocchi. Che cosa sapesse effettivamente Shakespeare di questo mazzo di carte di origine misteriosa, utilizzato già nella sua epoca per divinazioni e conoscenze esoteriche, ovviamente non è dato determinarlo. È, tuttavia, certamente affascinante immaginare che in qualche modo questa conoscenza, negli anni del Bardo (i medesimi anni che vedevano Giordano Bruno girovagare anche per le strade di Londra), fosse giunta all’autore o agli autori dei drammi che la tradizione attribuisce a William Shakespeare. Gli studi di Frances Yates sulla Tradizione Ermetica moderna lasciano aperte suggestioni possibili, in tal senso.

Alcuni membri dell’Ordine Segreto della Golden Down erano andati oltre, essendo fermamente convinti che chi compose le opere di Shakespeare fosse un iniziato alla conoscenza e all’uso della tarologia. Data le difficoltà finanche nel chiarificare l’identità effettiva dello stesso Shakespeare, nonché l’uso dei Tarots nell’Inghilterra elisabettiana, la storicità di una tale presa di posizione è ovviamente vuota. Sul piano critico, però, i Tarocchi non solo possono mostrare molti parallelismi con i significati dei drammi shakespeariani, ma addirittura aprire una via preferenziale per quel sentiero ermeneutico sapienziale a cui facevo cenno prima.

Così, la vexata quaestio concernente l’autorship shakespeariana lascia aperta una botola interpretativa abscondita per leggere Shakespeare. Se “Mastro Will”, come pare venisse chiamato da chi lo conosceva bene, fosse qualcun altro e non l’uomo di Stratford; se qualcuno, o qualcuna, o più di uno, si celassero dietro quella firma, fatta ogni volta in modo difforme, sono tesi che rimarranno, quasi certamente, sempre mere ipotesi. Ma tutti questi dubbi sorgono proprio dalla nostra difficoltà nel determinare le fonti alle quali chi scrisse questi drammi attinse per la conoscenza universale che da essi promana, attraverso la più alta forma dell’arte del racconto della tradizione occidentale.

Ecco allora che pensare Romeo alla stregua dell’Innamorato; Amleto alla stregua dell’Appeso; Enrico V alla stregua dell’Imperatore; Riccardo II alla stregua della Ruota di Fortuna; Prospero alla stregua del Mago, e così via, diviene un serissimo gioco comparativo, in grado di mostrarci simbolismi e filosofie celati dentro i copioni shakespeariani e, di lì passando, nella nostra anima, avviluppati nelle nostre domande più profonde.

La Festa della Filosofia

Il prossimo 19 gennaio, per la prima volta, si terrà la Festa della Filosofia. Un’intera giornata – dalle 10:30 del mattino fino alle 23:00 – fatta di incontri, lezioni, laboratori, “allenamenti fisici” e mentali: protagonista di questa prima edizione, l’aspetto ludico della disciplina.

Ideata da Tlon, progetto filosofico condotto da Maura Gancitano e Andrea Colamedici, la Festa della Filosofia, come spiega la presentazione, vuole riportare questa scienza umanistica tra le strade, nelle piazze dove è nata e coinvolgere un pubblico trasversale.

Nomi di fama internazionale, provenienti da discipline diverse, gli ospiti interverranno con l’intento di costruire un percorso corale e coinvolgente ponendo domande, riflettendo sul mondo e sull’essere umano. Scambio, incontro e confronto – proprio come alle origini della filosofia – saranno le attività centrali della giornata: prospettive diverse, elitarie o popolari, a volte lontane o inconciliabili, ma il cui unico fine sarà quello di “pungolare” il pensiero. Non un convegno frontale, ma un’occasione di incontro interdisciplinare e intergenerazionale.

Raffaele Alberto Ventura con Simone Grillo di Banca Etica e Daniele Di Fausto di eFM inviteranno a usare la filosofia per affrontare le sfide del futuro; di Filosofia dell’Amore parlerà Franco Bolelli. Tutti saranno invitati a mettersi in gioco con il loro corpo: Simone Ragazzoni leggerà Platone abbinando al testo del filosofo esercizi fisici e mentali. Leonardo Caffo parlerà di antropocentrismo e dell’importanza di riportare l’uomo nella natura, in quest’ottica si discuterà di riqualificazione urbana con Laura Campanello, Elena Battaglini, Danilo Simoni e Pietro del Soldà, che sarà coinvolto anche in un secondo panel centrato sul senso della collaborazione.

Riportare la filosofia in piazza, raccontare in chiave pop sarà l’intento di Tommaso Ariemma, Cesare Catà, Simone Regazzoni, Ilaria Gaspari e Lucrezia Ercoli, direttrice artistica di “Popsophia”. Una discesa verticale nel mondo delle serie tv con Marina Pierri, Tommaso Ariemma, Florencia Di Stefano; ma anche un’analisi delle figure femminili all’interno dei videogame, una questione filosofica e di genere portata alla luce dal collettivo Filosofemme.

Qual è la filosofia di una rivista? Ne parlerà Igort, direttore di Linus, intervistato da Adriano Ercolani; legata a questo mondo, anche la discussione sul mondo dell’arte – talvolta svalutata – che sarà portata avanti da Zerocalcare, Maicol & Mirco, Rita Petruccioli e Federico Clapis.  Con Irene Facheris e Barbascura X si discuterà di come portare avanti in modo paritario e accessibile le tematiche scientifiche.

La giornata si concluderà con lo spettacolo interattivo Shakespeare Juke-Box di Cesare Catà che vedrà una partecipazione attiva del pubblico e, a seguire, Dj set con Vicio dei Subsonica e la performance vocale di Linda Messerklinger.

Tutti gli appuntamenti – gratuiti e accessibili fino a esaurimento posti – saranno coordinati e introdotti da Maura Gancitano e Andrea Colamedici, ideatori della giornata. L’evento è organizzato da Tlon, con il patrocinio del Comune di Milano. La Festa della Filosofia è realizzata grazie al contributo di Audible (Main Partner), Banca Etica (Partner), eFM (Partner), GetFIT (Partner tecnico), Ultimo Filosofo (Partner tecnico). Video e visual identity sono di Propp.

 

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